“ci sono cose – mi disse un giorno Anita – che semplicemente sono destinate a te.”
Me lo ricordo quel giorno, i miei ricordi attraverso frammenti di immagini non mi ha ancora lasciata e quella specie di autismo infantile, si all’epoca lo scambiai per una forma di memoria fotografica troppo progredita per essere normale, è ancora qui presente.
Il tavolo di legno fuori dal piazzale del Pit stop era ormai il luogo dove io e Nina passavamo i nostri pomeriggi estivi, all’epoca avevamo dieci anni, un amore immenso che ci legava e ancora tanto da scoprire di noi stesse. Era il preciso istante in cui potevamo dire di essere gemelle, perché sì per tre mesi circa all’anno possiamo fare finta di essere nate nello stesso momento. Nina aveva ancora i capelli lunghi, la mamma ce li tagliava “così posso tenervi più ordinate” diceva, lei aveva la fortuna di tenerli almeno fino alle spalle, io mi dovevo accontentare della lunghezza collo, anche se in poco tempo ricrescevano e ci ritrovavamo pure gli stessi capelli. Proprio come se fossimo gemelle. Poi gennaio arrivava, puntualmente ogni anno dopo quei mesi autunnali e io diventavo la più grande. E lì non potevamo più mentire, ma potevamo inventarci altre scuse. “Mi ha morso uno squalo” sussurrava come fosse un segreto Nina. Per giustificare la cicatrice che portava al collo, quasi nascosta da quei capelli a caschetto che Zia ci tagliava. Era Ste che le aveva messo in testa sta storia e lei ne andava fiera, se la portava in giro come fosse un bottino di guerra. Ci avevamo fatto su una storia immensa, aggiungendoci pirati, navi e altre fantasticherie. All’epoca c’era ancora Babbo Natale nelle nostre vite e non ci era difficile credere a cadute in mare e squali pronti ad azzannarti.
La storia che più ci piaceva raccontare era quella che Ste non era nostro padre, dicevamo di avere un genitore che viveva lontano, che era stato con mamma poco tempo e che poi ci aveva lasciate. L’avevamo sostituito in qualche modo, ma mai dimenticato.
Eravamo alte un metro e un tappo, stessi capelli a caschetto, lei una cicatrice di squalo sul collo e io occhiali tondi poggiati sul naso. Gemelle in quel preciso istante. Io bionda, che con il sole della montagna in quei mesi ancora di più, occhi azzurri come la mamma e un legnetto con cui giocare in mano. Nina castana, occhi verdi e intesi come quel papà lontano e una collana di margherite in mano.
Capelli biondi, che arrivavano poco più in basso delle spalle, occhiali da sole, sigaretta in bocca e occhi azzurri come i miei. Ste si sedette affianco a lei, occhiali sporchi poggiati sul naso in una posizione precaria e lacoste verde acqua. C’era anche papà, quell’uomo alto con la barba che sembrava provenire da un posto magico, quel Babbo Natale che vedevamo solo nelle vacanze estive, natalizie e per Pasqua. Lo trovavamo lì in Val di Non, in cucina tutto il giorno e poi la sera a passeggiare insieme a noi, mamma e Ste. Arrivava a casa nostra da Milano la sera della Vigilia, si presentava a noi con pacchi in mano, quasi fosse davvero Santa Claus e poi scompariva di nuovo, ci lasciava ancora volando sulla sua carrozza volante. A Pasqua spuntava di nuovo, tra la cioccolata e le uova rivedevamo anche lui, era un appuntamento fisso ormai. Si tornava in montagna, si tornava nel fresco del Trentino, negli abbracci caldi di quell’omone che mamma ci aveva sempre raccomandato di chiamare papà.
Quel giorno il cielo era azzurro, poteva essere agosto o settembre, poco importa, ma era estate di sicuro. Io e Nina eravamo appena tornate dalla nostra piccola escursione, io avevo provato ad arrampicarmi ad un albero e poco dopo ero caduta, un’altra sbucciatura al ginocchio, ma poco importava, ormai avevo le gambe piene di bolli -come li chiama mamma- e di morsicature di insetti. Non ci avevo neanche pensato un attimo a fiondarmi giù da quel ramo quando avevo visto Nina volare per terra, era inciampata in un legno che non aveva visto ed era finita nelle ortiche. Mi ricordo ancora le lacrime rigare il suo viso, la gambe iniziare a tremare e gli occhi a diventare rossi. Mi ero fiondata giù, precipitando da quel ramo un po’ traballante, mi ero sbucciata il ginocchio e l’avevo subito abbracciata. Prenderla in braccio ormai era il nostro rito, si immaginava già la benda che Ste le avrebbe messo intorno, come se fosse sopravvissuta ad un guerra ed anche quella strana storia l’avrebbe raccontata, aggiungendoci dettagli strani come tanto le piaceva. Oltre allo squalo che l’aveva attaccata in mezzo al mare avrebbe parlato di quell’altra di storia, di quel lupo della val di Non, che le aveva riempito le gambe di strani graffi. Ci avevano trovate così quei tre strani adulti, che sembravano così tranquilli in quel pomeriggio di fine estate, con quella malinconia che solo la fine delle cose belle porta con sé, quella voglia di farla durare se non per sempre, almeno un altro po’.
Li avevo notati già da lontano, Nina era troppo impegnata a fingere quel pianto da coccodrillo che poi le avrebbe fatto guadagnare il posto privilegiato sulle gambe di papà. Le lacrime da coccodrillo però dovevano essere accompagnate da una buona dose di singhiozzi, se no non se la sarebbero bevuta quella storia lì e a Nina sarebbe aspettata solo una bella dose di sculacciate e probabilmente anche a me, perché non potevano mica farmi mancare qualcosa. Sempre in coppia, nel bene e nel male, nelle nostre piccole bugie e nelle nostre grandi storie. Come quando quella peste mi aveva trascinata nelle sue pazzie quando si era messa in testa che era diventata grande e voleva il buco all’orecchie.

[ BlogLink : Il Finestrino ]





Lascia un commento