By Pina Bertoli

Le correzioni, di Jonathan Franzen. È l’autunno della società americana, prima della caduta rovinosa della borsa e dell’ottimismo proprio degli anni Ottanta. Temi portanti del ‘900 letterario. I protagonisti del romanzo, che si incentra sulle relazioni umane, sono i membri della famiglia Lambert, originari di una piccola città del Midwest americano. Ecco il magistrale incipit: «Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine.»

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, di Nasim Marashi. Tre giovani donne, la cui amicizia è nata nelle aule della facoltà di ingegneria dell’Università di Tehran, si confrontano, sulla soglia dei trent’anni, con scelte importanti dalle quali dipenderà il loro destino futuro. Qui trovate la mia recensione.

L’autunno del patriarca, di Gabriel García Márquez. È la storia di un patriarca, dittatore di uno stato caraibico, giunto ormai “nell’autunno della sua vita”, dunque un autunno metaforico. Il Patriarca è l’incarnazione letteraria di tutti quei regimi autoritari partoriti nel seno dell’America Latina. Una potente allegoria.

Le regole della casa del sidro, di John Irving. Il più celebre dei romanzi di Irving narra la storia di Homer Wells, un ragazzo dall’animo ricco di sentimenti e ideali cresciuto nell’orfanotrofio di St. Cloud’s nel Maine, e del medico-padre Wilbur Larch. Drammatico e struggente racconto ambientato nel dorato e croccante autunno del New England.

Sotto la stella d’autunno, di Knut Hamsun. L’autunno norvegese. Fuggito «dal chiasso della città e dalla ressa e dai giornali e dalla gente, fuggito da tutto», il consueto vagabondo in cui Hamsun proietta la sua esacerbata irrequietudine, dandogli qui addirittura il proprio nome, Knut Pedersen, è fermamente deciso a «trovare la pace a ogni costo». Ma la partenza per la campagna non nasconde in realtà che la ricerca di qualcosa di vago e indefinito. Eterno viandante, non sa, o non vuole raccogliere quel che incontra sul cammino: la strada lo riporterà al punto di partenza, alla città, alla sofferenza, alla passione, in fuga verso un’altra esistenza.

Spesso sono felice, di Jens Christian Grøndahl. Questo libro è una lunga lettera, un collage di ricordi che, unendo tra loro passato e presente, accostandoli e creando effetti di rimando, come in una galleria di specchi, ammanta il lettore di malinconia e di appagamento. È la settantenne Ellinor – una donna schiva, che trattiene le emozioni dentro di sé – che scrive. Ha una vita complessa alle spalle, punteggiata da poche gioie e molte amarezze; tuttavia, arrivata alla sua età, riesce a fare un bilancio e a guardare con distacco e una certa serenità alla sua vita. (la mia recensione)

Autunno egiziano, di Nagib Mafuz. Ambientato al Cairo, durante la Rivoluzione egiziana del 1952, racconta la storia di Isa al-Dabbagh, funzionano del governo. In seguito ai sollevamenti popolari che accompagnarono la cacciata di re Farouk I, Isa viene licenziato in tronco con l’accusa di corruzione. Pur riconoscendo le ragioni della Rivoluzione, egli è tuttavia convinto di avere sempre agito secondo le norme: così rifiuta testardamente le raccomandazioni dell’influente cugino Hasan, e pian piano perde la fiducia e l’amore della sposa promessa, Salwa. Lentamente la sua intera esistenza scivola verso il fallimento e la desolazione, mentre il suo Paese affronta le ambiguità e il dissesto creati dalle tensioni politiche di un periodo convulso.

Il grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald. Il mito americano si decompone pagina dopo pagina, mantenendo tutto lo sfavillio di facciata ma mostrando anche il ventre molle della sua fragilità. Una descrizione spietata e partecipe del mondo fastoso e frivolo degli anni Venti nelle pagine indimenticabili dello scrittore simbolo della «generazione perduta».

Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. Pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1943, tradotta da Fernanda Pivano e scoperta da Cesare Pavese, ogni poesia racconta, in forma di epitaffio, la vita dei residenti dell’immaginario paesino di Spoon River (il cui nome deriva da quello di un omonimo fiume realmente esistente, che scorre vicino a Lewistown, città di residenza di Masters), sepolti nel cimitero locale. Lo scopo di Masters è quello di demistificare la realtà di una piccola cittadina rurale americana.
E da ultimo, vi propongo questo reportage, un saggio che interpreta l’autunno come il tramonto di un Paese, appena uscito sconfitto e devastato da una guerra che ha lasciato sul campo milioni di morti e macerie.

Autunno tedesco, di Stig Dagerman. Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall’Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro che è considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario. Dagerman scava nelle contraddizioni della Germania postbellica offrendoci un manifesto di accusa contro tutte le guerre, e una riflessione amaramente attuale sul potere, la giustizia e lo Stato.
Vi rimando alla recensione di Benny, su Il verbo leggere, che approfondisce con grande attenzione questo libro.

Questa volta la storia comincia in un bosco, dove la luce dorata e bassa gioca tra i cespugli colorati, e l’aria ormai fresca porta con sé quell’odore inconfondibile di funghi e di terra. In queste pagine incontreremo gli autunni antichi dei pastori e degli dei; quelli medievali di mercanti e contadini, di cavalieri, monaci e pastori; quelli moderni di uomini e donne, ognuno con il suo carico di ricordi, desideri, avventure, conoscenza. Perché l’autunno è un po’ come il tornare a casa quando il viaggio si è compiuto, l’entusiasmo euforico della primavera è ormai lontano, e la serena pienezza dell’estate già alle spalle. Davanti a noi adesso solo lunghi giorni di pioggia e nebbia, animati dai riti della vendemmia, dal vino, e dai frutti tardivi che colorano le mense. Sere di feste e di paure, perché in autunno i morti e i «mostri» sono sempre lì per ritornare. Ma l’autunno più bello è quello intimo e segreto dei ricordi della nostra infanzia, trascorso in qualche bosco ormai lontano, incendiato di foglie rosse e gialle.
Le stagioni di Alessandro Vanoli. L’orologio della terra da sempre scandisce il nostro operare e il nostri sentire. Quattro libri per raccontare la storia di un rapporto antico e sempre rinnovato tra uomo, natura e tempo. Arte, letteratura, tradizioni religiose, musica: le stagioni sono parte di noi, abitano i nostri sentimenti, ricordi e sogni.




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