La sera del 17 dicembre 2010 il mio aereo proveniente da Francoforte, dopo aver girato a lungo sui cieli appenninici travolti da una bufera di neve di dimensioni inaspettate, decise di atterrare a Bologna anziché a Peretola, dove le condizioni atmosferiche erano decisamente peggiori. Lo steward ci informò che erano stati predisposti degli autobus per accompagnarci all’aeroporto di Firenze, ma che da pochi minuti l’autostrada era stata chiusa e che qualsiasi altro percorso era impraticabile: avremmo dovuto rassegnarci a passare la notte in aeroporto. La cosa mi mise in grande agitazione: dovevo a tutti i costi raggiungere casa mia, a Pistoia, dove mia moglie stava per dare alla luce il nostro primo figlio, e le ultime notizie che avevo avuto da lei prima di imbarcarmi mi informavano che il travaglio era già cominciato. Appena sceso a terra provai a contattarla, ma non mi rispose; chiamai mia suocera, che si trovava già in ospedale.

«Sbrigati, Luca, non vorrai perderti la nascita di tuo figlio, spero!»

Già! Come se la cosa fosse dipesa da me. Non avevo potuto rinunciare a quel viaggio di lavoro che mi aveva tenuto lontano da casa per tre giorni e che aveva fatto incazzare mia moglie di brutto: cosa avrebbe detto se non mi fossi presentato in tempo utile per tenerle la mano e sussurrarle parole di incoraggiamento durante il parto? Dovevo giocarmi il tutto per tutto. Uscii dall’aeroporto e mi ritrovai sotto una fitta nevicata. Qualche auto però circolava e riuscii a trovare un Uber che per una tariffa maggiorata mi portò alla stazione ferroviaria.

«La linea per Prato è interrotta», mi informò il bigliettaio, «però se deve andare a Pistoia c’è sempre una possibilità.»

«Ovvero? Non mi faccia stare sulle spine!»

«La Porrettana», disse l’uomo. «A quel che mi risulta è ancora in funzione. Certo, c’è il rischio che si blocchi a metà percorso…»

«Mi faccia un biglietto!»

La Porrettana! Mitica! Partiva da un binario lontanissimo che raggiunsi correndo, col fiatone, trascinandomi dietro il mio trolley. Il treno era di quelli vecchi, non aveva il muso aerodinamico né strisce variopinte sulle fiancate ma una carrozzeria di un marrone opaco, il muso stondato, chiazze di ruggine sparse qua e là. Se non fosse stato impossibile, avrei detto che si trattasse di una littorina. Sono sempre stato un appassionato di treni e so riconoscere un modello storico, se me lo trovo davanti. Era proprio una littorina, modello Centoporte. Aprii uno dei mille sportelli che mi si pararono davanti e mi ritrovai proiettato negli anni Cinquanta: sedili in legno, tendine damascate sui toni del marrone, una gran folla di passeggeri, seduti e in piedi, vestiti in fogge antiquate e muniti di borse, involti, fagotti, valigie squadrate. Cercai di farmi strada col mio trolley in mezzo tutta quella gente, ma pareva non ci fosse posto nemmeno per uno spillo fino a che una donna non liberò una piccola porzione di sedile, spostandosi in grembo un bambino addormentato, per farmi sedere. Nella carrozza aleggiava un forte odore di cibo, e sotto i piedi della donna che sedeva di fronte a me si intravedeva un cestino dal quale sporgeva un grosso salame. Altri passeggeri addentavano panini alla mortadella e fette di formaggio, un fiasco di vino passava di mano in mano, le persone si addossavano le une alle altre, ridevano a bocca larga, parlavano a voce alta in una cacofonia che mi sopraffece. Anni Cinquanta? Ma qui eravamo in pieno Ottocento, sperduti nella steppa come personaggi di Cechov o di Tolstoj, e lo provavano le bocche sdentate, i fazzoletti a scacchi, le gonne larghe e lunghe… era una mia allucinazione, o effettivamente i miei vicini di destra stavano parlando in russo? No, stavo sognando, era un effetto della stanchezza, dello stress. Chissà come stava mia moglie, chissà se avrei fatto in tempo a veder nascere il nostro bambino… Provai più volte a chiamare mia suocera, ma il cellulare non aveva campo. Finalmente, dopo un viaggio che mi sembrò non dovesse finire più, il treno si fermò.

«Stazione di Pistoia, fine corsa!», annunciò l’altoparlante. Mi alzai faticosamente in piedi, cercai di destreggiarmi in tutto quel marasma, afferrai la prima maniglia che mi trovai davanti e scesi. Pistoia, la mia città, che conoscevo come le mie tasche. Uscii di corsa dalla stazione: avrei chiamato un taxi e mi sarei fatto accompagnare direttamente all’Ospedale del Ceppo. Il piazzale era deserto, bianco di neve, male illuminato, irreale. Non si vedeva l’ombra di un taxi, ma non c’erano nemmeno auto parcheggiate o autobus. Era notte fonda, d’altra parte. Finalmente vidi delle luci avvicinarsi: taxi, taxi, chiamai. La carrozza, tirata da due cavalli stremati, si fermò. «Dove la porto, signore?», chiese il vetturino.

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