Il modo più sbrigativo degli uomini per metterla fuori combattimento fu insultarla. Sminuirla definendola Notre-Dame de Sartre, descriverla pazza, dissoluta, danzatrice nuda su delle botti a Rouen, corruttrice di giovani.

Ma lei restò in piedi. E non smise di pensare, scrivere e parlare perché l’eticità dell’intellettuale (testimonianza + azione) lei la visse sulla pelle. E, al contempo, continuò a godersi la vita, fosse una camminata, della musica, un libro, un viaggio, un gelato, una pastasciutta. Poi furono le donne a rimproverarla. Troppo poco femminile, troppo distaccata, incapace di vestirsi decentemente, eccessivamente severa, composta, riservata. Che si togliesse una buona volta da dosso quell’aria da professoressa. Ma anche qui le contestatrici fecero un buco nell’acqua.
In realtà, Simone de Beauvoir fu una generatrice naturale di antipatia perché diede di sé un’immagine intollerabile. Fu una donna che infranse i più normali tabù. Nessuno la vide mai piangere, soffrire, strapparsi i capelli. Né per un uomo né per un fallimento. Apparve invece persona capace di dominio totale su di sé, non necessitante di un bisogno altrui, indomita nella sua impressionante capacità di lavorare. Imperdonabile per una donna.
Oggi la sua memoria vive la fase dell’oblio. Ma il faro è sempre acceso.





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