By Camilla Ugolini Mecca
Nel vasto mondo della mitologia greca esiste un personaggio tanto famoso, quanto difficile da collocare. Si chiama Prometeo ed è figlio di Giapeto, uno dei Titani. Nelle lotte sanguinose per il potere che terminano con la vittoria assoluta di Zeus, i Titani finiscono scaraventati nel Tartaro senza alcuna pietà, mentre Prometeo, pur essendo di stirpe titanica, resta neutrale. Zeus lo stima, perché si rivede in lui. Possiedono entrambi la stessa meravigliosa dote incarnata anche da Atena, e dal suo protetto Ulisse: l’astuzia. Quella dote che permette di uscire da qualsiasi pericolo, di scoprire il punto debole di ogni situazione e di farne buon uso. Il nome di Prometeo parla proprio di questo: è colui che pre-vede, che vede prima di chiunque altro, che è là molto prima che l’oggetto della visione accada.
Zeus e Prometeo si somigliano, pur senza competere. Perché Prometeo non aspira ad essere re, lascia questo potere a Zeus che d’altra parte se lo tiene stretto. Eppure in un mondo gerarchizzato e stabile come quello olimpico, Prometeo rappresenta la ribellione, la voce interna che vuole incrinare le certezze, metterle in discussione, mostrarne i lati cupi. E questa ribellione gli viene dal fatto di essere dalla parte degli umani: in alcune versioni del mito, è proprio lui a crearli, è il loro padre. Come loro, Prometeo è un ibrido, è figlio di stirpe divina ma non è proprio un dio, così come gli uomini portano in sé una parte immortale e al contempo la ferinità.
Prometeo è noto per aver rubato il fuoco, ma prima di tale furto vi è un evento che lo colloca fra le schiere degli astuti.
Proprio per la stima che prova per lui, Zeus lo incarica di stabilire quale sia il confine fra il mondo degli uomini e quello degli dei. Un confine che li dividerà per sempre. Per risolvere la questione, Prometeo prende un enorme bovino e lo macella. Lo scuoia, ne spolpa le ossa lunghe, e infine le riunisce e le avvolge con uno strato di grasso, molto appetitoso a vedersi. D’altro lato, raccoglie tutti i visceri dell’animale – la carne – e li introduce nello stomaco della bestia, maleodorante e poco gradevole alla vista.
Sostanza e apparenza, contenuto e contenitore. Prometeo gioca sulle ambiguità, e continuerà a giocare così. Presenta i due pacchetti a Zeus, quello con le ossa e quello con la carne. Uno appetibile, l’altro ripugnante. A Zeus va la prima scelta, e che sia fatta col cuore – gli suggerisce Prometeo. Perché sarà questa scelta a definire cosa spetterà agli uomini e cosa invece agli dei.
Zeus, scrivevo, è l’altra faccia di Prometeo. Ha inghiottito Metis, la sua antica sposa, la personificazione dell’intelligenza astuta, e quindi ha dentro di sé la lungimiranza. Comprende bene che, dietro alle mosse di Prometeo, ci deve essere qualche trucco. Eppure sceglie l’involto più bello e appetibile, dentro il quale non trova che ossa bianche. È la scelta più giusta, in fondo. Le ossa sono la parte incorruttibile, quella che non si decompone, che non imputridisce, che dura oltre la morte fisica, che contiene il midollo, in grado di produrre le cellule del sangue. Le ossa non sono che la rappresentazione dell’eternità.
La scelta di Zeus segna un inizio: quello dell’uso del sacrificio, attraverso il quale gli uomini d’ora in poi comunicheranno con gli dei. Agli dei verranno dedicate le ossa spolpate dell’animale sacrificato, e bruceranno sopra una pira profumata. Sarà il fumo ad arrivare agli dei, che non hanno bisogno di nutrimenti concreti. Agli uomini, invece, spettano le carni, la sostanza degli animali. Ma si tratta davvero della parte migliore? Dal momento della spartizione operata da Prometeo, gli uomini sono destinati a doversi nutrire per poter sopravvivere, mentre gli dei possono accontentarsi del fumo e delle ossa. La necessità di mangiare per restare al mondo è di fatto ciò che definisce l’essere umano. La sopravvivenza degli uomini va alimentata continuamente, così come il fuoco, altro elemento della vicenda prometeica.
E allora perché Zeus va su tutte le furie, visto che ha scelto la parte che più si confà agli immortali? Si infuria per l’inganno, perché Prometeo ha voluto giocare con lui, lo ha sfidato nell’astuzia.
Ecco allora delinearsi il secondo atto della vicenda, generato da una prima punizione divina: il grande signore dell’Olimpo decide di sottrarre agli uomini il fuoco, che prima era a loro disposizione. Come potranno cuocere la carne animale? Come potranno scaldarsi, d’ora in poi? Prometeo non ci pensa neppure un secondo: la passione per i mortali lo spinge a correre nella fucina di Efesto per rubare il fuoco. Ne cattura una scintilla e la nasconde all’interno di un ramo di ferola, una pianta che al contrario delle altre è umida all’esterno e secca al suo interno. Prometeo è proprio scaltro, gioca ancora una volta con l’apparenza, con la differenza tra realtà interna ed esteriorità. E infine porta il fuoco agli uomini, che da questo momento potranno scaldarsi e cuocere il loro cibo. Ma il fuoco che Prometeo dona ai mortali non è un fuoco eterno, va alimentato continuamente perché rischia di spegnersi. Ha bisogno di essere vegliato, richiede responsabilità. È un fuoco che ha fame ed è anche violento nella sua voracità: se si appicca alle foreste e alle case, divora ogni cosa. È proprio come gli uomini: divino e insieme bestiale.
Questa volta Prometeo ha passato il segno e così, infine, viene condannato. Incatenato a una colonna sopra una montagna – in un luogo a metà fra terra e cielo, fra umano e divino – il suo supplizio consisterà nel vedere ogni giorno il proprio fegato divorato dall’aquila di Zeus. Fegato che durante la notte ricrescerà, per poi essere rimangiato di nuovo, il giorno successivo. E così via, di continuo, fino a quando Eracle – su consenso dello stesso Zeus – lo libererà.
Fegato e aquila, fuoco e astuzia. Questi sono gli elementi della storia, affascinante e odierna, come ogni mito che si rispetti.
Prometeo è punito con le stesse armi con cui ha trasgredito. Lui stesso diviene cibo: non di un mortale, bensì dell’aquila di Zeus, sua stessa emanazione. È questo il modo di Zeus di giocare a sua volta: colui che aveva offerto al signore dell’Olimpo soltanto le ossa di un bue macellato, diventa egli stesso carne da sacrificio.
Ma perché proprio il fegato?
Nell’antichità, il fegato era oggetto di affascinanti interpretazioni. Si era compreso fin dall’ora che è l’organo più esteso del corpo: si riteneva che fosse da lì che nasceva il sangue e che quindi fosse la sede della vita stessa. E si pensava anche che fosse la fonte delle emozioni più potenti, come la collera, il desiderio, la sofferenza e il disprezzo.
Gli antichi in effetti avevano indovinato due cose: il fegato, insieme al cervello, è l’organo più grande del corpo e la ragione delle sue notevoli dimensioni sta nel fatto che agisce come un vero laboratorio biochimico. Inoltre, insieme al polmone, è l’organo più ricco di sangue.
Esso si trova tra l’intestino ed il cuore, e mette in relazione l’ambiente interno con quello esterno. Proprio come Prometeo, è un intermediario.
Oggi sappiamo che trasforma le proteine e i grassi in uno zucchero, il glicogeno. Inoltre neutralizza sia i veleni introdotti dall’esterno, sia quelli prodotti dall’organismo umano; produce la bile, indispensabile alla digestione e anche alcuni anticorpi, in grado di fagocitare – estraendoli dal sangue – batteri, virus e corpi estranei.
Per di più, raccoglie tutto il sangue venoso dell’addome, lo purifica e lo trasforma in sangue più ricco di sostanze nutritive, destinate a entrare nella grande circolazione e ad essere assimilate dalle cellule.
E non è tutto. Nel mito di Prometeo, osserviamo come gli antichi avessero intuito qualcosa che poi la scienza ha potuto riconoscere: il fegato ha la capacità di rinnovarsi interamente, con o senza aquile a divorarlo. È un organo che si ripara, che ritorna integro, che sembra tornare indietro, al passato, mentre il tempo avanza.
E l’aquila?
Da sempre accostata al sole, al fulmine, alla luce, così come alle potenze imperiali, l’aquila è colei che rappresenta il potere e insieme il lume della ragione. E’ la regina assoluta dei volatili, quella che fra essi vola più in alto e sembra poter vedere tutto. Per gli alchimisti, sarà l’espressione dell’ascesa dello spirito dalla prima materia, quando le emozioni sono superate e la coscienza può brillare. Ma l’aquila è anche un predatore. Nel mito di Prometeo, si ciba del suo fegato, infliggendogli un dolore bruciante come il fuoco. Glielo rode – e non è forse vero che l’eccesso di emozioni porta tutti noi a ‘roderci il fegato’?
L’aquila si nutre di quel cibo, come la ragione ha bisogno di nutrirsi di quella forza possente che il fegato offre. ‘Avere fegato’, nel nostro lessico comune, non significa forse ‘avere coraggio’?
E come il coraggio senza ragione diventa avventatezza, così la ragione senza coraggio resta immobile, fredda, e partorisce solo pensieri privi di azioni. Oppure pensieri lucidi, ma troppo gelidi, senza sangue.
La punizione del Prometeo incatenato – al quale Eschilo dedicherà una tragedia – in realtà non è una vera punizione, tanto è vero che alla fine sarà proprio Zeus a consentire ad Eracle di salvarlo. Prometeo è privato del fegato, ma non muore. È costretto ad osservare una parte di sé mentre viene distrutta per poi rinascere, costantemente. Assiste al cambiamento, alla ciclicità del tempo, senza potersi muovere, senza poter agire, come invece ha sempre fatto d’impulso.
Secondo la biblista francese Annick de Souzenelle, il fegato esprime “la sede della potenza divina, della sua gloria” ed è anche “il luogo del corpo dove si accumula la luce del compiuto […] Accumulando il compiuto […] il fegato partecipa della conoscenza; ha il potere di visione. Diviene sede di una nuova intelligenza sugli avvenimenti, di una nuova saggezza sulle decisioni da prendere”. Non è un caso, quindi, che nell’antichità si leggesse il futuro proprio osservando il fegato degli animali.
Divorando il fegato, l’aquila di Zeus costringe Prometeo a sprofondare nell’incompiuto. Lo costringe a ricrearsi, a partecipare ad un processo di formazione.
Prometeo è stato impaziente, questa è stata la sua colpa. Come Odisseo, ha dimostrato tracotanza, ha sfidato gli dei immaginando di essere uno di loro. Ha voluto credere che la presenza divina in lui equivalesse all’essere un dio. Il suo amore per i mortali lo ha portato a desiderare per loro un mondo senza fatica, privo di conquiste. Non ha compreso che amare non significa donare compulsivamente qualcosa a coloro che non sono ancora pronti a ricevere. Non significa conquistare per gli altri qualcosa che dovrebbero trovare da soli. Possedere il fuoco divino presuppone che si compia una strada, che si imbocchi un cammino e lo si percorra tutto, fino in fondo. Nei Tarocchi Marsigliesi, la carta de ‘La Maison Dieu’, la ‘Casa-Dio’ – volgarmente detta ‘La Torre’- presenta una costruzione il cui tetto – dotato di merli medievali, quasi fosse una corona – si apre, come una botola, e così fa entrare dall’alto una sorta di fiamma – che è anche una piuma. La carta è la numero 16: ci vogliono ben 15 stadi prima di arrivare lì. Ci vuole un lungo percorso per poter maneggiare il fuoco divino.
E ogni conquista necessita di una preparazione e dell’impegno per raggiungerla.
La storia di Prometeo ci insegna che ogni cosa ha un tempo per esplicitarsi, e che la reazione impulsiva non è quasi mai una buona scelta. Ci insegna che ci sono esperienze che vanno conquistate, che la dimensione umana richiede un continuo processo di morte e rinascita, e che le occasioni si ripresentano quando infine, anche dopo mille anni, siamo pronti ad incontrarle.
Prometeo ci mostra l’esistenza di un tempo nuovo, un tempo in cui le cose si modificano e muoiono, fino a ricomparire rinnovate. Il tempo della trasformazione e del ritorno. Il suo fegato è mangiato, scompare ma rinasce, come gli astri che compiono la loro rivoluzione. E’ il tempo circolare, che sta nel mezzo fra linearità ed eternità.
È solo al termine di un infinito alternarsi di giorni e di notti, di morti e rinascite, che Prometeo verrà liberato e riceverà il dono dell’immortalità. Non agirà più come un ribelle, ma a partire da una profonda metamorfosi interiore.
Con il suo fegato che muore e rinasce, con la sua genialità e il suo coraggio, Prometeo ci ricorda che in ognuno di noi risiede una scintilla divina. E con il suo supplizio rammenta che per conquistare i doni degli dei dobbiamo essere pazienti, che l’astuzia deve servirci per trovare i modi per riuscire a percorrere le strade, non per aggirarle. Ci insegna che gli esseri umani hanno bisogno di compiere un cammino lento, spesso tortuoso, in cui morire e rinascere molte volte, prima di percepire dentro di sé una scintilla di immortalità.
Bibliografia:
- Annick de Souzenelle, Il simbolismo del corpo umano, Servitium
- Robert Graves, I miti greci, Longanesi
- Georges Lahy, La voce del corpo, Venexia
- Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini, Einaudi

Camilla Ugolini Mecca nasce a Verona nel 1971, dove si laurea in Lettere Moderne. Mamma di un ragazzo di 13 anni, svolge la professione di Consulente e Editor.
Nel 2003 pubblica con Liberty House il saggio “Ambigue stanze – Un itinerario nell’opera di Antonio Possenti”. Nel 2007 il racconto “Il paradiso è un cul-de-sac” vince il concorso “Pubblica con noi” indetto da Fara Editore. Nel 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Il destino dell’onda”, edito da Il Falò. Nel 2022 ha vinto – in ex aequo con Natascia Ancarani – il concorso Faraexcelsior 2022, con il romanzo “Tu sorgerai di nuovo”, pubblicato da Fara Editore. Il romanzo ha vinto il terzo premio al Concorso “L’Azalea” a Roma e il primo premio per il Romanzo storico alla XI Edizione del Premio Letterario Internazionale “Città di Sarzana”. Nel 2023 la sua prima silloge poetica “Tutto il resto mi sfugge” è stata selezionata nell’ambito del Concorso Faraexcelsior 2023 e poi pubblicata da Fara Editore. Attualmente sta scrivendo il suo terzo romanzo, cura il suo blog camillaugolinimecca.blogspot.com e collabora con Masticadores Italia.





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