Sulla nostra piccola imbarcazione eravamo quattordici. Eravamo in mare da giorni, non saprei dire quanti. In balia della corrente, andavamo alla deriva: avevamo lasciato a malincuore le coste italiane, avevamo navigato verso Ovest, ci eravamo lasciati alle spalle Gibilterra. Il nostro obiettivo era raggiungere le coste occidentali del Marocco e cercare accoglienza in quello splendido paese baciato dal sole e lambito dall’Oceano.  Poi a un tratto il motore del nostro scafo s’era guastato e da quel momento avevamo perduto la rotta.

Da quando in Europa imperversavano la guerra, i fenomeni climatici estremi e la miseria, l’Africa aveva cominciato ad apparirci come un luogo più sicuro e confortevole. Non eravamo certo i primi ad essere partiti, e in un primo momento gli africani avevano accolto amichevolmente i profughi europei. Laggiù la situazione era migliore sotto tutti gli aspetti e per i migranti non era difficile trovare qualche lavoretto. Ma, da un certo momento in poi, i governi africani avevano cambiato atteggiamento. Avevano inserito regole restrittive, avevano cominciato a dire che la nostra presenza causava insicurezza nella popolazione e problemi di ordine pubblico. Ma figuriamoci! La stessa gente, all’inizio così cordiale e comprensiva, aveva iniziato a mostrarsi ostile nei nostri confronti.

«Cosa venite a fare qui, musi bianchi. Non vi vogliamo, tornate a casa vostra!»

Ma noi abbiamo continuato a imbarcarci su mezzi sempre più precari, perché ormai le nostre case non erano sicure, i nostri campi erano desertificati e i nostri figli deperivano a causa della fame e delle malattie.

E ora eccoci qui, senza nemmeno più sapere dove ci trovavamo, mare da tutte le parti, mare grosso agitato. Eh, l’Oceano non è uno scherzo! A un tratto, all’orizzonte, apparve qualcosa. Solo un puntino all’inizio, che andò ingrandendosi man mano che si avvicinava: alla fine la vedemmo bene, era una nave, ed era proprio vicina a noi, si avvicinava sempre più…

«Aiuto! Salvateci! Siamo naufraghi!»

«Non possiamo! Abbiamo già effettuato un salvataggio e stiamo andando a portare le persone che abbiamo soccorso nel porto che ci è stato indicato.»

«Prendete anche noi!»

«Non possiamo! Non è permesso fare più di un salvataggio per volta.»

«Siamo solo quattordici: non occuperemo molto spazio…»

«Non è una questione di spazio: posto ce n’è. Solo che non possiamo. Dobbiamo andare subito al porto.»

«Allora sbrigatevi e tornate a prenderci. Resisteremo!»

«Ci dispiace molto. Il porto verso il quale ci dirigiamo è a otto giorni di navigazione… più altri otto per il ritorno…»

«Ma noi moriremo!»

«Ci dispiace tanto…»

2 risposte a “Ci dispiace tanto Racconto di Marisa Salabelle”

  1. Verrà il momento che anche noi avremo bisogno, è una ruota che gira…

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