- Mobilitato

Quel sabato di fine ottobre a Madrid, invitava a passeggiare per Recoletos, il viale della strada Velázquez o la Castellana a godere della temperatura mite che c’era durante il giorno. Per Enrique, come per qualsiasi altro giovane che aveva appena compiuto 20 anni solo da qualche giorno, era quello che voleva ed era naturale. O giocare una partita di calcio, con i suoi fratelli Justo, José Luìs e come portiere, il più piccolo di tutti, Rafael.
Senza dubbio, nonostante quanto fosse gradevole il tempo atmosferico, l’atmosfera per strada era molto diversa, soprattutto da alcuni giorni. Su Enrique aleggiava una tormenta di proporzioni bibliche e il peggio è, che anche se lo intuiva, nessuno sarebbe stato capace di anticipare ciò che sarebbe successo dopo.
All’inizio, non aveva potuto immatricolarsi come sarebbe stato suo desiderio, al quarto anno di Medicina della Facoltà. In verità, l’Università era chiusa all’insegnamento. E tutto perché alcuni militari distaccati in Africa, agli ordini di un Generale che nessuno conosceva, avevano fatto un colpo di stato alcuni mesi prima.
Ciò che a posteriori sarebbe stata conosciuta come guerra civile e fino ad allora era “la ribellione di alcuni militari”, a Madrid capitale, stava progressivamente colpendo la capitale. Al principio fu il bombardamento che ebbe luogo alla fine del mese nell’agosto precedente, appena fuori dalla città. E anche se le autorità avevano dato istruzioni alla popolazione sulle azioni da prendere per proteggersi e avevano segnalato i rifugi per situazioni simili, la verità era che il cuore di Madrid non ne aveva risentito più di tanto. Gli affari, i negozi, i bar e le caffetterie, perfino i cinema e i teatri, mantenevano le loro attività, come se non stesse succedendo nulla [1].
Senza dubbio, la nuova situazione, sì che influenzò e molto, alcuni aspetti quotidiani, alcuni dei quali, sarebbero difficilmente comprensibili al giorno d’oggi. Per esempio, il modo di vestire. Da quando avvenne la rivolta militare e si erano polarizzate le posizioni politiche in città come Madrid, che si mantenne fedele al governo legittimo repubblicano, cominciò ad essere obbligatorio un modo di vestire più “proletario”, meno da “signore”. Così iniziarono a sparire cravatte, vestiti e cappelli, sia da signori che da signore, cercando in questo modo di dare un profilo più da operaio, mentre si poteva accompagnare il proprio outfit con espadrillas o simili, erano meglio quelle che indossare delle scarpe lucide. Anche essere uno studente universitario non sembrava essere un buon consiglio.
E senza dubbio, allo stesso tempo, si respirava una certa aria di passività, di un atteggiamento apatico o di spavalderia tradizionale, in relazione a ciò che stava accadendo. Anche se quasi fin dall’inizio, l’approvvigionamento di generi alimentari di base cominciò a soffrire di irregolarità.
Forse era per questa “passività” reale o finta o perché il governo era a conoscenza di ciò che si avvicinava, il recentemente nominato Presidente della Repubblica, Largo Caballero, prese una serie di misure dirette per evitare che la capitale cadesse in mano ai ribelli e con ciò, perdere la guerra in 6 mesi. Non per niente, il cosiddetto esercito nazionale, in queste date, era ad appena 15 km da Madrid e la caduta della capitale, era data per scontata.
Così il Presidente decise di prendere il toro per le corna e lanciò un processo di mobilitazione generale che colpiva tutti gli uomini tra i 18 e i 45 anni.
A Enrique, arruolarsi in una guerra piaceva quanto spararsi a un piede, qualcosa che sicuramente, era abbastanza comune fra alcuni più codardi, che con un proiettile – alla mano, questo sì, non al piede – volevano liberarsi della guerra e che in alcuni occasioni quello che incontrarono fu una parete di fucilazione. Però Enrique non aveva nemmeno molte alternative. In verità, il Decreto di mobilitazione non gliene lasciava nessuna. L’Università era chiusa. Prima o poi, lo avrebbero mobilitato per la sua casa di campagna ed era abbastanza più prudente presentarsi “volontario”[2] che non che venissero a cercarlo a casa.
Con questo spirito ottimista che lo caratterizzava, cercò di trovare il lato positivo di andare in guerra: avrebbe acquisito alcune conoscenze mediche in un altro modo e dopo – secondo i suoi piani – quando questa pazzia sarebbe finita, gli sarebbero servite per completare i suoi studi ed esercitare quella che era la sua passione: la medicina.
D’altro canto, dalla settimana precedente, l’atmosfera di Madrid era diventata molto tesa e la stampa le faceva eco. In una settimana Madrid era passata dal navigare in un placido lago di acque tranquille, allo stare sul piede di guerra. Il lancio di volantini, le manifestazioni, gli slogan degli altoparlanti, gli ordini specifici dei suoi leader, tutto incoraggiava – piuttosto obbligava – ad arruolarsi subito e lottare. Il presidente del governo, Largo Caballero, aveva assegnato tale compito di agitazione al Quinto Reggimento della Milizia Popolare e a un suo Commissario Politico – figura recentemente instaurata – Vittorio Vidali. Un uomo energico che si esprimeva con pienezza in termini poco ambigui e abbastanza minacciosi[3]
“Si tratta di vincere la guerra. Si tratta di salvare Madrid. Si tratta di vittoria o sconfitta. Chi si oppone, chi mette in difficoltà, chi è indifferente, chi è pessimista, chi da, chi barcolla, chi sabota, è un traditore, e come tale deve essere trattato”.
“Per difendere Madrid bisogna punire in modo severo e pubblicamente i seminatori di bufale, i codardi, i pessimisti, chi si lascia prendere dal panico. Bisogna creare la psicologia di guerra. Farla finita con la frivolezza. Che la nostra allegria sia entusiasmo, serietà, spirito di sacrificio.”
E’ che, con questo panorama, ad Enrique non restavano molte opzioni tra cui scegliere. In più, la sua giovinezza e il suo onnipresente ottimismo, gli dicevano che quella stupida guerra, sarebbe finita presto e che tutto sarebbe tornato alla normalità. E chiunque avrebbe vinto, visto che lui non avrebbe sparato un solo proiettile, nessuno lo avrebbe potuto accusare di niente che non fosse salvare vite. Beata ingenuità.
Giorni prima, giusto il giorno del suo ventesimo compleanno, ne stava parlando con i suoi genitori durante gli intimi festeggiamenti familiari.
La famiglia Usín-Rodríguez, viveva modestamente nel soppalco di un edificio di via Velázquez, a Madrid. Un appartamento interno, le cui finestre – e non tutte – davano a un patio di luci.
A Justo, suo padre, come era logico, non gli piacque per niente l’idea che il figlio si mobilitasse. Come neanche gli piaceva l’idea che la Spagna si vedesse immersa in un conflitto armato per colpa di alcuni militari ribelli. Anche se, la verità, era che l’aria di violenza, per un lato o per l’altro, era andata aumentando da anni e sembrava non avere fine. Alla fine, si stava convincendo la popolazione che la guerra “era inevitabile” o quasi.
Don Justo Usín Amurrio, era un rioiano di Casalareina, di circa 50 anni, di bassa statura e un po’ obeso, ciò che probabilmente gli provocava il diabete di cui soffriva. Sempre dritto (era figlio di una Guardia Civile), cattolico praticante, aveva fatto in modo che i figli si formassero con gli Esculapi. La sua posizione come Capo della Pubblicità del giornale ABC, della capitale, e le capacità della sua prole, avevano contribuito a che potessero ricevere una formazione che, per quel tempo, era quasi elitista. In verità, Enrique, il secondo dei suoi 4 figli, era entrato alla Facoltà di Medicina a 16 anni, un fatto questo – della formazione superiore – che poteva vantare solo l’1% in quella società.
Josefina Rodríguez, la madre della famiglia, era una donna minuta con un profilo aquilino, nata a Orio, provincia di Guipúzcoa. Aveva un carattere tipicamente basco, anche se curiosamente, entrambi i genitori erano di Madrid. Era seria, di forte personalità e determinazione. Nonostante la sua bassa statura, imponeva la disciplina in casa come se si trattasse di un sergente dell’esercito. Alla fine, fu quel temperamento e quella determinazione che contribuirono in gran parte a portare avanti la famiglia quando un anno dopo, nel 1937, sarebbe rimasta vedova, con 4 figli, due dei quali in una guerra civile, uno a Madrid (Enrique) e il più grande, Justo (figlio) destinato a Valencia, mentre il terzo, José Luìs, un incidente nell’ufficio dell’esercito in cui lavorava, quasi se lo portava all’altro mondo. Il motore che stava guidando, per qualche strano motivo esplose e il fuoco colpì soprattutto le gambe.
Fu sul tavolo, all’ora del pasto, quando Enrique e suo fratello maggiore, Justo, lanciarono la bomba, non perché se ne sospettasse, meno dolorosa. Quella era tutt’altro che una festa di compleanno.
- —Il prossimo sabato mi devo presentare all’Ufficio Reclute numero 2 – lasciò andare Enrique senza preavviso.
Dopo alcuni secondi di fitto silenzio e di sguardi scambiati fra la madre e Don Justo, prese la parola, come spettava al capo famiglia.
- —Vedo che l’hai già deciso, figlio – disse con dolore.
- —Non è esattamente una mia decisione, papà. Da alcuni giorni il decreto del governo era un ordine di mobilitazione generale. E non ha neanche molto senso che aspetti un anno che mi chiamino alle file. Alla fine perché? Perchè aspettare un anno? Che faccio durante questo anno se non posso neanche studiare all’Università? Almeno, ho la speranza di poter acquisire grande esperienza pratica che mi sarà utile più avanti, quanto tutto questo sarà finito, a migliorare come medico.
- —Anche io devo arruolarmi – finì di rovinare la festa, Justo, il maggiore.
Mentre l’orgoglio e le pause di buona madre basca, impedivano che donna Josefina lasciasse andare una sola lacrima di fronte ai figli, il padre nascondeva la faccia fra le mani, cosciente di quello che sarebbe successo a breve. La tragedia si era fatta atto di presenza, senza previo avviso, in quella che era stata pensata come un’allegra festa di compleanno, in mezzo a una guerra civile. Per lo meno, questo pensava il padre tra sé – i due fratelli erano nella stessa situazione – non come in altri casi che conosco.
In quel momento, il patriarca, si alzò visibilmente colpito per tutto quello che stava succedendo. Al punto da lasciarsi andare e scoppiare in lacrime, si contenne, prese il suo bicchiere e lo riempì con un po’ del vino che gli era stato proibito e che il resto stava bevendo, e invitò a che gli altri si alzassero dalle sedie per fare un brindisi:
- —Non me ne importa un cazzo di chi vinca questa maledetta e stupida guerra. Sicuramente la perderemo tutti. Solo chiedo a Dio che mi restituisca vivi i miei figli e tutti i miei cari. Che Lui, vi protegga dove vi mandi il destino e siate fedeli a quello che vi ho insegnato.
- —Amen – disse Enrique.
- —Magari, papà – aggiunse il figlio Justo.
E tutti bevvero e vuotarono i loro bicchieri.
Erano lontani dall’indovinare che solo un anno più tardi, sarebbe venuto a mancare il padre, come conseguenza del suo diabete.
Dopo tornarono a prendere posto e fu quando la madre non potè contenere l’immensa angoscia che sentiva per il futuro immediato. Ci sono cose, che neanche una madre basca, per forte che potessere essere, era capace di sopportare. E cominciò a piangere come non ebbe mai fatto, in totale disperazione. Tutti si fusero in un grande e caldo abbraccio.
[1] La gente gremiva cinema e teatri vicino a edifici bombardati; i ragazzi sono andati agli istituti in mezzo alle barricate e ai controlli dei miliziani; e i funzionari sono andati al lavoro in tram o in autobus. Sebbene molti credano che un conflitto armato paralizza la vita quotidiana e subordina ogni cosa allo sforzo militare, la vita continua e il sentimento di normalità funge da terapia, sfogo e incantesimo contro la paura. Madrid (1936-1939). Una guida alla capitale in guerra (Edizioni La Librería)
[2] I Battaglioni Volontari vengono creati a Madrid, il cui reclutamento sarà effettuato tra i miliziani attuali, di età compresa tra i venti e i trent’anni (30/08/1936 – DO Ministero della Guerra – Anno XLIX.—Numero 171)
[3] Rivista Estampa 24-10-1936
Título original: “Tras las huellas de una sombra”, disponible en Amazon (pinchar aquí).
Versión en italiano:” Sulle tracce di un`ombra”, disponible en ebook (pinchar aquí).
SINOPSIS:
Alla fine della guerra civile spagnola, il governo della “Nuova Spagna” di Franco lanciò un complesso e machiavellico sistema di repressione, diretto contro tutti quei prigionieri repubblicani che avevano perso la guerra. Da quel momento in poi, le centinaia di migliaia di prigionieri (repubblicani e non), subirono nella loro carne – letteralmente – il calvario del lavoro forzato, dell’internamento nei campi di concentramento o nelle prigioni e, in alcuni casi, direttamente la morte.
Sebbene la stragrande maggioranza dei casi, le rappresaglie appartenessero a partiti politici, sindacati e altre organizzazioni di sinistra, alcuni prigionieri, cattolici praticanti e addestrati negli scolopi, non furono risparmiati.
Questa è la storia di Enrique, uno di quei prigionieri, che nel 1936, all’età di 20 anni, fu costretto a partecipare a una guerra civile, invece di continuare i suoi studi di medicina all’Università.
Durante i successivi 20 anni, non cessò nei suoi sforzi per finire la sua laurea e sebbene non sparasse un solo colpo, perché fece la guerra lavorando in un ospedale, fu formato un processo militare sommario, fu condannato a dodici anni e un giorno per “aiutare la ribellione”, subì l’internamento nei campi di concentramento, carceri, Battaglione Operai per svolgere lavori forzati, e tutto il resto pur essendo cattolico e di destra. Ero semplicemente dalla parte sbagliata nel momento meno opportuno.




Lascia un commento