By Federico Cinti Strapiombo di dirupi, cime brulle, e la profondità verde dell’acqua, su cui la fuga nera delle nubi trova nel suo riflettersi uno specchio. Un gabbiano vi giunge ad ali tese, dalle nordiche estreme lontananze; la lunga strada non ha alcun valore: lo conduce la forza dell’amore. «Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!…
Strapiombo di dirupi, cime brulle,
e la profondità verde dell’acqua,
su cui la fuga nera delle nubi
trova nel suo riflettersi uno specchio.
Un gabbiano vi giunge ad ali tese,
dalle nordiche estreme lontananze;
la lunga strada non ha alcun valore:
lo conduce la forza dell’amore.
«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!
Ritornatene subito al tuo mare!
Qui tra le asprezze del paese alpino
solo amaro dolore incontrerai».
Si vuole riposare nel canneto
e spiare in tralice il proprio amato;
da lì deve calarsi volteggiando
alto sopra le cime degli abeti.
E ripensa, ripensa ai lunghi anni,
in cui tutto, in cui tutto gli donava,
in cui visse e soffrì solo per lui,
sempre pronto a qualsiasi sacrificio.
«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!
Ritornatene subito al tuo mare!
Qui tra le asprezze del paese alpino
solo amaro dolore incontrerai».
Guarda, ora giunge il piccolo sparviero,
e il cuore batte rapido al gabbiano;
ma il gabbiano indispone lo sparviero
e quest’oggi ne ostacola ogni volo.
E la furia sfrenata del suo becco
colpisce dritto il cuore innamorato,
finché, ferito a morte per lo strazio,
non diventa di fredda, dura pietra.
«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!
Ritornatene subito al tuo mare!
Qui tra le asprezze del paese alpino
solo amaro dolore incontrerai».
Caldo sangue del cuore, rossi cerchi
nella profondità verde dell’acqua,
e l’eco manda un gemito sommesso:
«Una volta che è lì, è lì per sempre!».
Erano ormai lontani i giorni del «divino soggiorno a Ischl», come ebbe a definirlo Franzi, nell’agosto del 1853, il «divino soggiorno» dell’incontro e del fidanzamento, quando Sisi compose questi versi. Dopo più di trent’anni – siamo nell’agosto del 1885 a Ischl – di matrimonio nulla o quasi era più intatto, se non forse il trasognato ricordo del ventitreesimo compleanno dell’imperatore, il 18 agosto, e la benedizione con acqua santa del parroco della piccola cittadina termale, alle 11 del 19 agosto, presso cui si erano recati per scambiarsi le reciproche promesse di matrimonio. Da allora in poi la villa imperiale avrebbe avuto la forma di una «E», in onore di Elisabeth, nome di cui Sisi era diminutivo.
Sisi non era più la ragazzina intimorita di quei giorni estivi. Il gesto della zia Sofia, futura suocera, di cederle il passo all’ingresso della chiesa, ligio al cerimoniale di corte spagnolo, unica legge della famiglia imperiale, non l’avrebbe lasciata indifferente come quel giorno luminoso. Ormai, Sisi era il gabbiano in continua fuga dal mondo e da se stesso. Era sì imperatrice d’Austria, apostolica regina d’Ungheria etc., come iniziava il suo lungo titolo nobiliare, ma era soprattutto una donna infelice contro cui il destino non aveva ancora smesso d’accanirsi. Era finita per sempre «la favola bella / che ieri / t’illuse, che oggi m’illude» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 29-31), l’amore che era stato promesso eternamente.
Il gabbiano, die Möve, ritorna dal Mare del Nord al lago incantato di Alm, dove l’attende der klein Sperber, il piccolo sparviero, per straziarle il cuore innamorato. Di nuovo, senza pietà, Caesar […] accipiter velut (Orazio, carm. I 37, 16-17) macchia le acque limpide di puro sangue. Eppure, il gabbiano fugge, fugge ancora e per sempre da quell’animale così piccolo e così molesto. Resta lo strazio di un cuore infranto che, per sopravvivere alla contingenza e alla storia, si deve fare freddo come il metallo e duro come la pietra.
Restano le acque del lago austriaco di Almsee a narrare gli eventi. Questa lirica è la prima di quattro, disposte in successione, nello scrigno segreto dei Nordseelieder (Canti del Mare del Nord), primo dei tre libri del Diario poetico – Das poetische Tagebuch – di Sisi. Anche se non è letterale, credo la mia traduzione colga il profondo senso poetico di questa confessione così amara e distaccata, una vera e propria leggenda che respira ancora tra quei monti incantati, in cui la verde profondità dell’acqua si fa specchio al nero delle nubi.
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