«Signori onorevoli, vi richiamo all’attenzione che dobbiamo tributare alla sede in cui siamo qui riuniti. Il mio intervento vuole rendervi edotti del fatto che il disegno di legge è stato approvato in prima lettura dalla Camera dei Deputati e una volta trasmesso al Senato è stato assegnato alla commissione Affari Costituzionali, che ne ha iniziato l’esame con la relazione introduttiva della relatrice onorevole Busatti. Dopo la discussione e la reiezione delle proposte pregiudiziali di alcuni gruppi di opposizione…».

«Stoooop! Felici! Quanta indolenza! Vediamo di edificare meglio il tutto, però; mi scusi, un po’ più di entusiasmo! Eviti questo tono laconico, questo suo essere… come dire… mi risulta un po’ meccanico. Meno equilibrio, meno equilibrio, le dico! Me la faccia più missina, lasci stare queste tendenze sinistrorse, non è né il luogo né il momento».

«Ma… maestro! Devo interpretare un membro delle istituzioni, non l’esponente di un partito qualunque».

«Dove crede di stare, Felici, in Parlamento? Le do un po’ di tempo per ripensare la sua interpretazione. Attenzione, voialtri tutti! Andiamo in pausa, voglio tutti qui in 20 minuti».

«Maestro, la vedo accaldata, come posso esserle utile?».

«Ah, vieni un attimo qui, tu, vieni. Stammi a sentire: perché non voli un secondino al chioschetto qui fuori e vai a prendermi una bella limonata? Fresca, mi raccomando».

«Naturalmente, maestro, è un onore, per me. Tutto ciò che desidera! Lo consideri già fatto!».

«Bravo, va’ allora, e mi raccomando: facci mettere una fetta di limone. Mi piace limonosa. Sullo zucchero, desisti. Niente zucchero. Un’ultima cosa: chiamami un po’ Ragusa, lì».

«Chi è maestro?».

«Ragusa, lì, eccolo, lo vedi? Parla con quella signorina laggiù».

«Volo».

«Ecco, bravo, vola! Ragusa, vieni qua… dimmi un po’, che ti sei messo in testa?».

«Cosa mi sono messo in testa, maestro? Che cos’ho in testa?».

«Che cos’hai in testa?».

«Non so, lei pensa… lei allude! Qualche azzardo, qualche pensiero di cui mi sarei reso responsabile?».

«Non fare lo stronzo con me, Ragusa. Evita quell’arietta da sprovveduto perché azzardo è proprio quello di cui potresti esserti reso responsabile. Stammi bene a sentire. Quella Kreuzberg, lì, mi ascolti? Devi starle alla larga, hai capito? Volpi… sai dove è andata a recuperarmela Volpi? in Meclemburgo, hai capito?».

«Meclemburgo, dice?».

«Già, Meclemburgo! Sai dov’è il Meclemburgo?».

«No, maestro».

«Certo che non lo sai! E sai quanto tempo ci ha messo? Quindi gira alla larga!».

«Maestro, lei deve essere stato vittima di un terribile equivoco…».

«Ragusa, ti prego. Può anche darsi che io sia stato vittima di uno spiacevole equivoco, ma fai finta di afferrare il concetto e stai alla larga dalla Kreuzberg, hai capito? A Telemontichiari, ti mando».

«Telemontichiari! No, maestro, la prego…».

«Sta’ alla larga dalla Kreuzberg! Arriva questa limonata!? Giorgi, dov’è andato Felici? sta provando quella sua parte? Stagli dappresso, fatti sentire, stagli addosso!».

«Maestro, la sua limonata».

«Bene, eccoci. Di’, che ore sono?».

«Le 17:24 maestro».

«Si fa tardi… chiama tutti e passiamo alla prossima scena».

«Compagnia! Tutti qui che si ricomincia! Facciamo la parte della rissa».

«Cosa? Hai detto rissa?».

«Sì, rissa».

«Rissa? Controlla un po’ che c’è scritto lì».

«Ehm… ressa… ».

«Ecco, bravo, ressa. Che c’è, non sai leggere?».

«Mi perdoni, maestro. La parte della ressa, compagnia, presto!».

«Non ti ci mettere anche te. Vuoi tornare a vendere birre all’Olimpico? Allora, Masnadieri, è pronto?».

«Prontissimo, maestro, come sempre».

«Tutti in posizione, allora. Motore… Azione!».

«Colleghi, non possiamo andare avanti così. Se passa questa legge che cosa dirà il nostro elettorato?».

«Onorevole Busanca, cosa vuole che ce ne importi! Cosa fa? Si mette a parlare dell’elettorato? Pensi piuttosto a come tirarci fuori da questa situazione! Ha capito che se non facciamo qualcosa, che so, qualche pressione, qualche telefonata, questi ci mettono tutti in galera?».

«Onorevole Acedio, lei ha scarsa lungimiranza. E per giunta è anche un tantino superficiale sulle questioni strettamente politiche, mi scusi se mi permetto. Sbaglio o il suo gruppo ha insistito per non scendere a patti con nessuno dei nostri alleati? Lei credeva di poter guadagnare posizioni così, con queste tattiche buone per il periodo monarchico! Ma non è più il ’46 e non lo è da un pezzo! Lei, come gli onorevoli Armodio, Lo Santo e Cernobio qui presenti. Se avessimo agito per una linea dimessa, disponibile al colloquio, avremmo sì potuto metter mano al telefono ed esercitare una pressione… come dire, una pressione… deteriore, per così dire».

«Deteriore, dice?».

«Sì, deteriore, onorevole Acedio. Sa cosa vuol dire?».

«Ma una linea dimessa e disponibile al colloquio, come lei ben sa, Busanca, non è nelle corde del nostro partito!».

«Un partito, Acedio, non deve avere una linea definita. Deve avere più una… come dire… deve essere sinusoidale, avere una linea morbida, dev’essere sempre pronto a lievi e impercettibili ricalibrature, aggiustamenti di manovre. Un partito deve avere forme sinuose, deve strisciare e solo in un secondo momento rampare. Voi invece avete azzardato la via del plebiscito! Voi andate subito a ramparmi! È un’ingenuità politica imbarazzante, la vostra. Non solo: pensate, dopo tutto, di poter fare a meno dell’esperienza di noialtri, che siam qui da lungo tempo. Lei sa da quand’è che sono qui, seduto a questo scranno, onorevole Busanca? E lei, onorevole Armodio, lo sa? Ora, vi prego di rendere onore al titolo di cui il popolo vi ha fregiati e state bene a sentire, onorevoli!».

“Stop! Buona, finalmente. Masnadieri, mi complimento. Mi ha fatto penare tutto questo tempo, ma sapevo di poter contare su di lei. Prevedo per lei un bel balzo nella mia carriera!».

«Grazie, maestro, ma la sua carriera non ha bisogno di alcun balzo, lei è la mia musa, il mio ispiratore. Cosa sarei senza di lei?».

«Sì, certo, Masnadieri, ma la prego, desista, desista, non si rivolga mai più con quella parola… musa. Continuiamo! Tutti all’erta. Motore… Azione!”

«Ascoltatemi bene, colleghi onorevoli. Qui ci vuole qualcosa di forte, di eclatante, una spallata definitiva alla questione del consenso. Una cosa che possa suscitare in quel popolo su cui voi contate tanto uno scatto di vitalità. Orgoglio, ci vuole orgoglio, qualcosa che richiami le genti al senso civico che ha dimenticato. Un’azione, un atto: che susciti nell’elettorato una vera e propria catarsi. Vedrete che sarà il nostro popolo a ergersi e farsi difensore della nostra causa, cioè a proteggerci dalle grinfie della legge, da questi giudici che credono di poter fare il bello e il cattivo tempo in questa nazione sovrana!».

«Già! Chi sono questi giudici? Che cosa vogliono da noi! Non abbiamo fatto nulla di male, noi!».

«Onorevole Ristori, non si abbandoni a queste lacrime di coccodrillo proprio qui, in questo consesso di gentiluomini onorevoli. Stia a sentire. C’è bisogno che uno di voi, cioè uno di noi, del partito, si erga a capitano del popolo. Questo disegno di legge ci dà la possibilità di mettere in scena un intervento formidabile».

«Onorevole Busanca, lei mi seduce con queste idee fini. Dica, dica, che ha in mente di fare?».

«Nulla Lo Santo, nulla di escatologico».

«Scatologico…?».

«Sì, Acedio, scatologico… stia a sentire! Un gesto, dicevo, semplice e diretto: va però orchestrato bene. Prima di tutto, il momento: è necessario un momento topico, decisivo. Io direi dopo la lettura del verdetto di questa seduta che certamente, lo dicono i numeri, sosterrà questo disegno di legge. Ho appunto qui con me una serie di cartelli che i nostri gruppi dovrebbero fare in modo di esporre in maniera plateale. E non lesiniamo sulla propensione alla volgarità: non sottovalutiamo il nostro elettorato. Ancora, ché non basta. C’è bisogno che uno di noi catalizzi le energie sparse di queste manifestazioni in un gesto teatrale, simbolico, che appicchi la catarsi all’intera commedia. Ci vuole uno agile, silenzioso, che non desti attenzioni al suo passaggio».

«Dove lo troviamo un uomo così? Ha dato un’occhiata in giro onorevole Busanca?».

«Naturale, Cernobio. Con chi crede di avere a che fare? C’è lassù il nostro onorevole Assalti, che potrebbe fare al caso nostro».

«Assalti?».

«Assalti…?».

«Ma… è un tonto!».

«Esatto! Un tonto è proprio quello che fa al caso nostro. Veda, onorevole Lo Santo: qui non si tratta di fare discorsi infuocati, pieni di retorica, di quelli che una volta si agitavano in queste aule. Né bivacchi né risorse aggiuntive. Arringare la folla è fuori moda. O meglio: la folla si arringa con i fatti, non con le parole. Riesce a pensare anche solo a uno dei nostri elettori che possa ascoltare o men che meno comprendere uno dei discorsi in Parlamento? Mi dica lei, onorevole, se c’è anche solo uno dei nostri elettori che si dà noia di approfondire questioni capitali della nostra contemporaneità rubando del tempo al suo lavoro, alla sua famiglia, ai suoi hobby, al tempo libero? E per cosa? Per capire quello che noi qui si dice in maniera artatamente noiosa e confusa?».

«Ha ragione, onorevole Busanca, non me ne viene in mente uno».

«Non è con le parole che si incanta la folla, oggi. C’è bisogno di azione, azione! Dunque, la mia idea è questa: il nostro onorevole Assalti, allorché il presidente annunzierà i risultati del voto, se ne starà lì in apparente disparte; lì in basso, sulla sinistra, pronto a scendere segretamente le scale che lo condurranno all’onorevole Sassi».

«Perché proprio Sassi?».

«Perché scommetto che faranno leggere la sentenza proprio all’onorevole Sassi. Cosa crede che l’abbiano fatta eleggere a fare? Questa maggioranza ama questo genere di facezie: hostess, capaci di distrarre l’elettore nel momento in cui dovrebbe stare più concentrato, quando si scrive la storia».

«Lei è un diavolo, onorevole Busanca».

«Tra l’altro dubito che quella gattina della Sassi riuscirà a leggere il verdetto senza inciampare in qualche lettera».

«Onorevole Cernobio, proprio lei mi fa il letterato illuminato? Anche lei inciamperebbe nella lettura di quel documento, come è inciampato in un commento così plateale e lascivo. Lasciatemi esporre il piano. Nel momento in cui sarà letto il verdetto, noi qui abbiamo un compito ben preciso: agitare una gran bagarre. Fischi, grida, applausi, pernacchie, trombette. E i manifestini polemici, naturalmente. I nostri stuart saranno ben occupati ad arginare la nostra incontenibile insoddisfazione. Il nostro onorevole Assalti avrà così tempo e modo, con quel suo fare da tonto, di raggiungere la Sassi e sacrificarla sull’altare della nostra gloria».

«Perché? Una volta lì che succederà!».

«Già, onorevole Busanca, che intenzioni ha?».

«Succederà quel che ha da succedere, onorevole Lo Santo. Il nostro Assalti darà un bel pugnone sul visino della Sassi!».

«Mio Dio, Busanca, ma è sicuro? Non sarà troppo?».

«Già! È pur sempre una donna!».

«Proprio perché è una donna deve essere raggiunta da uno sganassone dato come Dio comanda – lo si abbia sempre in gloria. Ma lo capite o no? Arrivare a dare un pugno a una donna non solo ci pone in linea con il nostro elettore medio, che non disdegna qualche lezione di stile, qualche indizio di orientamento familiare tipico della nostra inclita tradizione, checché se ne dica…».

«Ah, i nostri elettori sì, sono loro il vero cuore di questa nazione!».

«La prego, onorevole Cernobio. Dicevo, non è solo questo: arrivare a dare un pugno a una donna in diretta streaming, o in TV, o quel che sia, darà modo a tutti di far capire che noi, pur di non far passare una legge, siamo disposti a tutto, non abbiamo paura di nulla, e che la cosa più importante per noi è il nostro elettorato, che noi qui rappresentiamo con coraggio e profondo rispetto. Penseranno che la delega che hanno affidato a noi e non ad altri non è qui considerata un lusso, ma una responsabilità! Questo, sono convinto, stringerà il legame con il nostro elettorato, ci permetterà di avvicinarci, perché no, a un’utenza di cui non abbiamo ancora esplorato a pieno il potenziale».

«Devo riconoscerlo, onorevole Busanca: lei è una vecchia volpe. Abbiamo ancora tanto da imparare noialtri».

«Se ne ricordi, onorevole Acedio. Se ne ricordi la prossima volta, prima di tornare a togliere l’appoggio alla mia corrente nelle riunioni di coalizione».

«Stooop! Benissimo così. Lei, Masnadieri, mi commuove. Non credevo potesse ancora saltar fuori un fior fiore di attore da queste scuolette drammatiche!».

«Grazie, maestro, accetto questi suoi complimenti come gradito regalo, me ne fregio – è vero».

«Lei, però, mi scusi – come si chiama? – Acedio… insomma, sia più compiacente, più compiacente le dico!».

«Più compiacente, maestro?».

«Sì, meno servizievole. Sia, come dire… più centrista».

«Non la capisco, maestro, mi perdoni».

«Non mi faccia perdere la pazienza. Più condiscendente, meno lascivo, le dico: si immagini in una corrente più orientata ad un appoggio discreto, meno imprevedibile…».

«Ehm… Sì… senz’altro, tutto chiaro. La ringrazio, maestro: sono consigli preziosi. Lei non sa quanto sia importante per me tutto questo».

«Ora basta, non perdiamo altro tempo. Entriamo nel vivo della ressa! Attenti tutti per favore: siamo ordinati! Fate entrare la musa! – Prego, signorina Kreuzberg, prego, non sia timida, entri pure e salga sul predellino. Mi raccomando: sia spontanea! Andiamo! Motore… e azione!».

«Eccola lì, la musa del nostro maestro. Dove è andata a pescarla, in Moldavia? In Russia?».

«Non so, ma ne sa una più del diavolo. È in stretti contatti con quel ricercatore di talenti che si porta dietro… come si chiama…?».

«Volpi, chi vuoi che sia? Quello ha sottomano i peggiori bordelli dell’est Europa! Dice che l’ha trovata su internet. Quando è andato a prenderla l’ha trovata in condizioni incredibili, con un occhio gonfio, tutta viola in faccia e il corpo pieno di lividi».

«Ah! È così che ha ottenuto la parte!».

«E che cosa credi? Gli piace farci credere che la scelta sia per un piglio realista, naturalista, addirittura, e hanno giustificato il fattaccio con una che ostentasse imbarazzo e disagio nell’interpretare quel ruolo».

«Certo, una puttana in Parlamento, più realismo di così si muore».

«Già… Senti come recita, da cani! Attento, ecco il momento!».

«Buffoni! Buffoni! Lei, signor presidente, vada a fare in culo!».

«Stooooop! Acedio, ma che le salta in mente?».

«Mi dica maestro, dove ho sbagliato?».

«A fare in culo? E dove crede che siamo, in un postribolo? La mia arte, ora, la facciamo nelle osterie?».

«Ma lei aveva chiesto meno cortesia! Ecco, meno cortesia di così…».

«Acedio, stia attento! Che fa, mi sindaca? Non è nella posizione di sindacare, quindi non sindacalizzi. Le ho chiesto centrismo! Le pare, quella, un’espressione centrista? Questa non è la realtà, ma una sua rappresentazione: è naturalismo, senso della mia arte; lei la legge la critica cinematografica? Con quel suo linguaggio da postribolo non è neppure realista. Lei è iper-realista, le dico, e io odio l’iper-realismo. L’iper-realismo è una peste del nostro tempo e va debellata!».

«Ho capito, maestro, chiarissimo. Nessuno prima d’ora mi aveva mai spiegato meglio concetti così sottili. Sono pronto, grazie!».

«Riprendiamo… Miss Kreuzberg, cara, perdoni questa spiacevole interruzione proprio mentre ci avviciniamo al clou della scena. Perdoni questa mia tediosa e deplorevole attenzione al dettaglio. Andiamo, allora! Motore… e azione!».

«Ladri! Buffoni! Che credete di fare!? Lei, presidente, è un vigliacco, un vigliacco!».

«Onorevoli! Onorevoli, vi richiamo all’ordine!».

«Ma che ordine e ordine! Qui si passa ogni limite! Chi vi ha dato questi poteri? Qui non c’è da fare nulla, se non chiedere le vostre dimissioni!».

«Proprio così, dimissioni! Di-mi-ssio-ni, di-mi-ssio-ni, di-mi-ssio-ni».

«Onorevoli! Onorevoli! Via quei cartelli! Via i cartelli, ho detto! Lei, onorevole Lo Santo! Che fa? Via, via! Lo Santo! Onorevoli… Lo Santo! Onorevole Lo Santo, lei è espulso!”.

«Presto, presto, Assalti, vada, vada! Spostati un attimo, tu! Fammi vedere… Bene, è passato! Così, così. Vada, Assalti, vada! Eccolo, eccolo, ah! Ah-ah!».

«Stoooop! Assalti, ma che fa? Ma è impazzito? Aiutate la signorina Kreuzberg, presto! Assalti, ma che diavolo, vuole abbatterci la protagonista!? Lei è un idiota!».

«Mi scusi maestro, lei ha detto, e cito testualmente, di non dar adito a dettagli che potessero interferire con la corretta evoluzione di un tessuto aderente in tutto e per tutto al dipanarsi del reale! Direi che l’ho dipanato per bene, ‘sto reale!”

«Ho capito, Assalti, ma insomma… la nostra è pur sempre trasfigurazione! Lei ha dato un pugno alla mia musa! – Le riconosco, comunque, grande attenzione e una memoria prodigiosa! Devo ammetterlo, quella stringa di pensiero rende merito al mio eloquio!».

«Maestro, la signorina è qui, lucida e perfettamente in grado di continuare, se necessario».

«Signorina Kreuzberg, carissima, dica, come sta?».

«È in perfetta forma, signore, neanche un graffio. Un pugile non avrebbe ricevuto un colpo con altrettanta destrezza!».

«Bene, bene, son contento. Del resto, non c’è bisogno di altro! Questa scena è un capolavoro drammatico, il mio capolavoro drammatico! Tutto grazie alla mia musa. Signorina Kreuzberg, venga, venga. Portatemi un po’ d’acqua, presto! Venga, si accomodi, andiamo pure nel mio studio che vorrei parlarle di un mio prossimo progetto… la catapulteremo tra le principessine della nuova scena realista. Lei è realmente una grande attrice, lo sa?».

«Signor Masnadieri, i miei complimenti. Un’interpretazione straordinaria! A guardarla, viene voglia di vedere in TV cosa accade in Parlamento».

«Freni, Moroni, freni. La politica non è mica così entusiasmante? È avvilente e noiosa. È la nostra arte a far sì che funzioni. E ora la prego di farmi un favore. Venga qui, qui dietro. Dunque, saprebbe dirmi se la signorina Kreuzberg ha un’abitazione qui in città? e quale sia… e dove sia? Mi raccomando, discrezione!».

«Ma… signor Masnadieri, è sicuro? Il maestro, se lo sapesse, andrebbe su tutte le furie!».

«Che maestro e maestro! Il maestro può blaterare quanto vuole, sa che non può fare a meno di me».

«Mi permetto… anche la signorina Levianti ha un pedigree di tutto rispetto».

«Lei vuol gettarmi tra le braccia di una donna che pensa, vedo. Che cos’ha, è malato? Sta poco bene? Io non amo le donne che pensano. Chi le ama? Gli sciocchi e i romantici: e delle due specie è la seconda ad essere estinta. E ora vada, Moroni: mi porti la Kreuzberg!”.


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Una risposta a “Al parlamento by Altiero Righetti”

  1. A pochi è dato di sapere cosa nasconde la cortina fumogena del potere, squarciare il velo significa scoprire pochezza e viltà

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