L’imperatore della gioia, di Ocean Vuong, Guanda 2025, traduzione di Norman Gobetti, pp. 432

La cosa più difficile al mondo è vivere una volta sola.

Il talento di Ocean Vuong, già riconosciuto per il suo toccante romanzo d’esordio Brevemente risplendiamo sulla terra e per le sue acclamate raccolte poetiche, torna a brillare con una nuova opera. Questo nuovo romanzo segna un’evoluzione significativa nella scrittura dell’autore, che pur mantenendo la sua profonda sensibilità, opta per una prosa più diretta e realistica.

Le radici dell’autore e l’evoluzione della sua scrittura

L’arte di Ocean Vuong è inseparabile dalla sua straordinaria vita. Nato in Vietnam in una famiglia di analfabeti e dislessici, ha affrontato l’immigrazione fin da bambino. Dopo aver vissuto in un campo profughi nelle Filippine, si è stabilito negli Stati Uniti. Cresciuto a Hartford, in Connecticut, ha superato la discriminazione e ha imparato l’inglese da autodidatta, trovando nella letteratura non solo un’ancora di salvezza, ma anche un percorso verso il successo. Quella che sembrava una vita ai margini si è trasformata in una carriera di spicco, culminata con l’incarico di professore di poesia alla New York University. Le sue opere sono costantemente modellate dalle sue esperienze personali di guerra, perdita, identità e sessualità, offrendo una potente indagine sulla condizione umana.

Con L’imperatore della gioia, Vuong si sposta da una scrittura più sperimentale e lirica verso una narrativa più tradizionale, pur mantenendo una bellezza stilistica unica. Il romanzo non è più una lettera alla madre, ma una storia che si apre al mondo e a nuove possibilità.

Una storia di solitudine e connessione

Il cuore del romanzo è la relazione che si sviluppa tra due personaggi apparentemente agli antipodi: Hai e Grazina. La storia inizia con un momento di disperazione: Hai, un giovane di diciannove anni di origine vietnamita, è in piedi sul ponte di East-Gladness, una città fittizia del Connecticut segnata dalla disoccupazione e dal declino post-industriale. Ha intenzione di togliersi la vita, sentendosi schiacciato dal peso di una vita ai margini, tra povertà e l’eredità di traumi familiari.

La sua intenzione viene interrotta in modo inaspettato da Grazina, un’anziana vedova tedesca di ottant’anni- immigrata dalla Lituania e sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale – , che lo invita a scendere dal ponte e lo accoglie nella sua casa fatiscente e sporca. La donna, che sembra aver perso il contatto con la realtà a causa della demenza, scambia Hai per suo figlio, Paul, credendolo tornato dalla guerra del Vietnam. Questa “allucinazione” diventa il fondamento di un legame improbabile e commovente.

Hai, che vive in un’auto, accetta l’invito e si ritrova a prendersi cura di Grazina e della sua casa. La loro convivenza è un intricato balletto di cura, caos e scoperte. Mentre Hai si dedica a pulire la casa, riordinare i ricordi di Grazina (e i suoi stessi traumi), si rende conto che curare l’anziana donna è un modo per ricomporre anche se stesso.

Questo improbabile incontro dà vita a una relazione di cura e amicizia che trasformerà la vita di entrambi. Hai diventa il custode di Grazina e, nel prendersi cura di lei, comincia a rimettere insieme i pezzi della propria esistenza. Il legame tra i due protagonisti, così diversi eppure accomunati da profonde ferite, esplora i temi della solitudine, della vulnerabilità e della resilienza. Le loro storie, sebbene non connesse dal sangue, si intrecciano in un tessuto di dolore condiviso che diventa terreno fertile per la comprensione e l’accettazione. Altri temi centrali sono il trauma intergenerazionale, l’impatto della povertà e della deindustrializzazione sulle comunità, e la natura mutevole della memoria e del ricordo.

Il romanzo di Vuong è un’analisi profonda e delicata del dolore, ma anche un inno alla speranza che può nascere da un atto di gentilezza. L’autore dimostra che anche le persone più sole possono trovare una “famiglia” in chi, come loro, vive ai margini, mostrando come le crepe dell’esistenza possano diventare il luogo da cui entra la luce.

L’imperatore della gioia ci mostra come la salvezza possa arrivare dalle connessioni più inaspettate e come la cura per l’altro possa essere un modo per curare se stessi. Vuong riesce a trasformare le vite ai margini della società americana in un’epica quotidiana, dimostrando che la forza più grande si trova nel coraggio di essere fragili.

I Personaggi: Voci di Solitudine e Resilienza

Hai è un personaggio profondamente segnato. Il suo nome, che significa “due” in vietnamita, riflette la sua identità divisa tra le sue radici e la sua vita in America. È un giovane uomo introverso e sensibile, tormentato da un passato difficile. I suoi genitori, sopravvissuti alla guerra e arrivati negli Stati Uniti, non riescono a elaborare i loro traumi e questo li allontana da lui. La sua disperazione è il risultato di questa alienazione familiare e sociale. La sua scelta di accudire Grazina non è solo un atto di compassione, ma anche una ricerca di connessione e un modo per dare un senso a una vita che sembra priva di significato.

Grazina è una figura complessa, la cui demenza agisce come un velo che svela e nasconde i suoi ricordi. La sua storia si rivela a frammenti attraverso le sue memorie confuse. È una donna che ha sopportato la povertà e la guerra, giunta negli Stati Uniti con un passato doloroso e una lingua che è sia una barriera che una fonte di espressione. Il suo confondere Hai con suo figlio Paul sottolinea il suo desiderio di una connessione familiare perduta. Il suo personaggio, pur fragile, incarna la forza della sopravvivenza e la resilienza di una generazione che ha visto il mondo cambiare.

I lettori che cercano una prosa raffinata e stilisticamente ricca troveranno in Vuong un maestro. Se vi piacciono autori come Kazuo Ishiguro, con le sue narrazioni delicate e piene di sottintesi, o se apprezzate lo stile sensibile e introspettivo di Hanya Yanagihara, probabilmente apprezzerete anche il modo in cui Vuong costruisce le sue frasi. La sua scrittura, anche se meno sperimentale rispetto al passato, mantiene una profondità e una bellezza uniche, capaci di trasformare una storia semplice in un’esperienza emotiva complessa.

Il romanzo è un toccante romanzo di formazione (o coming-of-age). Se vi piacciono le storie di personaggi che lottano contro le avversità, che cercano di dare un senso alla propria esistenza e che trovano la salvezza in connessioni inaspettate, questo libro potrebbe risuonare profondamente e a lungo in voi.

Ocean Vuong è nato nel 1988 in Vietnam e si è trasferito nel 1990 negli Stati Uniti; attualmente vive tra Northampton, in Massachusetts, e New York City, dove insegna alla NYU. Prima di dedicarsi alla scrittura ha lavorato come cuoco, coltivatore di tabacco, badante domestico e cameriere in un fast food.
Il suo romanzo d’esordio, Brevemente risplendiamo sulla terra (2020), è stato un evento letterario, tradotto in quaranta lingue e vincitore dell’American Book Award, del Mark Twain Award e del New England Book Award, oltre che finalista ˗ tra gli altri ˗ al National Book Award for Fiction. In Italia ha pubblicato anche la raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita (Whiting Award 2016, T.S. Eliot Prize 2017) e Il tempo è una madre (2023).

Una risposta a “Ocean Vuong, L’imperatore della gioia. L’arte di ricucire il dolore by Pina Bertoli”

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