Non sono un’esperta di poesia e non ho mai scritto una recensione per un’opera in versi. Mi cimento, perciò, alla buona, e confidando nell’indulgenza dei lettori, con questa breve silloge di Maria Cefalà, uscita solo pochi giorni fa per l’ottima casa editrice Il ramo e la foglia. Un’opera molto eloquente fin dal titolo, Canzoni per il mio utero, con un sottotitolo, per Bach e per l’opposto al mio Zenit, apparentemente sibillino, ma che chi legge avrà facilmente modo di decifrare. Canzoni per il mio utero parla di un aborto, e l’autrice lo dichiara senza mezzi termini nella singolare Intro, un testo di ben sette pagine scritto in una sorta di prosa poetica, nel quale confessa (è proprio questa la parola che usa) di essersi sottoposta a un’interruzione volontaria di gravidanza: espressione, questa, che le pare più asettica, meno esplicita, specie nella forma contratta dell’acronimo IGV. Meglio la parola schietta e dura, aborto. Un fatto che fino a che non l’ha riguardata di persona ha sempre pensato che interessasse soprattutto le altre donne, che non potesse riferirsi a lei. Ed è sempre stata una sostenitrice del diritto all’aborto, per le altre donne, appunto: è diverso, quando succede a te. E tuttavia ha deciso di abortire, e sa di aver fatto bene, ma questo non le ha impedito di soffrire, sia nel fisico che nell’animo. Sentirsi in colpa, però, no: “il senso di colpa non lo voglio più, ho fatto anni di terapia per liberarmene”.

Oltre l’introduzione, la raccolta si articola in cinque sezioni: Preludio, Padre, Figlio, Spirito Santo, Postludio. Preludio e Postludio sono composti ciascuno da un unico testo, mentre le tre sezioni centrali contano rispettivamente 10, 9 e 11 brevi liriche. Si tratta di componimenti in versi liberi, in alcuni casi divisi in strofe, altre volte sciolti.

La sezione Padre si riferisce a Bach: grazie alla musica sublime del grande compositore la voce narrante afferma di essere riuscita ad affrontare il dolore, il trauma dell’evento.

Ma quando urlando

sventrata dal dolore

ho allungato la mano

schiacciato un tasto

e Bach è risuonato

lui cantava

e il male è diventato bianco.

La seconda sezione, Figlio, si riferisce al feto, al bambino (è questa la parola che usa) cui la donna ha consapevolmente ma dolorosamente rinunciato.

L’amore di tua madre

è stato dirti:

vai.

Perditi nella luce

non ti darò il mio destino

non mi darò il tuo destino.

Infine la terza sezione, Spirito Santo, si riferisce a Nadir, il padre del feto abortito, colui che, proprio come lo Spirito biblico, ha creato la vita e poi si è dileguato. Un giovane proveniente dalla Libia, con un passato traumatico alle spalle, che la donna ha amato, ma col quale non ha avuto un rapporto felice.

Piegavo

al massimo

la mia schiena

aprivo

al massimo

le mie gambe

eseguivo il sesso

ero una buona macchina.

La poesia è soprattutto linguaggio: il “come” si dicono le cose è altrettanto importante delle cose che si dicono, se non di più. E nelle Canzoni per il mio utero Maria Cefalà usa un linguaggio duro, sobrio, essenziale; non cerca musicalità né rime, ama piuttosto la metafora, che rapida, efficace, accosta immagini e svela analogie. Con parole schiette e aspre, senza nulla tacere o sminuire, racconta una scelta drammatica ma necessaria, un percorso traumatico dal quale l’autrice dichiara infine, con orgoglio, di essere uscita viva.

Guarda bene

esamina meglio

considera tutto:

sono viva

ancora, sono viva.

2 risposte a “Canzoni per il mio utero, di Maria Cefalà (Il ramo e la foglia, 2024) Recensione di Marisa Salabelle”

  1. […] Canzoni per il mio utero, di Maria Cefalà (Il ramo e la foglia, 2024) Recensione di Marisa Sal… […]

    Piace a 1 persona

  2. Tema duro, sensi di colpa, onestà, scelta e sofferenza. Parlarne è ancora tabù e solitudine.

    "Mi piace"

Lascia un commento

arcipelago di cultura

Scopri di più da MasticadoresItalia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere