L’isola dei condannati, di Stig Dagerman, è un libro di non facilissima lettura, sia per il tema che affronta, sia per il continuo intersecarsi di più piani: quello presente, di sette naufraghi su un’isola tropicale, quello passato, che riguarda la vita precedente di ognuno di loro, quello onirico, perché ciascun personaggio è preda di sogni e allucinazioni; sia per la lingua in cui è scritto, una lingua molto elaborata, ricca di immagini e metafore, estremamente suggestiva ma anche molto impegnativa. E per questo aspetto dobbiamo ringraziare il traduttore, Giovanni Agnoloni, che ha saputo restituirci in uno splendido italiano un testo tanto complesso.
Una nave ha fatto naufragio nei pressi di una imprecisata isola deserta, popolata da grandi iguane, un luogo dove le giornate sono caldissime e le notti molto fredde, e dove il crepuscolo dura pochi istanti. Solo sette persone si sono salvate, cinque uomini e due donne. C’è Lucas Egmont, un impiegato di banca che si è reso colpevole di un furto ed è tormentato dai sensi di colpa, che si radicano principalmente nella sua infanzia e adolescenza, sotto la potestà di un padre violento. C’è Jimmie Baaz, il pugile paralitico, gravemente ferito e in punto di morte, c’è la ragazza inglese che lo ama, c’è Madame, c’è il capitano, c’è Tim Solider e c’è Boy Larus. Sono condannati a morte perché le riserve di cibo che sono riusciti a portare in salvo e soprattutto l’acqua stanno per finire, l’isola non offre nulla e nessuna nave, per caso o per intenzione, sta arrivando a salvarli. Estenuati dalla fame e dalla sete, tormentati ognuno dai suoi fantasmi, dal senso di colpa o di impotenza, dalla passione o dalla repulsione, incapaci di solidarizzare, anzi nemici l’uno dell’altro, sanno di dover morire, chi prima o chi poi, e trascorrono i loro ultimi giorni vagando per l’isola, vivendo tra la realtà e il sogno, ossessionati da ricordi e fantasmi.
Un testo veramente singolare, altamente drammatico, del tutto privo di speranza. Stig Dagerman, autore di numerose opere, tra romanzi, racconti e reportage giornalistici, si è tolto la vita nel 1954, all’età di 31 anni.
Giovanni Agnoloni, autore prolifico e traduttore da diverse lingue, si interessa di viaggi, di psicanalisi junghiana, di fisica quantistica, di spazio e di tempo, di epifanie e sincronicità.





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