La riflessione odierna nasce come una sorta di brainstorming avvenuto all’interno dei miei pensieri; una partitella di calcio, qualcosa di leggero da venerdì sera dove amici quarantenni sfidano la sorte (magari qualche incipit di infarto), atteggiandosi a K’varatskhelia della situazione.
Per tornare sulla via del pensiero (una strada mai troppo dritta), mi sono soffermata su un punto interessate di una certa questione: cosa è il corpo nella malattia (psichica)?
Il soggetto si trova a dover fare i conti con qualcosa quando l’IO si ammala (ricordiamo che l’IO si trova a mediare i conflitti esistenti tra l’ES1 sede delle pulsioni che cercano disperatamente di uscire e il SUPER-IO2 castrante e pieno di divieti che replica con i suoi NO!). L’IO3 -infatti- gestisce in un certo senso, i meccanismi di difesa che devono proteggerlo.
Ciascun soggetto non è un contenitore privo di una certa storia; veniamo infatti al mondo inscritti già in un certo lignaggio; in una data famiglia che già prima della nostra venuta al mondo ha cominciato a scrivere la nostra storia (a tal proposito cito l’importanza della fantasia4 che precede la reale venuta al mondo di un bambino: come sarà? a chi somiglierà? cosa farà da grande?)
Questa storia che ci precede non va necessariamente seguita; il racconto che ci precede è un tracciato di sabbia che può essere deviato dal suo percorso originale. Il soggetto però nasce in un paradosso poiché si presenta al mondo non finito ma incompiuto e semivuoto essendo egli sottoposto all’influenza delle proiezioni genitoriali. Tali proiezioni sono significanti genitoriali, quelle idee, opinioni e soprattutto fantasie che pur rappresentando il soggetto nel mondo, lo rendono vuoto.
Ora, il significante che rappresenta il soggetto presso un altro significante (quello della cultura dell’Altro paterno, del sapere da cui dipende la vita del soggetto), riguarda anche ciò che definisce la malattia e la salute del soggetto stesso e questo determinismo derivato dai significanti dell’Altro genitoriale non è biologico-organicistico, ma linguistico,ovvero è il linguaggio la dannazione del soggetto, la sua condanna ma anche la sua vitalità: si potrebbe pertanto dire che l’uomo strutturalmente è patologico (ovvero sofferente) poiché affetto da passioni che lo indicano come mancante ab-origine; il suo essere sarà dunque sempre mancante di qualcosa portandolo a dipendere necessariamente dall’Altro ma questa dipendenza necessaria può essere non tollerata o mal sopportata dal soggetto e dunque quest’ultimo può organizzare, anche senza rendersene conto, risposte che hanno a che fare con la malattia o anche con la resistenza alla cura dell’Altro perché l’Altro gli fa sentire in qualche modo il peso di queste sue cure e lo riporta al determinismo iniziale.
La potenza del significante dell’Altro cela pertanto un potere che esercita la propria influenza sul corpo; quel corpo marchiato (come dicevo in precedenza) dalla nascita quando l’infans è inscritto in quella specifica tradizione familiare. Questa tradizione familiare che si imprime sul corpo dell’infans gli insegnerà il piacere ma anche il modo di vivere il dolore.
C’è un significante che nella storia del soggetto umano ha determinato più di ogni altro la vita del soggetto stesso, un significante che fa della potenza della scrittura del segno sul corpo la sua funzione, tanto che si mette al servizio di tutti gli altri significanti. Questo significante ha una funzione precisa, quella di ascrivere al soggetto un limite detto da Freud principio di realtà, realtà entro cui il soggetto deve muoversi in quanto ne è obbligato; questo significante speciale e potente si chiama Super-Io ed è il significante della Legge dell’Altro genitoriale.
Il corpo che ho diviene allora un luogo ben specifico ed è l’Altro ad avermi concesso la sua mappa: precetti, regole, gusti. Non a caso nelle famiglie disfunzionali in cui il paziente designato è stato eletto membro portatore del sintomo, la mappa corporea scelta per lui sarà per esempio: tu sei (e sarai) ansioso; tu sei (e sarai) iperattivo; tu sei (e sarai) depresso.
Allora se nella parola il soggetto si ammala, è nella parola che i nodi psicopatologici possono trovare sede di accoglienza e disvelamento. Togliere i veli non è azione semplice, uno squarcio, un buco o una ferita rischiano crepe traumatiche di difficile elaborazione. E’ necessario un lavoro chirurgico e meticoloso
“Doc è stato strano togliere tutti i vestiti che portavo sulle spalle. Non sono mai stata a mio agio nuda; ti ricordi quando sono venuta qui la prima volta? Quanta roba che indossavo -ride-
Guardo con tenerezza quella che ero all’inizio del percorso, non mi manca né mi manco. Sono certa di essermi trovata, di aver capito chi sono. Sono fiera del mio corpo, delle parole che finalmente posso pronunciare senza avere paura di offendere qualcuno. Mi sono grata per non aver ceduto e per aver avuto così tanta paura e ti sono grata perché la tua perseveranza mi ha insegnato molto. Soprattutto a non temere la mia nudità d’animo”.
Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità.
Note:
1-Agisce secondo il principio di piacere
2-Coscienza (obblighi morali e di condotta) e Ideale dell’IO (modello a cui l’IO vuole aderire senza raggiungerlo mai; concetto controverso impastato con il SUPER-IO)
3-Agisce secondo il principio di realtà
4-Il termine fantasia ha in psicoanalisi connotazione ben specifica. Il suo significato è lontano da quello che viene comunemente dato al termine. Chi scrive si riserva, in un prossimo contenuto, di approfondire l’argomen





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