“A volte ho la sensazione di essere solo al mondo. Altre volte ne sono sicuro.”Charles Bukowski
Il bridge è un gioco di coppia.
Il valore delle tue carte, assieme a quelle del tuo compagno andranno a creare quello che sarà il contratto giusto da realizzare o da difendere.
Per essere bravi giocatori, sono necessarie innumerevoli qualità mentali, alcune delle quali innate, altre allenabili con impegno e dedizione.
Spesso il bridge proprio per le doti che richiede, è paragonato agli scacchi, gioco ad oggi più diffuso, che conta il quintuplo di tesserati solo in Italia.
Però a scacchi giochi da solo.
Quando ti siedi al tavolo verde invece, di fronte a te sta il tuo compagno, che ti supporta, ti sprona, ti invita, ti agevola, ti sostiene.
Esattamene quello che vorremo nella vita di tutti i giorni. Quello che ci spinge a creare ambienti famigliari in cui i problemi vengono condivisi ed elaborati in comune.
Avere solidarietà e partecipazione per le esigenze e le problematiche da chi ci sta a cuore, non solleva completamente il peso delle preoccupazioni, ma aiuta a stenderle sul tavolo e a preparare una strategia per affrontarle insieme.
Questo è il massimo che ci possiamo aspettare.
Adesso interpreto il dentista che trapana un dente quando l’anestesia non ha ancora fatto del tutto effetto e vado a toccare quel nervo scoperto che tutti talvolta avvertiamo, chi in fondo alla gola, chi in mezzo allo stomaco, chi sul cuore: parlo di quella solitudine profonda che, in certe occasioni, ti fa sentire come un asteroide che vaga nell’universo di cui nessuno si preoccupa; nemmeno di dargli un numero insignificante di immatricolazione.
Quando gioco una mano di bridge, può succedere che per motivi che non spiego (i bridgisti sanno di cosa parlo e chi non gioca non può fregargliene di meno), io sia nella condizione di chiamare un contratto ambizioso; ma quando scendono le carte del “morto” mi accorgo che in suo possesso, non ha elementi per essermi di aiuto. Ovviamente il mio partner sa quali sono i miei problemi, se potesse disegnerebbe con le proprie mani ciò che mi manca. Ma ahimè me la dovrò cavare da sola. Perché sola sono, lo sono sempre alla fine e nessuno potrà muovere le carte al mio posto.
Non so se ho reso l’idea, ma purtroppo quella solitudine che spesso ci fa credere che di noi non s’interessi nessuno, non è reale. Quello che è vero invece, è che soli lo siamo effettivamente; ma non perché c’è indifferenza nei nostri confronti, semplicemente perché nessuno può giocare la nostra partita.
Proviamo a ribaltare la questione.
Un progetto che arriva al successo, nato da una nostra idea e dalla nostra spinta, può portarci a coinvolgere diverse persone. Se alla fine avremo raggiunto la fama per noi e i nostri collaboratori, un angolo in fondo alla gola, allo stomaco o sul cuore è perfettamente consapevole che lo abbiamo creato noi, e nessuno potrà portare via quella intima soddisfazione derivata dalla consapevolezza che siamo stati gli autori del germoglio; anche se saranno in molti a festeggiare ed ad appropriarsi dei meriti, in fondo a noi, basta la coscienza di aver avviato il tutto da soli.
Ecco, un’altra forma di solitudine gioiosa che nessuno prende in considerazione, gemella omozigote di quella che ci fa sentire abbandonati.
Come si cura la gemella cattiva? Muovendo il culo e avanzando con i propri mezzi senza piangersi addosso.
Se mi ritrovo a giocare e il mio compagno ha una mano bianca (senza nemmeno un punto), non mi ha lasciata sola, cerca di aiutarmi con quello che il destino gli ha dato e finché non capisce cosa devo affrontare, non può nemmeno immaginare quali problemi possa incontrare nel corso della smazzata. Cercherò di procedere al meglio delle mie forze senza fare dei drammi inutili, che comunque non cambierebbero le carte in tavola.
Succede spesso che sentiamo i nostri problemi come incompresi. Certo che è così, come può essere diversamente? Finché non scopriremo come far migrare le personalità da un corpo ad un altro, nessuno potrà prendere possesso pienamente delle minuzie che compongono la nostra vita e che assillano le nostre giornate, motivo per cui non esiste alcuno che sia in grado di comprenderci pienamente. Possiamo solo sperare di aver vicino empatici di calibro 500 S&W Magnum che sparino ai nostri momenti di crisi.
Nella mia tumultuosa vita, nei momenti in cui mi sono sentita sola come l’ultimo esemplare dell’ormai estinta tigre di Giava, mi sono sempre rifiutata di dare un nome ai miei stati d’animo. Proclamarsi “depressa”, “esaurita”, “sola” è pericoloso come giocare col fuoco. Quando si da un nome a qualcosa, ti ci affezioni e diviene parte di te. È dal momento che vedi il termometro che ha superato i 37 che sei ammalato, prima non eri in forma, dal momento che sai di avere la febbre, sei ufficialmente influenzato e se prima ti sentivi uno straccio, ora sei a tutti gli effetti un sudario.
Ho avuto galline nel mio cortile a cui ho subito dato un nome per salvarle. Quando mia mamma, proveniente da un’altra generazione, le invitava in pentola, io l’ho sempre convinta a rinunciare adducendo al fatto che, non si mangiano gli animali con un nome, che diventano a tutti gli effetti da compagnia, come il cane o i gatti.
-Se fai il brodo con la Luisona mamma, cosa devo aspettarmi? Un prossimo hot dog con il cane?-
Dare un nome ad uno stato d’animo, spesso vuol dire promuoverlo ad animale da compagnia. Divenuto reale, ci toccherà nutrilo e occuparcene per molto tempo. Intuibile che sarà meglio adottare un gatto piuttosto che un serpente a sonagli. Meglio definirsi gioiosi che soli.
Individuo vuol dire indivisibile, il che ci rende unici e differenti da tutti. Siamo soli in mezzo a tanti e anche se questo ha risvolti che ci fanno odiare certe notti problematiche, quando ci struggiamo perché crediamo di non avere nessuno che ci capisca davvero, in realtà stiamo solo vivendo una banalissima verità che dovremmo solo accettare ed individualmente risolvere strategicamente.
Astutamente io scelgo il bridge. Dove ho capito perfettamente che sto giocando sola ma esattamente come nel quotidiano, allevio e condivido le mie esperienze con il mio corrispondente empatico, che farà tutto ciò che è in grado, per creare il massimo della collaborazione.
È bene ricordare che ci sono persone la cui solitudine è una vera condizione di abbandono, che è tutta un’altra cosa da quella grotta in cui spesso volontariamente ci rintaniamo, nella speranza che qualcuno ci venga a cercare per sentirci importanti.
Che ci piaccia o no siamo tutti soli, ma lo siamo insieme.
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