Eleuterio aveva deciso di radersi il pube così, per un capriccio dettato dall’entusiasmo.

Rondone

Dopo vent’anni di matrimonio, usciva per la prima volta con un’altra donna. Molto più giovane di lui, tra l’altro, e proprio la circostanza gli aveva tolto lo sfizio. Aveva provato già una volta, da giovane, ma sua moglie non aveva accolto bene la sorpresa. Non le era piaciuto. L’aveva addirittura rimproverato: forse non se ne rendeva conto, ma era ridicolo. Sua moglie era stata così: un po’ acerba. Una donna di una volta.Ma quest’altra, giovane, à la page, avrebbe apprezzato. Anzi, la rasatura era di certo qualcosa da darsi ormai per scontato. Così è adesso.

Entrato nudo in bagno, aveva afferrato il rasoio elettrico. Mirandosi allo specchio, si accingeva all’operazione. Ma che lo fo qui? Era allora entrato nella doccia. Prese le misure con caparbia, quella di un geometra ai rilievi, passava dall’alto in basso la macchinetta, con attenzione, disegnando corsie come tosasse un campo di calcio. I peli cadevano leggeri, abbicati in fiocchi lanuginosi. C’era un che di appagante in quella nevicata: i bioccoli ondeggiavano e si adagiavano sul piatto della doccia cullati dal ronzio ineguale della macchina. Era ben attento a non lambire la pelle, attento a stirarla, assecondando più possibile la direzione delle messi.

Beccaccia (aut: Saro Calvo)

Per la fretta non s’era curato di accendere la luce. Non vedeva quindi con la dovuta chiarezza. Tutto ciò gli rendeva difficoltoso l’intervento aereo che le parti basse imponevano. Uscire dalla doccia con un po’ d’attenzione onde evitare d’insozzare il bagno non era poi troppo complesso, ma avrebbe dissolto la concentrazione con lentezza accumulata nei minuti: attenzione da orafo, da miniatore. Solo continuava con cura certosina a sbiadare i terreni confessandosi e ripromettendosi cautela e pazienza, doti dell’uomo vero. Ed era stato un attimo a pinzarsi lo scroto.

La mano gli era schizzata via all’istante, come punta da un insetto poderoso, vespa o calabrone, che avesse alla scordata infilato il palmo della mano poggiata appena al tavolo. E come lì, anche qui per la paura s’era scosso, a scuotere via un nemico che non esisteva, o ch’era lui, o il suo arnese. Dopo tutto, nulla di che: solo spavento. Una macchiolina rossa era comparsa allora sull’uovo sinistro: s’era bagnato le due dita della mano, aveva pulito per meglio vedere. Per la condiscendenza dell’uomo esperto, s’era biasimato con la giusta misura: era poi tornato a radere. Il grosso era sbarbato: c’era ora da intraprendere un labor limae di lametta. E solo allora prendeva atto di non avere lamette adatte. L’ultima che aveva usato, neanche la ricordava. Ma Eleuterio, da uomo previdente, aveva un tempo acquistato un pacco intero di lamette, lo ricordava. Di lamette c’è sempre bisogno, e aveva detto bene.

Merlo

Aperti cassetti da tempo inesplorati, finalmente la busta ipotizzata emergeva dallo scomparto. Lamette a due lame: il minimo sindacale. Decisamente non adatte alla rasatura di erbe alte. Ma non c’erano alternative: gli daremo di schiume. E dire che la schiuma da barba non era un problema meno ingombrante delle lamette. Ma c’era, doveva esserci: se c’erano state le lamette, doveva pur esserci la schiuma. Dai già detti anfratti era allora emerso un flacone parzialmente arrugginito, più leggero del previsto. Ne aveva testato il contenuto: la schiuma soffice, vagamente opaca, diciamo pure lattiginosa, aveva a un tratto coperto lo scolo attappato del lavabo. C’era ormai tutto l’occorrente per riprendere le operazioni di rimonda.

L’opera era stata lunga e laboriosa. Eleuterio si era ostinato un buon tempo a ristare nella doccia, pur nella scomodità di raggiungere il lavabo, distante; utile, anzi indispensabile per risciacquare la lametta. Avrebbe solo dopo, più tardi di quanto volesse, pensato di scaldare all’acqua calda la lama, per renderla più tagliente. Aveva così potuto, contestualmente al taglio, favorire l’apertura dei pori suoi, che in tutta sincerità non avrebbero mai pensato di ritrovarsi più così, al freddo e al gelo, senza neanche un po’ di lana che li proteggesse. E ancora, quante lamette! L’efficacia loro era proporzionale al numero di lame e di unità per busta. La confezione confermava con misure matematiche la funzione per cui era studiata. Ma Eleuterio, uomo esperto e paziente, non s’era lasciato scoraggiare: dopo aver trascorso una mezzora buona a lavorare di buona lena era riuscito alfine ad avere la meglio sulla flora pubica.

Soddisfatto, era rientrato in doccia e aveva provveduto a un’innaffiata generale, igienica soprattutto per gli occhi. Quando ormai prendeva l’asciugamano, era già lì a interrogarsi sul da farsi: dovrei forse usare il dopobarba? Aveva riso di gusto.

Cinciallegra

Era uscito dal bagno. Aveva scelto, per dare un’occhiata d’insieme alle sue fatiche, il grande specchio della camera da letto. Chissà se la ragazza ne avrà uno, nella stanzaMa sì, queste finezze sono ormai acquisite. Ed era tornato a pensare alla moglie, alla sua idea di montare in camera uno specchio “per dare l’illusione di una stanza un po’ più grande”. E vi ripensava meglio, con attenzione. Non le era piaciuta la rasatura del pube, ma qualcos’altro le piaceva, le era piaciuto… E a quest’intuizione ebbe un moto di affetto: frammisto presto a un brivido di eccitazione che virò, per non pensar troppo, all’idea della serata che l’aspettava.

Era davanti allo specchio. E fu sgomento.

Corvo

Chi era quell’individuo che ciondolava tra le gambe? Chi le sue ancelle? Cos’era quell’assembramento, quel convegno illegale? Cosa cercavano, che volevano da lui? Tastò il tutto per comparare l’immagine al supporto della memoria tattile. Nulla da dire al controllo qualità: tutto corrispondeva ai dati in archivio. Eppure, perché quelle linee curve, quegli avvallamenti, quelle pendenze? Cosa quel gonfiore, quell’asimmetria? Quelle misure inattese, pur non tutte necessariamente sconvenienti? Le domande fioccavano, accrescevano i dubbi: come accade tra gli operai sulle macerie di un disastro d’auto. Ogni domanda adiva a mille ipotesi, che a loro volta prospettavano dubbi nuovi.

La risposta più frequente rimandava ad usi e abitudini: in particolare, a certi modi di usare gli strumenti. Altre ai casi della vita. Ma a tutte non ve n’era che una: il tempo. Il tempo maledetto. Eleuterio aveva chiuso gli occhi: per qualche secondo, qualche minuto. Riapertili, ammirava il pube: nulla era cambiato.

Non avrebbe avuto niente a che fare con quella gente: non avrebbe dato udienza a un delegato tanto vile e ai suoi scagnozzi. Era deciso. Ma aveva voglia! Al di là della vanagloria, sapeva che quella non era una visita di cortesia. Quelli erano emissari, plenipotenziari col potere e le intenzioni di restare; erano venuti proprio a rilevare il comando per qualche tempo. E il cancelliere, lì, era forse un po’ malconcio, non certo di primo pelo, ma pure sempre di un console si trattava, o di un re. Eleuterio era disarmato, come un popolo assoggettato.

Gazza (aut: Alan D. Wilson)

Di chi era quel pene? Era il suo? No, era di nessuno! Era il pene di nessuno, quel pene. E quei testicoli? Suoi? Ma per piacere! Erano stati suoi forse un tempo, quando sì, v’era un vago sbilanciamento, ma vago. Ora non più, non così, non quelli: quelle non eran le palle sue, quelle eran le palle di nessuno! E quello non era il cazzo suo: quello era il cazzo di nessuno. E pensare che aveva sperato di rinverdire il giardino liberandolo della neve ormai perenne. E invece il giardino suo, suo non era più. Accusò un po’ di confusione, si sentì inguaiato: aveva perso il suo aplomb.

Indossato l’accappatoio, s’era portato in cucina. Si era preparato la moka, aveva acceso la radio, pensato che distogliere un po’ la mente dall’accaduto l’avrebbe aiutato a rimodulare il sentimento, i pensieri sul da farsi. Fuori era primavera: c’era caldo, il primo caldo. Gli uccelli già disegnavano le trame loro nel cielo blu, azzurro per più tempo. Gli alberi inverdivano, così le erbette. Eleuterio ebbe allora un po’ d’invidia per quella verdura. S’era concesso il cruccio di un pugno un po’ arrogante dato al tavolo da pranzo: piantate le gambe serrate, le mani strette alla cucina, aveva tutta l’aria di risolvere la questione.

Rondine

Cosa avrebbe detto lei? Avrebbe pensato intanto che s’era rasato il pube a sgombrare il bianco dell’età: ma cosa avrebbe detto guardando tutti in faccia? Avrebbe riso? Detto parole di scherno? Gettata la spugna allungandosi alla porta per invitarlo a uscire? Biasimata ogni diplomazia? Cosa avrebbe detto? S’era aperto la vestaglia per dare un’altra occhiata. Dall’alto, la situazione era ancora più sghimbescia che dallo specchio. Dall’alto era quel che era: un disastro. Richiuse.

Cosa avrebbe detto? Cosa avrebbe detto? Ripeteva le parole a mo’ di mantra: levò il capo. Aveva scorto dietro il vetro un uccello strano: uno mai visto. Non che ne sapesse troppo, di uccelletti, ma questo era strano: aveva qualcosa di consunto, di sgraziato. Non era giovane né grosso. Che gli poteva essere? Sarà forse un rondone? Non ne ho mai visti da vicino. Non avrebbe saputo dire, ma ormai poco contava: sul suo volto s’era già aperto un bel sorriso.

Passera

Eleuterio sorrideva: che fosse rondine o rondone, corvetto o cinciallegra, merlo o beccaccia o gazza o passera, quell’uccello l’aveva illuminato. Cosa dirà cosa dirà! Cosa deve dire! È un uccello! Ecco cosa dirà! Un uccello, come ce ne sono dieci o centomila! E lo prenderà, come ne avrà presi cento o centomila.

Soddisfatto, riempiva la tazzina, gustava il suo caffè, pensava di concedersi il lusso di un bel sigaro. Ne aveva ancora uno da qualche parte: forse un po’ vecchio, ma di certo ancora buono.

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2 risposte a “Di giardini e di uccelletti by Altiero Righetti”

  1. Che fantasioso questo Eleuterio! Le foto sapientemente scelte, vediamo come andrà a finire… 😄🌷 buongiorno!

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  2. Letto con un po’ di apprensione maschile, ricordando quando prima di un intervento per un’ernia inguinale dovetti affrontare lo stesso supplizio. Diversamente non lo avrei mai fatto, sono maschio ma non scemo😂. Complimenti per le foto, perfette 😉😂👏👏

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