Parte I

In una casa isolata, in cima a una redola difficile da percorrere e perfino da identificare, per chi non fosse pratico dei posti, viveva la Volpe.

La Volpe era ormai una donna anziana, rimasta sola al mondo, che se ne stava sempre rintanata lassù e accoglieva urlando e gesticolando minacciosa i ragazzini che di tanto in tanto venivano a fare un giro da quelle parti, per la curiosità di vederla o la voglia maligna di farle qualche dispetto. Era magra magra, con la schiena piegata in due e le gambe secche e legnose, noccolute come rami secchi e dello stesso colore marrone scuro; aveva pochi denti in bocca e i capelli stopposi, in mezzo ai quali tra il bianco sporco che era il loro colore attuale si mescolava ancora qualche ciocca rossastra: da giovane aveva avuto i capelli rossi ed era per questo che tutti avevano preso a chiamarla la Volpe, ma non solo per questo, anche per la forma del viso, sottile, appuntito: forse un tempo quel viso aveva avuto una sua grazia, una certa arguzia, magari non proprio una vera bellezza, ma è certo che ora, tutta rinsecchita e rugosa, con le braccia lunghe e dinoccolate e le dita deformate dall’artrite, la Volpe sembrava proprio una vecchia strega. E della strega aveva anche la voce chioccia, l’umore bisbetico: quando vedeva, attraverso la finestra della cucina o oltre la rete del pollaio, dove si rinchiudeva spesso a chiacchierare con quelle due o tre galline spelacchiate che ci teneva, spuntare le teste ricciute e le gambe nude dei bambinetti che venivano fin lì, a gruppetti di tre o quattro, perché da soli neanche i più coraggiosi si avventuravano, a spiarla, maledetti! a tirarle sassi e cantarle canzoni sconce, allora balzava su come una furia, dimenando le braccia come pale, lanciando di quelle maledizioni che faceva davvero paura, e i ragazzi via, come fulmini, fino alla prossima volta, almeno.

La Volpe non si allontanava mai dalla sua casa isolata ai margini del bosco, erano anni e anni che non andava in città, ma nemmeno in paese, se è per questo, e non si sapeva come facesse a tirare avanti, sempre sola così: dalla Casaccia, un piccolo borgo al quale teoricamente apparteneva anche la sua abitazione, di tanto in tanto capitava qualcuno a darle una voce: Vado a Badia, Volpe, vado in città, vado alle Poste, al supermercato: avete bisogno di qualcosa? La Volpe non aveva quasi mai bisogno di niente, non mangiava nulla, un po’ di verdure che coltivava nell’orto, un uovo, un pezzetto di formaggio, ma la pensione, quella qualcuno gliela doveva ritirare, e la bolletta della luce la doveva pur pagare, telefono no, telefono non ne aveva. Così di tanto in tanto le toccava valersi dei servizi dei vicini, mai una volta che ringraziasse, però, loro del resto non lo facevano certo per simpatia, solo che non si abbandona in quel modo una povera vecchia, anche se è balzana e sgarbata e non si merita nulla. Che cosa poi facesse, sempre sola in quella stamberga, nessuno lo sapeva: i pochi che riuscivano a entrarci riferivano cose incredibili sulle condizioni in cui la teneva, ma anche lì, quante volte le avevano proposto, quelle donne, di venire a darle una mano di tanto in tanto: voi non ce la potete fare, Volpe, con l’artrite che avete, vengo io a darvi una spazzata, una cenciata per terra; sì, figurati, rifiutava sempre, e con che malagrazia, poi. E pazienza ora, che era vecchia e si poteva pensare che fosse un po’ uscita di testa, ma chi la conosceva bene giurava che era sempre stata così, anche da giovane, solitaria, scontrosa, capace di starsene appartata per mesi interi senza vedere nessuno, che c’era da chiedersi se fosse sempre viva, capace di cacciare via in malo modo chiunque si fosse avventurato a vedere se aveva bisogno di nulla o se magari non fosse malata…

Eh, ma c’era qualcosa al fondo di quel caratteraccio, di tutta quella stramberia, e lo sapevano i più vecchi, che tentennando il capo ogni tanto si lanciavano in lunghi racconti, storie vecchie di cinquant’anni fa. Dunque la Volpe un tempo era ragazza; aveva due fratelli maschi, che le erano rimasti sul groppone alla morte della madre, ve la ricordate la madre, la poer’Evelina: be’, morta la poer’Evelina, ormai toccava alla ragazza badare ai fratelli, du’omoni grandi e grossi che non passavano da quella porta. Avevano campi, a quel tempo, e loro fuori dalla mattina alla sera, e lei in casa, sola sola, a pulire, a far da mangiare, a lavare i panni, a rigovernare i piatti. Un bel giorno il fratello maggiore si fidanzò: portò in casa la fidanzata, ma con la Volpe non ci andava d’accordo né punto né poco, peggio ancora dopo il matrimonio, quando la sposina venne ad abitare proprio lì, in casa dei fratelli: era tutt’un litigare, e c’è da capirlo, perché la Volpe si sentiva minacciata nel suo stesso territorio mentre quell’altra non ne poteva più del caratteraccio della cognata. Dopo un po’ fu chiaro che la situazione non poteva andare avanti e i fratelli decisero di separarsi: quello sposato se ne andò a casa dei suoceri e lì mise radici, servito e riverito come un papa, e la moglie gli scodellò uno dietro l’altro tre o quattro figlioli. La Volpe rimase con l’altro fratello, che si chiamava Osvaldo, ma non c’è da pensare che anche fra loro due le cose filassero lisce come l’olio. La Volpe, era già da un pezzo che aveva superato l’età di sposarsi, ma il fatto è che nessuno la voleva perché s’era sparsa la voce in tutto il circondario di quel suo gran caratteraccio, e d’altra parte chi poteva volerla, se non usciva mai di casa, se non andava né a Tetti, né a Badia né in nessun altro paese dei dintorni, non bazzicava né fiere né mercati, non andava in processione: a malapena andava alla messa, giusto per non passar male, e nemmeno tutte le domeniche; anche nel vicinato, a Casaccia, si faceva vedere di rado; quelle donne la incontravano al lavatoio, perché lì ci doveva andare per forza, più che alla messa, ma non dava relazione a nessuna, sempre accigliata a strofinare camicie e tovaglie, a torcere lenzuola, con le braccia nodose già allora e le mani arrossate dall’acqua fredda; le donne le dicevano qualche battuta, le facevano qualche scherzo, ma niente, se ne stava sempre immusonita a quel modo. E chi l’avrebbe presa, una così? Lavoratrice, questo è vero, ma tanto esosa!  commentavano. Suo fratello Osvaldo non sapeva che fare, se sposarsi o no, visto il temperamento della sorella: e se avesse preso moglie e la Volpe le avesse fatto una guerra come aveva fatto alla moglie dell’altro? D’altra parte lei lo accudiva in tutto e per tutto, badava alla casa e a tutto il resto, e poi, mica la poteva mandar via di casa! Così se ne stettero loro due insieme e andarono avanti per un bel pezzo; lui la lasciava tutto il giorno sola per star dietro ai campi: avevano un bel pezzo di terreno seminato a grano, la vigna, gli ulivi, un pero e due susini e qualche fico, Osvaldo aveva un paio di aiutanti fissi e quando c’era bisogno ne reclutava degli altri tra i ragazzotti dei dintorni; lui guidava il trattore, aveva comprato anche un furgoncino col quale andava in giro a vendere le verdure dell’orto, le uova, i polli ed i conigli, la frutta: roba buona, roba genuina, mica come quella che si trovava nei supermercati, in città. All’orto, alle galline ed ai conigli ci badava la Volpe, e alle galline gli tirava pure il collo, e anche i conigli sapeva ammazzare, gli dava un colpo secco, tra capo e collo, e poi li appendeva a testa in giù; con un coltello affilato tagliava la pelliccia giro giro intorno alle zampe e al collo, faceva un’incisione lungo la pancia e via, sfilava tutta la pelle come un guanto e il coniglio rimaneva lì, fumante e tutto nudo, rosa come un neonato.

Qualche volta capitava che Osvaldo portasse in casa uno dei contadini che l’aiutavano nei campi o un amico per fare una partita a carte: lei sbucava fuori da chissà dove, si asciugava le mani nel grembiule, posava sgarbatamente il fiasco del vino e due bicchieri sul tavolo del tinello, coperto da una tovaglia d’incerato che non veniva mai tolta ma solo pulita con uno straccio umido dopo ogni pasto: poi si ritirava senza dire una parola.  Certo quelli non erano lì per corteggiarla, ma lei, comunque, non incoraggiava per niente; che poi, da ragazza sarebbe potuta essere anche un po’ carina, con quei capelli ramati e la figuretta svelta, ma col passare degli anni aveva perso anche la più piccola attrattiva, sempre sciatta e malvestita, sempre spettinata, sempre immusonita: i capelli avevano perso ogni lucentezza ed erano diventati una massa stopposa, sul corpo magro le ossa spuntavano da tutte le parti e ai lati della bocca erano comparse due lunghe rughe. Le mani, rovinate dall’acqua gelida del lavatoio, dal sapone in pezzi che usava per lavare i panni del fratello e dal detersivo per i piatti, erano diventate rosse e ruvide, e non c’è da pensare che lei gli desse un po’ di crema.

Così la Volpe sembrava destinata a rimanere zitella, fidanzati non ne aveva, corteggiatori meno che mai, eppure a un certo momento qualcuno cominciò a notare che le si stava gonfiando il ventre. Le prime ad accorgersene furono due sorelle che abitavano proprio sul sentiero che andava al lavatoio: la vedevano passare tutta frettolosa, col cesto dei panni da lavare, a testa bassa, senza salutare nessuno: o che pancina ha messo su la Volpe, fece l’Alba: che si sia ingrassata? Mah! commentò la Dina, ingrassata non mi pare, si direbbe quasi… Via! ribatté la su’sorella: ti pare possibile? Possibile, perché no, tutto è possibile da che gli uomini ci hanno l’uccello e le donne la topa, ma chi poteva essere stato a ingravidare la Volpe? Chi se l’era presa, quella bisbetica? Oh, tu vedrai, dicevano le donne al lavatoio o sedute a prendere il fresco sulle panchine di legno davanti a casa, non c’è mai stato bisogno d’essere bella né simpatica per quella cosa là. E certamente gli uomini, e alcuni uomini in particolare, non la stanno mica a far tanto lunga… piuttosto, chi poteva essere stato? E come, e quando, dato che lei se ne stava sempre relegata in casa, e in quella casa, d’altronde, un gran via vai d’omini non si vedeva certo. Furono passati in rassegna tutti i maschi dei dintorni, quelli che lavoravano per Osvaldo, quelli che bazzicavano da quelle parti, giovani e vecchi, sposati e celibi: o quand’era, che la Rosina aveva incontrato sul sentiero quello sciancato di Vittorugo? E il figliolo dell’Adriana, non aveva preso l’abitudine di passare e ripassare per quella redola, da qualche mese in qua? Lorenzo, che la su’mamma lo mandava a prender l’ova dalla Volpe, o Mario, che proprio tre mesi fa le aveva riparato la grondaia, una volta che gli era piovuto in casa e Osvaldo era fuori per lavoro… A spremersi bene bene le meningi, di questi episodi ne venivano fuori ogni giorno di più, tanto che pareva che casa della Volpe fosse diventata all’improvviso il luogo più frequentato di tutta quella contrada. E intanto la Volpe cresceva, ma cresceva proprio pochino, tanto che qualcuna si chiedeva se fosse poi veramente incinta. Chiederlo a lei, ci avevano anche provato, ma negava a tutto spiano: incinta lei? E di chi? Che poi era quello che tutte volevano sapere. La Volpe faceva una risatina secca secca, voltava le spalle alle curiose e se ne andava per i fatti suoi. Di dietro non si vedeva nulla. Alcune delle vicine azzardavano: e se poi non fosse? Già! E la pancia?  Pancia, pancia! Non l’avevano mai vista una pancia allora! Quella della moglie di Paolo, per esempio, che a momenti partoriva il suo sesto figlio, o quella della Cesira, che aveva fatto un maschio di quattro chili un mese fa. Quelle sì che erano gravidanze, e non solo per la pancia, che certo non aveva nulla da spartire con il pancino tisico della Volpe. Ma il gonfiore del viso, diavolo, e le caviglie, i seni appesantiti, i fianchi, e tutto il portamento, alla fine. E la Volpe che cosa aveva, di tutto questo? Solo quella misera pancina, e per il resto era rimasta la solita di sempre: il viso sempre arcigno, chiuso; nessun segno di sofferenza o di affaticamento, nessun gonfiore, niente macchie sul viso e sulle mani, e non aveva nemmeno assunto quell’andatura tipica, col ventre proteso in avanti, la schiena inarcata, le gambe leggermente divaricate, che fa riconoscere una donna incinta da lontano un miglio. Anzi, lei aveva preso persino a camminare curva: per nascondere la vergogna, dicevano le più maligne, ma molte ormai crollavano il capo. La Volpe incinta, figuriamoci. Quella non doveva nemmeno esser buona, a far figlioli. Doveva avere il ventre secco, vuoto come un tamburo. E la pancia, allora? Be’, non s’era mai sentito parlare di coliche, arie e simili disturbi? Gravidanza isterica, dicevano le più saccenti, con un’alzata di spalle. Purché non avesse un tumore, Gesummaria, concludevano segnandosi.

5 risposte a “La Volpe  Racconto di Marisa Salabelle”

  1. Un semplice visita avrebbe rivelato un impertinente meteorismo.

    Zipproooot

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  2. Prima di pronunciarti aspetta la seconda parte!

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  3. […] seconda parte del mio racconto La Volpe. (Qui la prima […]

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