«Merda. Tanta merda.»

Inizia così Il santuario delle ombre, di Amir Valle, scrittore cubano nato nel 1967, che ho letto nell’ottima traduzione di Giovanni Agnoloni. Un incipit molto forte, disturbante: un «mare nerissimo» nel quale affondano, e dal quale riemergono, cadaveri interi o a brandelli, fatti a pezzi da mano umana o mangiucchiati dai pesci, senza più occhi, sfilacciati e smembrati, e tutto intorno odore di sangue, urina e, per l’appunto, merda. No, non siamo nel Mediterraneo, ma nel braccio di mare che separa Cuba dalla Florida, da Miami, la meta ambita dei profughi cubani, che si affidano a trafficanti corrotti, violenti, perversi.

Un investigatore, Alain Bec, un vecchio, suo amico e mentore, Alex Varga, una prostituta, una donna trans, un uomo che parla usando sempre il “noi” perché ha incorporato dentro di sé la moglie e i tre figli scomparsi in mare. Sono questi i singolari protagonisti della caccia a un uomo con gli occhi azzurrissimi, i baffi ben curati e le folte sopracciglia, trafficante e assassino. Si alternano nel libro le voci narranti di tutti i personaggi, rendendo un po’ difficoltosa, a volte, la lettura, ma arricchendo in profondità grazie alla pluralità dei punti di vista: il mosaico si compone pezzo a pezzo, indagando nella vita e nei pensieri dei vari personaggi e svelando gradualmente i segreti del trafficante (o dei trafficanti) di esseri umani. Il linguaggio, come dev’essere, è crudo come la realtà che descrive.

Pur essendo ambientato, come ho detto, dall’altra parte del mondo, nei primi anni 2000, Il santuario delle ombre si rivela ai nostri occhi di grande vicinanza e attualità, visto che anche nel nostro Mediterraneo si svolgono traffici ignobili, profughi annegano, corpi riemergono e le storie, umanissime, di chi va a fondo e di chi si salva non le racconta nessuno.

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