Nel 2020 ho pubblicato, con la casa editrice Arkadia, Gli ingranaggi dei ricordi.
Si tratta di un romanzo, quindi di un’opera di invenzione, ispirato però alle vicende delle mie due famiglie, quella materna e quella paterna, negli anni della Seconda guerra mondiale, e precisamente nel 1943-44. Tre adolescenti senza mamma e piantati in asso dal padre, che percorrono la Sardegna a piedi; una famiglia borghese costretta a sfollare in campagna da una Cagliari semidistrutta; un medico militare, un partigiano, un attentato, un parto travagliato… tutte vicende che mi sono state raccontate da bambina, alle quali ho aggiunto una scrupolosa ricostruzione storica e un pizzico di fantasia. Ma la storia alla quale non ho aggiunto un rigo di mio è quella del prozio Silvio Serra, fratello minore della mia nonna materna, una storia poco nota che ho cercato di ricostruire per quanto era possibile. Trasferito con la madre e la sorella a Roma, dove frequentò il liceo classico e fu compagno di classe di Luigi Pintor, Silvio entrò nei Gap, gruppi di azione patriottica. Partigiani che agivano nelle città con metodi diversi rispetto a quelli dei classici partigiani di montagna che conosciamo bene. Il gruppo di cui faceva parte organizzò e attuò l’attentato di via Rasella, nel quale morirono 33 soldati tedeschi. La rappresaglia, come è noto, fu dura e portò alla fucilazione di ben 335 italiani nelle Cave Ardeatine, in seguito rinominate Fosse. Silvio riuscì a essere latitante per un po’ di tempo, poi fu arrestato grazie alla delazione di un compagno, tale Guglielmo Blasi, fu arrestato e torturato e sfuggì fortunosamente alla morte per poi arruolarsi nel Battaglione Cremona che combatté la Battaglia del Senio, nella quale Silvio trovò la morte presso Alfonsine. Era l’11 aprile del 1945, la guerra sarebbe finita di lì a pochi giorni, Silvio aveva 21 anni.
Alfonsine è a mezza strada tra Ravenna e Ferrara: fu rasa completamente al suolo, tanto che, dopo la guerra, fu ricostruita sulla riva opposta del Senio rispetto a dove si trovava prima. Ad Alfonsine c’è il Museo della Battaglia del Senio ed era tanto che desideravo andarci e presentare lì i miei Ingranaggi. Il mio desiderio si è realizzato la settimana scorsa. Arrivati a Ravenna verso metà mattina di giovedì 19 gennaio, io e mio marito ci siamo goduti per l’ennesima volta i magnifici mosaici di San Vitale e Sant’Apollinare nuovo, abbiamo mangiato in un locale delizioso e nel pomeriggio ci siamo incamminati verso Alfonsine, non senza fare una pausa, lungo la strada, a Camerlona, dove si trova il monumento commemorativo dei caduti della Cremona. Il tempo, che era stato tiepido e soleggiato, aveva virato bruscamente verso freddo e pioggia; le strade della cittadina erano deserte, il buio incombeva, la pioggia scrosciava implacabile: pessimo auspicio per la mia serata. Mentre aspettavamo in macchina, nel parcheggio del Museo, che la situazione si evolvesse in qualche modo, una signora sorridente si è avvicinata alla nostra auto:
«Siete voi?»
«Siamo noi!»
Era la direttrice, Antonietta Di Carluccio, una donna attiva ed entusiasta, che dirige questa istituzione dal 1997 e ne ha fatto un luogo della memoria veramente interessante e coinvolgente. Aule interattive, cartelloni esplicativi, collezioni di uniformi, armi, oggetti di vita quotidiana.
«Ho una sorpresa per te», mi ha detto alla fine: con aria da cospiratrice mi ha portata dentro una specie di ripostiglio e ha raccolto da terra un poster incorniciato che se ne stava girato contro il muro: era un collage di foto e testo, realizzato in onore del mio prozio da colui, ho saputo, che era stato il suo comandante!
Più tardi, alla presenza del sindaco di Alfonsine, dei rappresentanti dell’Anpi locale, del mio amico scrittore Paolo Casadio che mi ha egregiamente introdotta, e di un pubblico non foltissimo ma attento e partecipe, abbiamo parlato a lungo del libro, della Sardegna, della guerra, dei partigiani e di Silvio. Un omaggio che da tempo dovevo rendere al mio prozio e che finalmente sono riuscita a dedicargli.





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