Blog de Marisa

Vennero a prenderlo alle tre di notte. Dormiva. Erano bardati come astronauti, e lui pensò di essere ancora smarrito dentro un sogno. Lo scossero, gli parlarono attraverso visiere di plexiglass: non capiva una parola. Infine capì che doveva alzarsi. Non gli lasciarono il tempo di vestirsi, non gli fecero prendere il cellulare: non le servirà, gli dissero. Si chiese se per caso non fosse stato fatto un colpo di stato mentre dormiva, e i militari avessero preso il potere. O poteva trattarsi di una invasione di alieni. Lo agguantarono per le braccia, lo trascinarono attraverso il corridoio fino alla porta dell’appartamento: poi, nel silenzio più totale, lo fecero entrare nell’ascensore e premettero il tasto zero, quello che portava ai garage. Si chiese solo in seguito come mai non avesse urlato: probabilmente era troppo scosso, o dubitava ancora di essere sveglio, o era intimidito da quella situazione surreale. Sta di fatto che non fiatò, e se l’avesse fatto era certo che una di quelle manone rivestite di guanti in lattice gli sarebbe stata premuta sulla bocca. Lo caricarono su un’ambulanza e via! A sirene spiegate.

«Posso sapere che cos’è successo? Dove mi state portando?»

«Non siamo autorizzati a parlare con lei» disse uno degli astronauti.

«È scoppiata la guerra? I miei genitori stanno bene?»

Silenzio.

«Chi siete, voi? Chi rappresentate? A nome di chi sono stato rapito?»

Niente: i due energumeni guardavano fisso davanti a sé, quasi non sentissero nemmeno le sue parole, e forse non le sentivano realmente, isolati com’erano dentro le loro bolle protettive. Il viaggio non durò molto, e non gli fu fatto alcun male, lungo il percorso, questo va detto: i suoi carcerieri si limitarono a ignorarlo. Finalmente arrivarono a destinazione: un grande parcheggio sotterraneo dove lo attendeva una specie di camera iperbarica portatile, una barella coperta, panoramica. Lo fecero sdraiare e via, per interminabili corridoi a zig zag, porte a vetri attraversate e subito richiuse, soste in salette deserte dal penetrante odore di antisettico, ripartenze per destinazioni ignote. Chi avrebbe mai pensato che esistesse una città sotterranea così vasta e intricata, così lugubre, così deserta? Dopo una gimkana che gli parve interminabile, lo infilarono in un ascensore, pigiarono un bottone, «la porta si apre» aveva detto una voce metallica al momento del suo ingresso, «la porta si chiude» e poi, a fine corsa, ancora una volta «la porta si apre.» Entrarono in un ufficio, aprirono il coperchio della bara, cioè, della barella che lo conteneva, lo aiutarono ad alzarsi, lo fecero accomodare su una poltrona. Di fronte a lui, dietro una scrivania ingombra di carte, sedeva un uomo che pareva un funzionario. Non era superattrezzato, lui, indossava un normale abito da ufficio, sotto la giacca aveva una camicia celeste, il primo bottone sbottonato, niente cravatta. Davanti alla bocca aveva una mascherina del tipo chirurgico. Che fosse un medico?

«Buongiorno. Mi scusi se non le stringo la mano, immagino che capirà.»

Lui non capiva nulla, invece.

«Lei è il signor Mugnai Stefano, giusto? Di anni 42,  residente a Cantagrillo, Pistoia? Imprenditore, proprietario di una piccola impresa tessile, la Sugarbabylove, a Galciana di Prato?»

«Sì, esatto, sono io.»

«Ed è rientrato una settimana fa da Iranduba, provincia d Manaus, Amazonas, Brasile?»

«Sì, ci sono stato per lavoro… sa, c’è una piccola ditta che produce cellulosa, laggiù, e dalla quale mi rifornisco.»

«E c’è anche una bella brasileira dal sedere sporgente, con la quale intrattiene amichevoli relazioni, a quanto ci risulta!»

«Ma come, ma cosa sta dicendo… come si permette di parlarmi in questo modo?»

«Mi permetto eccome, visto che dal suo comportamento sconsiderato sono nate conseguenze gravissime per tutta la comunità! È ora che lei si assuma in pieno le sue responsabilità: lei è il Paziente Zero, se ne rende conto o no?»

«Ma come sarebbe a dire… il Paziente Zero… ma di cosa?»

«Non faccia il finto tonto. La terribile epidemia che sta infestando il Brasile… non mi dica che non ne ha sentito parlare!»

«Oh, quella… ho visto qualche servizio al Tg… ma non era nella zona in cui sono stato io! Il Brasile è grande, sa!»

«Vuole insegnarmi la geografia? Come se non conoscessi i brasiliani! Degli autentici selvaggi, sempre circondati di scimmie e pappagalli, gente che come nulla mangia braciola di serpente e brodo di barracuda! Gente che prende un topo vivo per la coda e se lo inghiotte sano sano, col pelo e tutto!»

«Ma no, cosa dice! Cioè, la carne di serpente l’ho mangiata anch’io, non è poi questo granché, sembra pollo, ma il brodo di barracuda è squisito, e questa storia dei topi vivi non è assolutamente vera. E comunque che ha a vedere tutto questo con me?»

«Glielo spiego io! Lei è stato quindici giorni a Ipanema…»

«Iranduba.»

«Lei è stato quindici giorni a Irandera, o come si chiama quel cazzo di città. Ha mangiato carne di formichiere gigante, di tapiro, di armadillo, ha scopato con maschi, femmine e scimmie, ha bevuto l’acqua sporca del Rio e ora se ne torna bel bello in Italia a infettare chicchessia!»

«Ma se sto benissimo! Non ho niente, io!»

«Questo lo vedremo! Intanto, ammette di essersi recato a un addio al celibato presso l’agriturismo Pappa e cena, in località Carmignano, esattamente due giorni dopo il suo rientro dalla zona infetta?»

«Sì, certo, ma non ho infettato nessuno, io. Glielo ripeto, sto benissimo.»

«Ma lo sa o non lo sa che Pagnossini Alfiero, presente alla cena in agriturismo, al momento giace in ospedale e che le sue condizioni sono tutt’altro che buone?»

«Oh, mi dispiace… Conosco a malapena Pagnossini. Ma sono certo di non averlo infettato. Eravamo ai due capi opposti della tavolata e ci siamo a malapena rivolti la parola.»

«Basta un niente, sa. Il morbo gira e va dove vuole. E non è tutto: che Pagnossini ha contagiato sua moglie e la sua amante, la quale a sua volta l’ha attaccato al commesso della farmacia dove si è recata a comprare la Tachipirina. E ancora non sappiamo tutto!»

«Mio Dio…»

«Ora comunque stia tranquillo. Le faremo le analisi e metteremo in isolamento lei e la sua famiglia.»

«Mi darete anche una terapia, voglio sperare.»

«Non esiste terapia: è questo il bello. Se è fortunato, se la cava, se no…»

*

Quella sera Stefano Mugnai fu ricoverato nel reparto di isolamento, monitorato in ogni sua funzione da diversi apparecchietti ronzanti e avvolto in una serie di teli di plastica che rendevano soffocante l’aria nel piccolo spazio in cui era confinato. Gli apparecchi emettevano di tanto in tanto suoni che non sapeva se considerare preoccupanti o rassicuranti. Non importa dire che il poveretto non chiuse occhio. La mattina seguente arrivò un’infermiera sprovvista di qualsiasi bardatura e cominciò a smontare la struttura plastificata che circondava il suo letto.

«No, ma che fa, signorina, non lo sa che sono contagioso?»

«Non si preoccupi, è tutto sotto controllo» disse lei facendogli una strizzatina d’occhio. Lo staccò da tutte le macchine e gli portò un caffè piuttosto lungo in un bicchiere di carta. Qualche minuto dopo arrivò il medico che l’aveva bistrattato il giorno prima.

«Le sue analisi sono negative» gli disse.

«Negative? Ma come… la bistecca di anaconda, il formichiere…»

«Sciocchezze, sciocchezze, lei sta benissimo. Non è lei il Paziente Zero. Eh, abbiamo preso un granchio, lo devo ammettere. Ora le firmo le dimissioni, così se ne può tornare a casa.»

*

Nello stesso momento, Bartolomeu da Silva, cameriere al ristorante Pappa e cena, apriva la porta di casa.

«Entaõ» disse entrando. «Ho messo la mamma sul treno per Roma, alla stazione l’aspetta il cugino Octavio, l’accompagna all’aeroporto, domani sarà a Bahia.»

«Sono preoccupata» disse Annika, la sua ragazza: una svedese da sballo. «Laggiù c’è l’epidemia… sarebbe stato meglio se fosse rimasta qui da noi.»

«Lo so, lo so. Gliel’abbiamo detto… ma è voluta tornare a casa sua. Ma sai perché io non mi preoccupo? Perché la mamma è una forza. Nulla la distrugge, a lei!»

«Che fai, oggi? Lavori?»

«Claro. A proposito, dice la padrona che hai fatto un buon servizio, venerdì scorso, a quell’addio al celibato. Dice che se le capitano altre occasioni ti chiama.» «Basta che non mi tocchino clienti arrapati come quello che l’altra sera mi ha infilato la lingua in bocca e ha iniziato a tastarmi le tette come se niente fosse. Ma gli ho dato uno schiaffo che gli sono rimaste le cinque dita per almeno tre giorni, ci puoi giurare. Ubriaco fradicio…

2 risposte a “Paziente Zero by Marisa Salabelle”

  1. […] Vennero a prenderlo alle tre di notte. Dormiva. Erano bardati come astronauti, e lui pensò di essere ancora smarrito dentro un sogno. Lo scossero, gli parlarono attraverso visiere di plexiglass: non capiva una parola. Infine capì che doveva alzarsi. Non gli lasciarono il tempo di vestirsi, non gli fecero prendere il cellulare: non le servirà, gli dissero. Continuar leyendo […]

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