Alle Susina le case erano per la maggior parte diroccate. A una era crollato mezzo tetto, a un’altra era marcita la porta e le persiane, alle finestre, avevano perso quasi tutti i listelli. Sul fianco di una terza si era aperta una crepa attraverso la quale si poteva vedere l’interno; di un’ultima, un po’ più in là, erano rimasti in piedi solo i muri portanti. Sulla soglia era cresciuta un’erbaccia dura. Erano case rimaste vuote man mano che i proprietari erano morti: solo due erano in buone condizioni, perché qualcuno ci abitava. Nella prima vivevano le sorelle Bini, Rita e Linetta, entrambe più che ottantenni, alta e occhialuta Rita, piccola e tombolotta Linetta,  che era anche la più giovane. Quest’ultima aveva vissuto per più di trent’anni in città, dove aveva lavorato come impiegata  all’anagrafe; non s’era sposata e, giunto il momento di andare in pensione, se n’era tornata alle Susina, da sua sorella, vedova da alcuni anni e senza figli.

L’altra casa abitata era quella della famiglia Tosi: Italo, il padre, era ammalato di sclerosi a placche: un omone grande e grosso, che quasi non entrava nel letto e che la malattia aveva inasprito. Giulia, sua moglie, badava a lui e al figlio Paolo, che aveva vent’anni e il cervello d’un bimbo di sette. Gli altri due figli stavano in città e a trovare i genitori ci venivano solo di tanto in tanto. Naturalmente alle Susina non c’era nulla, né bottega né farmacia, né tantomeno giornalaio; l’unica a guidare la macchina era Giulia, aveva una vecchia giardinetta con la quale andava a Montagna Brulla a far la spesa per tutti, e in caso di necessità era in grado di spingersi fino a Badia, che si trovava sulla strada provinciale , a circa quindici chilometri, ed era un grosso paesotto fornito di tutto.

Un bel giorno arrivarono alle Susina tre o quattro giovani; girarono tra le case diroccate, sbirciarono dentro le sconnessure delle imposte, si addentrarono nel castagneto, tra gli sterpi e le erbacce che gli arrivavano a mezza gamba. Le sorelle Bini si fecero sulla soglia di casa. Osservarono con aria critica quei ragazzi, che sembrarono loro tutti uguali, con dei blue-jeans e dei maglioni sformati, i fianchi stretti e certi capelli lunghi e piuttosto untuosi.

“O se non si distinguono i maschi dalle femmine!” disse Linetta, asciugandosi le mani nel grembiule.

“Ba’, ba’,” le rispose sua sorella scrollando la testa.

I giovani si avvicinarono: nonostante l’aspetto poco rassicurante mostrarono di conoscere gli usi civili. Quello che parlò a nome di tutti si presentò come il nipote del vecchio Dante, morto da una decina d’anni, che era stato proprietario della prima casa venendo dal cimitero: una bella casa grande, purtroppo assai malandata come, del resto, tutte le altre. Ma loro – e indicò i presenti con un gesto circolare – l’avrebbero rimessa  a posto e ci sarebbero venuti a vivere. Erano un gruppo di amici uniti da un certo modo di vedere le cose, da una certa mentalità critica, disse il giovane, volevano fare quest’esperimento, vivere fuori dalla società borghese, una società marcia, corrotta. Avrebbero fatto a meno degli agi, condotto una vita austera a contatto con la natura: avrebbero coltivato un orto ed allevato galline e conigli, producendo così il necessario per sé; si sarebbero improvvisati muratori, falegnami, magliai, ciabattini: avrebbero cercato di fare a meno il più possibile della spazzatura capitalista. Le due vecchie corrugarono la fronte nel tentativo di comprendere il senso di quel fiume di parole; quando sentì nominare la spazzatura, Linetta cominciò a sbracciarsi  per indicare la direzione in cui si trovava il luogo di raccolta dei rifiuti.

“Entro qualche giorno torneremo, dico, e cominceremo il restauro della casa”, concluse infine il nipote di Dante, che si chiamava Franco: “per il momento vi salutiamo”.

“Rimettono a posto la casa di Dante?” domandò alle vecchie Giulia, che veniva in quel momento dall’avere steso i panni. “E in quanti sono?”

“Chi lo sa?”

“Be’, un po’ di gioventù non guasterà. Così Paolo avrà compagnia”.

Per un mese non si vide nessuno, poi un mattino arrivò un camion carico di cose di ogni genere. Materiali da costruzione, bidoni di tinta, scale a pioli e un ponte da imbianchino, scatoloni di provviste, zaini e sacchi a pelo. I ragazzi erano sette: tre avevano viaggiato nella cabina del camion, gli altri dietro, in mezzo alla roba. Si diedero subito da fare, con entusiasmo e un’ evidente incompetenza, e per una settimana fu tutto un martellare, picconare, raschiare, schiavardare. Pavimenti sconnessi furono smantellati, pareti pericolanti abbattute; si levò l’intonaco dai muri, si staccarono le persiane, si levarono i vetri rotti dalle finestre, si buttò giù anche l’uscio di casa, che era fradicio e muffito.

Questa fu la fase più facile e più gratificante dei lavori. Buttar giù era bello, facile e dava soddisfazione: ci si sbarazzava di tutto il vecchiume, si levava di torno tutto il marcio. Sembrava di dar picconate all’intero sistema capitalistico, e dopo una mezza giornata di lavoro ci si ritrovava tutti impolverati, coi capelli bianchi di intonaco o rossi di polvere di mattoni, stanchi e allegri, e si avvertiva un senso di pulizia, come quando si è appena fatto il bagno. Di bagni veri e propri, in realtà, non è che ne facessero molti: avevano collegato un tubo di gomma alla cannella del lavatoio, al tubo avevano attaccato uno spruzzatore da doccia e con quello si davano una veloce risciacquata, poi si lasciavano asciugare al sole; e se ne stavano tranquilli in costume, mentre Linetta e Rita lanciavano loro occhiate di biasimo e Paolo, il figlio ritardato di Giulia, guardava con gli occhi spalancati i fianchi magri e le piccole tette delle ragazze, che il più delle volte tralasciavano di mettere la parte superiore del costume.

Non erano le donne a far da mangiare, o almeno non sempre: facevano a turno, perché loro, dicevano, erano per l’assoluta parità dei sessi: in ogni caso se la cavavano alla svelta, con grandi pastasciutte, uova, scatolame. Pure a turno rigovernavano i piatti, e dormivano fuori, nei sacchi a pelo: era estate, ma la notte faceva freddo lo stesso, lassù, però loro si coprivano con tutti i maglioni che avevano, prima di ficcarsi dentro il sacco: avevano di quelli che si chiamano “ a mummia” perché  finiscono con una specie di cappuccio che protegge anche la testa. D’altra parte la casa era senza porte, senza finestre, senza pavimenti! Si addormentavano tardi: prima cantavano, ridevano, parlavano ad alta voce. E ancora, dopo che risa e chiacchiere si erano esauriti, c’era del movimento, c’erano degli strani rigiri, con gente che usciva dal proprio sacco e andava ad infilarsi in un altro,  ed i maglioni tanto faticosamente stratificati uno sull’altro venivano sfilati con grandi contorcimenti e lanciati in mezzo all’erba, da dove venivano poi ripescati un po’ più tardi, tutti intrisi dell’umidità della notte. Ciascuno tornava nella propria mummia e finalmente era il silenzio, ma poteva esser l’una, le  due di notte, a quel punto. Le sorelle Bini non se n’accorgevano nemmeno, la loro casa era un po’ distante e comunque loro erano sorde; Italo invece non riusciva a dormire, e s’agitava nel letto, e qualche volta bestemmiava: Giulia però non aveva il coraggio di dir loro nulla, erano giovani  e avevano ben il diritto di divertirsi un po’, e poi spesso Paolo si univa al gruppo e loro non lo mandavano via: questo vuol dire che in fondo non erano dei cattivi ragazzi.

Faceva di tutto per rendersi utile, Paolo: trasportava pesi, porgeva attrezzi, spazzava calcinacci, sorvegliava il fornello sul quale l’acqua per la pastasciutta bolliva. Qualche volta si sedeva in un angolo e si metteva a disegnare.

“Ma sono bellissimi!” disse Letizia, la più carina di tutte, vedendo i suoi schizzi, e volle che lui le facesse il ritratto.

“Però in posa non mi ci posso mettere, ho tanto da fare, lo vedi: me lo fai mentre lavoro, okay?”

“E’ vero che siete comunisti?” chiese Paolo a Franco, che lui considerava un po’ come il capo, benché gli avessero detto che lì capi non ce n’erano.

“Alcuni di noi sono comunisti, altri anarchici, e Renzo è cattolico. Noi non abbiamo pregiudizi, dico, accettiamo fra noi persone di diverse ideologie, perché siamo di mentalità aperta, dico, no. Noi qui facciamo un esperimento importante: la convivenza fra persone di diverso sesso e di diversa impostazione politica, dico, nella massima eguaglianza e nel rispetto reciproco, no, lontano dalle seduzioni volgari del capitalismo. Noi qui facciamo una comune! Mi capisci, Paolo?”

Paolo non era sicuro di aver capito tanto bene.

“Linetta dice che i comunisti son gente russa: che quando muoiono vanno tutti all’inferno”.

“E tu lasciala dire”.

A Paolo piaceva soprattutto quando cantavano, la sera. Provava un senso di calore, una commozione forte, anche se le conosceva poco, tutte quelle canzoni, e certe volte gli facevano malinconia, perché erano un po’ come delle nenie, non avevano un bel ritmo vivace. Erano canzoni, che alla radio o alla televisione non le aveva mai sentite. Allora chiedeva:

“La sapete ‘Scende la pioggia’?” e quelli ridevano come se avesse detto una barzelletta, ma poi gliela cantavano per fargli piacere.

Lui lo vedeva che a volte due, un po’ in disparte, si baciavano e si accarezzavano, ma per quanto attentamente osservasse non riusciva a capire chi fosse fidanzato e con chi. Anche a lui sarebbe piaciuto che qualcuna lo carezzasse e lo baciasse: soprattutto gli piaceva Letizia, quella che aveva ammirato i suoi disegni.

Le stava continuamente dietro e la tempestava di domande, ma lei non se ne infastidiva, qualche volta gli passava una mano fra i capelli, che aveva gialli ed ispidi, e lo lasciava guardare mentre si vestiva, in una stanza  del primo piano che era rimasta miracolosamente in piedi e che veniva utilizzata come ripostiglio e spogliatoio, e anche come alcova, per via di un letto di ferro che c’era da una parte.

“Tu con chi sei fidanzata?” le chiese un giorno lui, facendosi coraggio.

“Io? con nessuno”.

“Se ti ho visto mentre baciavi Renzo…”

“Ah, ma allora sei un furbacchione! Che significa se l’ho baciato, che cosa vuoi che sia un bacio! L’ho baciato perché mi andava di farlo, come potrei baciare chiunque altro, se mi andasse. Noi siamo contro il concetto borghese di coppia, siamo per la spontaneità dei sentimenti, per la libertà in amore, capisci?”

No, Paolo non aveva capito granché, tranne una cosa: che Letizia avrebbe potuto baciare qualsiasi persona, se ne avesse avuto voglia.

“E se tu avessi voglia di baciare me, una volta?”

Letizia scoppiò a ridere, prese il viso di Paolo tra le mani e lo avvicinò al suo. Era un viso largo, cosparso di efelidi, con due piccoli occhi celesti ed il naso schiacciato, coronato da quei capelli aridi come stoppa, e si stava rapidamente coprendo di chiazze rosse. Letizia si avvicinò ancora di più e posò le labbra su quelle di Paolo, che rimasero dure e serrate: facendo leva con la lingua riuscì a dischiudergliele.

“Ah, mio Dio, non sai proprio nulla!”

Si sfilò la maglietta e dopo avergli stanato le mani dalle tasche, dove Paolo le aveva ficcate, le guidò verso il suo seno piccolo e duro: non portava reggipetto.

“Sciogliti, Paolino, lo vedi che sei rigido come un baccalà? Non aver paura. Scommetto che non hai mai visto com’è fatta una ragazza!”

“Ce le hai più piccole di quelle della mamma”.

“Eh! lo credo bene”, rispose la ragazza, pensando alla grossa silhouette di Giulia. Poi si levò i jeans e rimase con le sole mutandine.

“Vuoi che ti faccia vedere la passerotta?” gli chiese.

Alla fine di settembre i lavori erano finiti, e menomale, perché cominciava a far freddo e dormir fuori proprio non si poteva più. Ricostruire era stato più difficile che demolire, e i risultati si vedevano. I pavimenti avevano piccole gobbe e avvallamenti: alcune mattonelle, a camminarci sopra, facevano un rumore fesso. In cucina non c’era stato modo di far funzionare a dovere lo scarico dell’acquaio, sotto il quale si formava spesso una pozza; il tubo della stufa non tirava e capitavano delle sere in cui c’era da farsi venire gli occhi rossi a furia di respirare tutto quel fumo che ristagnava a mezz’aria. Ma in fondo questi erano dettagli di scarso rilievo, che non scalfivano nemmeno un po’ la saldezza dei propositi e degli ideali  che animavano il gruppo. Non erano mica venuti quassù per avere una bella casa borghese, con tutte le comodità, in cui mettersi tranquilli in pantofole davanti al fuoco. Giusto? Giusto.

Le stanze, odorose di imbiancatura, furono arredate sobriamente con materiale raccattato qua e là. Avevano sistemato in cucina una madia e una credenza trovate da un rigattiere: l’acquaio in graniglia, il tavolo centrale e le sedie impagliate ce li avevano trovati e da mangiare facevano su un fornello da campo. La cucina era poi l’unica stanza del pianterreno, oltre a un lungo e stretto ripostiglio; da una porta laterale partivano le scale che andavano di sopra, alle camere, disposte su due piani, attrezzate con letti di ferro, bauli e qualche vecchio cassettone. Lisa aveva portato da casa la sua cameretta da ragazzina, col letto, l’armadio e la scrivania di legno laccato in rosa. Alle pareti, mensole di legno reggevano i libri ed erano stati appesi dappertutto dei poster: uno era un paesaggio africano, un tramonto arancione, con dei fenicotteri in primo piano. Un altro raffigurava Charlie Brown seduto su una panchina, con la testa tra le mani e il sacchetto della merenda accanto a sé; un terzo era Einstein che faceva la linguaccia, un quarto Che Guevara: e ancora Mick Jagger, Bob Dylan e un Gesù Cristo in versione western, con la scritta “wanted”.

C’era stata anche l’idea di darsi un nome e di scegliere un motto: ma tutti i nomi suonavano un po’ ridicoli. “Incontro”, “Insieme” , “Rivoluzione”: non ce n’era uno che andasse bene. In quanto al motto, fu proposto “Da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, ma gli anarchici protestarono, non si sentivano rappresentati da una frase di Marx. Renzo, il cattolico, azzardò “Guardate i gigli dei campi” e poco mancò che non fosse linciato. Insomma fu presto ben chiaro che non si sarebbero trovati d’accordo: si discusse addirittura se chiamarsi “comune”, “comunità”, “cooperativa” o che altro, finché Franco non sbottò:

“Ma insomma, dico, che bisogno abbiamo di un nome o di un motto? Dobbiamo per forza avere un’etichetta? Qui ci abitiamo noi, dico, e basta”, e spazzò via ogni altra discussione con un gesto deciso della mano.

2 risposte a “La  comune, racconto di Marisa Salabelle Parte 1”

  1. È sempre bello leggere di quei tempi.
    Grazie

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  2. […] La  comune, racconto di Marisa Salabelle Parte 1 […]

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