“Ci penserò”, disse Letizia e cominciò a sistemare i libri dentro i due borsoni e gli abiti nello zaino. Ed ecco, non le faceva più tanta tristezza. Anche la pancia, ora, le sembrava che le pesasse di meno.

“Ci penserò”, disse Letizia e cominciò a sistemare i libri dentro i due borsoni e gli abiti nello zaino. Ed ecco, non le faceva più tanta tristezza. Anche la pancia, ora, le sembrava che le pesasse di meno.

Per le vacanze di Natale venne su Rosanna, la figlia di Giulia. Portava regali, panettoni e grandi notizie. Notizia numero uno: lei e Marcello avevano deciso di sposarsi. Come, chi era Marcello. Il suo ragazzo, no? Quante volte gliene aveva parlato di Marcello, a sua madre: come faceva a non ricordarsene? No, non era lo studente di architettura: quello era Stefano, una storia finita da un bel pezzo. Marcello era vivaista, non era possibile che Giulia non se ne ricordasse: Rosanna l’aveva conosciuto per mezzo di Luigi, due estati fa, quando Luigi aveva lavorato per tre mesi proprio a quel vivaio…

Notizia numero due: Marcello era proprietario di un appartamentino che i suoi previdenti genitori avevano acquistato per lui molti anni prima: Rosanna era andata a vederlo e se n’era innamorata, uno di quegli appartamenti con ingresso-sala, molto luminoso, pavimenti in cotto, camera e cameretta, bagno e cucina, molto razionale, un amore.

Notizia numero tre: gli inquilini dell’appartamento situato sullo stesso pianerottolo stavano per andarsene, avendo comprato, con un mutuo rovinoso, una villetta in periferia. Ora, grazie all’interessamento del babbo di Marcello, sarebbe stato possibile avere in affitto questo secondo appartamento.

“E che te ne fai di un altro appartamento, figlia mia”.

“Ma come, mamma! Per te. Tu vieni a stare in città. Basta con questo posto da lupi. Tu verrai in città e abiterai in quell’appartamento. Ti troverai benissimo, vedrai. E’ un quartiere tranquillo, lontano dal traffico, dalla confusione del centro, ma c’è tutto: c’è la bottega sotto casa, la lavanderia cento metri più in là, la parrucchiera. Pensa, sullo stesso pianerottolo, saremo porta a porta, te lo immagini. Potrai uscire quando ti pare, c’è un autobus comodissimo, potrai andare in centro a guardarti due vetrine, te lo immagini?”

“Ma, figlia mia, cosa ci vengo a fare in città. Ormai sono abituata qui. Ho sempre vissuto quassù, che vuoi”.

“Appunto per questo è ora di cambiare. Mamma! Io non son tranquilla a sapervi quassù, te e Paolo, fuori dal mondo, isolati da tutto. E’ ora che tu venga a goderti un po’ di comodità, un po’ di civiltà”.

“Ma Paolo… vedi, anche Paolo è abituato a star quassù. Qui è libero… ha i suoi amici, conosce tutti. E in un ambiente nuovo?”

“Io lo so cos’è: è che tu hai paura a portare Paolo via di qui. Hai paura a farlo vedere in giro, a farlo vivere in mezzo alla gente. Devi vincerla questa paura, mamma. Paolo deve vivere come tutti gli altri. Quanto agli amici poi… fammi ridere. Quanto ci dureranno qui, questi? Presto se ne andranno via tutti. Quelle due vecchie creperanno e voi resterete qua soli. E’ questo che vuoi?”

Madre e figlia discussero ancora a lungo, infine Giulia fu convinta. E non appena ebbe preso la decisione, le sembrò di non aver mai sognato che il momento in cui sarebbe andata via dalle Susina. Non pensava che a come sarebbe stato confortevole l’appartamento in città, come sarebbe stato comodo avere tutti i servizi a portata di mano, come sarebbe stato bello avere la figlia sempre accanto, e si chiedeva come avesse fatto a resistere tanti anni in quel terribile posto sperduto in capo al mondo. E d’altra parte non sarebbe stato un taglio definitivo: l’estate sarebbero tornati su, lei e Paolo, e anche Rosanna e Marcello, se avessero voluto – stanze ce n’erano – l’estate si sta bene alle Susina, fa fresco, e quando ci fossero stati i nipotini… Basta, Giulia si accorse che stava correndo troppo.

“Fai bene, Giulia, fai veramente bene. E’ un pezzo che volevamo dirtelo, anche noi. Che ci stai a fare qui, a invecchiare prima del tempo, sei ancora giovane, tu!”

“Di molto!” disse Giulia con amarezza, perché si sentiva sulle spalle almeno dieci anni in più di quelli che aveva.

“Tanto anche noi ce ne andremo”.

“Andiamo dalle suore, giù a Badia”.

“Avete poi deciso, allora?”

“Cosa vuoi, Giulia, queste figliole, questi ragazzi, son troppo bravi, ma non è possibile. Son rimasti in cinque, prima cosa. Ada la mattina va a scuola, quella Cecilia ha sempre qualche malessere. Rimane Letizia, povera figliola, ma con quella pancia, poverina, non ce la fa nemmeno a dare il cencio sotto il letto. Gli uomini, si sa, quando c’è da parlare parlano, ma quando c’è da fare mandano avanti le donne… C’è quel Franco, poer’a noi! più che discutere non sa. Quell’altro non c’è mai, sempre in giro a vender collanine… Io non gliene fo un rimprovero, intendiamoci. Son giovani! E chi siamo noi per loro? Si sono incomodati anche troppo, e pure per noi, è stato un sacrificio”.

Giulia si sentiva un po’ in colpa.

“Mi dispiace perché… sembra che vi abbandoni… “

“Non ne parlare neppure, Giulia: e che, vuoi restare alle Susina per noi? Noi andiamo volentieri dalle suore, almeno lì non abbiamo pensieri. Non è vero, Rita?”

“Ba’, ba’,” rispose Rita che non era mai stata troppo loquace.

“Ragazzi, così non va. La decisione di assistere le vecchie era stata presa di comune accordo, mi pare. Ci eravamo impegnati tutti, se non mi sbaglio. E poi com’è andata a finire?  Ve lo dico io. E’ andata a finire che tutto è ricaduto sulle mie spalle, perché son quella che sta più tempo in casa, perché son quella che se l’è preso come impegno fin dal primo giorno, e non se l’è fatto scivolare dietro le spalle, come hanno fatto alcuni. E io non ce la faccio!”

La voce di Letizia, di solito così pacata, stava diventando acuta: si vede proprio che in gravidanza le donne diventano ipersensibili.

“Tutti i giorni andar là, c’è sempre da fare, accender la stufa, spazzare, dare il cencio, rigovernare i piatti; e Rita va lavata, vestita, accudita in tutto e per tutto; e poi non si contentano mai, benedette donne, e io con questa pancia: non ce la faccio più, vi avverto”.

“Ovvia, Letizia, non ti metterai a piangere, spero! Si vede proprio che voi donne in gravidanza…”

“Non farla tanto lunga, perché non sei mica l’unica ad occupartene, mia cara”.

“E’ vero, Cecilia, all’inizio era diverso, ma ultimamente tu ti sei sentita spesso poco bene…”

“E che ci ho colpa io, se mi vien mal di testa?”

“No, non mi avete capito, io non voglio fare il processo a nessuno. Voglio soltanto dire che io non posso più badare a quelle donne. Io non ce la faccio più: non contate più su di me. Ecco tutto”.

Da questo punto in poi, le cose sembrarono andare per conto proprio e a velocità pazzesca. Ai primi di marzo Rita e Linetta chiusero casa: un’ambulanza venne a prendere Rita, che non camminava, e chissà se avrebbe mai più camminato. Linetta seguiva a bordo di un taxi – apparizione straordinaria alle Susina – sul quale aveva caricato due valigie contenenti gli scarsi effetti personali suoi e della sorella. In quanto ai mobili, si sarebbe visto: dalle suore non li potevano certo portare.

Quindici giorni dopo se ne andarono Giulia e Paolo. La sera le uniche finestre illuminate erano quelle della comune, e francamente non era una cosa allegra. Una sera, casualmente, Franco accennò a certe difficoltà economiche in cui la sua famiglia versava da qualche tempo. S’era ventilato di vendere la casa delle Susina… la decisione non era ancora presa… molto probabilmente non se ne sarebbe fatto nulla, comunque non c’era fretta…

Un pomeriggio, alla fine di aprile, Letizia stava finendo di preparare la sua roba: domani sarebbe venuto il camion e lei, Franco e Alberto sarebbero partiti. Ada e Cecilia già da una ventina di giorni se l’erano svignata, giusto in tempo per scansare tutti i lavori di sgombero. La casa era quasi vuota, i poster e le mensole erano stati staccati dalle pareti e, dai soffitti, i lampadari di carta di riso a forma di palla. I mobili da portar via erano già ammonticchiati in cucina e tutto dava un’impressione di squallore. Letizia si chinò a guardare sotto il letto su cui aveva posato abiti e libri da stipare il meglio possibile in uno zaino e due borsoni: le ciabatte le aveva prese, sì, ma che mucchi di polvere, là in fondo, c’era pure un grosso ragno che zampettava tranquillo. Letizia si tirò su reggendosi la pancia: non era molto grossa, per sette mesi, ma le pesava abbastanza e le faceva venire l’affanno. Pazienza per la polvere, lei non avrebbe certo spazzato.

In quel momento entrò in camera Alberto. Letizia sussultò.

 “Che c’è”.

“Niente. Non ti avevo sentito. Credevo di esser sola in casa”.

Alberto sedette sul letto.

“E così siamo arrivati al capolinea”.

“Già. Che tristezza, eh!”

“Lo sai che non era più possibile andare avanti. Come in quei matrimoni sbagliati…”

“A proposito di matrimoni: è arrivata la partecipazione di Renzo e Lisa”.

“No! Addirittura la partecipazione! È follia!”

“Lo sai, i genitori di Lisa ci tengono… “

“E siamo invitati?”

“Sì, c’è un rinfresco… il 23 maggio, guarda”.

Letizia tirò fuori la busta da sotto una pila di libri. Era una vera partecipazione, un elegante cartoncino color avorio, dai bordi ondulati: sul frontespizio angeli  in rilievo svolazzavano.

“Chissà quanto gli sono costati questi affari”, disse Alberto e scosse la testa. “E tu Letizia, che farai ora”.

Letizia scrollò le spalle.

“Tornerò a casa dai miei, almeno finché non sarà nato il bambino, e anche dopo, credo. Cercherò di finire l’università. Poi si vedrà”.

“Già, il bambino di tutti, eh? Proletario, o Libero. Bel bidone ti abbiamo fatto, eh?”

“Non importa. Il bambino è mio e son contenta che nasca. In qualche modo me la caverò. Tu piuttosto Alberto, cosa pensi di fare?”

“Ho trovato un appartamento in città, all’ultimo piano di una casa vecchia del centro. Sono un paio di stanze, vanno un po’ sistemate, ma io mi arrangio abbastanza. E poi lo sai, mi hanno chiamato alle poste. Avevo fatto domanda tempo fa… non me ne ricordavo neanche più… perché con le collanine, effettivamente, si fa poca strada. Forse non sarà il lavoro che ho sempre sognato di fare, ma per il momento mi accontenterò. Pensi che faccia male?”

“No, scherzi! Fai benissimo. Bisogna mettere un po’ la testa sulle spalle, mi sa”.

“Senti, Letizia. Qui si sposano tutti. E se ci sposassimo anche noi?”

“Sei impazzito?”

“Perché? Che ci sarebbe di male?”

“Prima cosa, credevo che considerassi il matrimonio un’istituzione borghese”.

“Cazzate”.

“Secondo, sei l’unico che non può essere il padre”.

“Questo ti prova che la mia è una proposta disinteressata”.

“Terzo: perché?”

“Ecco, il fatto è… insomma, mi sembra di essermi innamorato di te”.

“Credevo che innamorarsi fosse un sentimento borghese”.

“Dai Letizia, cerca di essere seria”.

“Come faccio ad essere seria davanti a certe proposte! Davvero, Alberto, tu mi piaci… ma ho paura… insomma, dovresti accollarti il bambino e…”

“Se ti ho proposto di sposarci, è segno che ci ho pensato, e ho pensato anche al bambino. Il bambino io lo prendo volentieri: perché no. Quel che m’interessa è di stare con te”.

“Sei sicuro che non te ne importi che non è tuo?”

“Sei sicura tu, piuttosto, di non essere ancora innamorata del padre?”

“Ma se non so nemmeno chi è! Potrebbe essere Franco, o Renzo.. è stata una cosa così. Alberto, ti devo dire una cosa: potrebbe essere anche Paolo”.

“Paolino della Giulia? Ma va’!”

“Ecco… ho fatto l’amore con lui, una volta. Era così… sprovveduto… è venuto in camera mentre mi vestivo… non l’aveva mai fatto, non aveva mai baciato una donna, lo sai. Mi ha fatto tenerezza. In verità non credo che il bambino sia suo, ma potrebbe anche essere, e così, Alberto, il bambino potrebbe anche… potrebbe non essere normale. Così, vedi, è meglio che non se ne faccia nulla”.

“Dimmi solo una cosa, Letizia. A me, mi vuoi bene?”

“Che c’entra, ora”.

“Come, che c’entra. Se è la cosa più importante! Mi vuoi bene o no?”

“Sì che ti voglio bene”.

“Allora basta, non ti tormentare. È da un pezzo che ci penso, lo sai?  E ho riflettuto su tutto. Staremo alla sorte, va bene? Sarà un bambino bellissimo, l’unica cosa è che non lo chiameremo né Proletario né Libero”.

“Ci penserò”, disse Letizia e cominciò a sistemare i libri dentro i due borsoni e gli abiti nello zaino. Ed ecco, non le faceva più tanta tristezza. Anche la pancia, ora, le sembrava che le pesasse di meno.

Una risposta a “La comune, racconto di Marisa Salabelle Parte 4 (Ultimo capitolo)”

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