(Il ramo e la foglia, 2023)

Il ramo e la foglia è una giovane casa editrice indipendente, che si distingue per l’eleganza dei volumi che sforna e per la qualità delle opere che sceglie di pubblicare. Tra i testi pregevoli che ho avuto modo di ammirare e, in alcuni casi, di leggere, un posto speciale l’ha certamente Marcel ritrovato, di Giuliano Gramigna. Giuliano Gramigna è stato un critico letterario, poeta e scrittore novecentesco (nato nel 1920, è morto nel 2006) e assolutamente novecentesco è questo romanzo del 1969 che Il ramo e la foglia con splendida intuizione ci ripresenta oggi. Proustiano fin nel titolo, con quel nome, “Marcel”, e l’aggettivo “ritrovato”, il libro ci parla, come è facilmente intuibile, di una ricerca: la ricerca che il protagonista, Bruno, compie obtorto collo nella speranza di rintracciare e riportare a casa un amico misteriosamente scomparso. Spinto a questa impresa dalla sorella Gianna, l’accidioso Bruno, un borghese annoiato della vita e preda di reiterati attacchi nervosi, è stato a lungo innamorato, e forse lo è ancora, della moglie di Marcello, l’amico rivale che si accinge a cercare. Da Milano, dove vive, parte perciò per Parigi, ma una volta arrivato lì si lascia prendere dall’incantesimo della città e dalla propria indolenza e preferisce bighellonare per le vie e piazze della capitale piuttosto che impegnarsi in una ricerca che ritiene inutile. Qualche tentativo svogliato e scarsamente convinto lo fa, tanto da entrare in contatto con una serie di personaggi improbabili e comici, come due sedicenti brasiliani, un prete cardiopatico e una donna della quale riesce a vedere, dietro il bancone di un bar, solo la metà superiore, dubitando se quella inferiore esista realmente o non sia invece un semplice supporto o addirittura una vite senza fine. Non faccio spoiler se dico che alla fine lo troverà, l’amico Marcel: è già enunciato nel titolo. Come lo troverà, e se riuscirà a convincerlo a tornare a casa, lascio che lo scoprano i lettori.

Mi soffermerò invece su alcuni aspetti del romanzo che ritengo particolarmente degni d’attenzione. Intanto la caratteristica marcatamente proustiana del libro: il nome scelto per il co-protagonista, il luogo del suo inabissamento e della conseguente ricerca, Parigi, lo stesso termine “ritrovato”; non solo, l’importanza della memoria, seppure in chiave molto diversa rispetto a Proust. Per Bruno la memoria e la nostalgia non sono salvifiche affatto, ma andrebbero proprio cassate. Gli ambienti frequentati, anche questi in chiave opposta rispetto al Maestro: quei salotti dove il Narratore della Recherche si beava del contatto con tante persone illustri e da lui mitizzate si trasformano per Bruno in luoghi nei quali si dispiegano la vanità e la banalità di certi milieu pretenziosi. Persino la scena del risveglio, col brusio delle voci e dei mezzi di trasporto nel sottostante Corso Garibaldi è una sorta di Proust alla rovescia: ricorda molto da vicino il risveglio del Narratore con le finestre aperte su una via piena di voci, di suoni, di personaggi, che in lui provocano interesse e piacere, mentre per Bruno sono solo sgradevoli e fastidiosi. Bruno del resto è il tipico personaggio del Novecento letterario, un inetto, un annoiato, un nevrotico, tra Noia e Nausea, addirittura sveviano nel rapporto irrisolto col padre morto.

Questo per quel po’ che si può dire della trama senza entrare troppo nei dettagli; rimane da parlare della struttura del romanzo e dello stile dell’autore. Struttura complessa e originale, con continui passaggi dalla terza alla prima persona, con digressioni e note dell’autore che riflette in tempo reale sul libro che sta scrivendo, sulle tecniche di narrazione, sugli stratagemmi che usa, facendo al tempo stesso autocritica e giudicando banali o poco efficaci certi suoi accorgimenti narrativi.

Lo stile, infine, è leggermente retrò, come ovvio, visto che si tratta di un romanzo che ha superato abbondantemente la cinquantina: uno stile elegante, un lessico raffinato, un italiano inframmezzato di dialetto milanese, frasi in francese, un intero brano scritto parte in francese e parte in inglese, citazioni talvolta esplicite, talaltra ben nascoste nel testo: insomma una goduria per gli amanti di un certo tipo di romanzo, di quei romanzi che oggi, in effetti, non si fanno più.

2 risposte a “Marcel ritrovato, di Giuliano Gramigna Recensione di Marisa Salabelle”

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