Di Yuleisy Cruz Lezcano
In un contesto di iperconnessione permanente, lo sguardo si è progressivamente trasformato da strumento di riconoscimento a dispositivo di dominio e controllo. Michel Foucault lo aveva già chiarito: il potere moderno non ha più bisogno di catene visibili. È sufficiente che gli individui interiorizzino la sensazione di essere osservati. Oggi questo sguardo si esercita attraverso schermi, algoritmi e sistemi di profilazione che classificano pensieri,comportamenti, desideri e consumi.
Abbiamo smarrito lo sguardo che riconosce l’altro come soggetto, per lasciare spazio a uno sguardo che misura, valuta e giudica. Uno sguardo disciplinare, funzionale a una logica antica e sempre attuale: colpirne uno per educarne cento. È ormai evidente che l’agenda dei principali media non si costruisce in modo neutrale. Quando l’attenzione collettiva viene concentrata su determinati temi, ciò avviene spesso in coerenza con strategie politiche definite e condivise a livello sovranazionale. Al contrario, quando emergono questioni potenzialmente destabilizzanti per l’ordine esistente, entra in gioco una dinamica opposta: marginalizzazione, silenzio selettivo, rimozione. Non si tratta di confutare, ma di impedire che le domande attecchiscano.
In questo quadro si collocano anche le rivelazioni emerse dalle audizioni della Commissione Covid, il cui impatto sul dibattito pubblico è stato fortemente ridimensionato. Analogamente, il caso dei bambini sottratti a una coppia che aveva adottato stili di vita alternativi assume un valore simbolico che va oltre il singolo episodio. Quella famiglia rappresentava una possibilità diversa, un modello non conforme rispetto a quello verso cui si tende a uniformare la popolazione europea.
Proprio per questo, il caso è stato trasformato in un monito. Il messaggio è chiaro: chi devia dai percorsi ufficialmente legittimati può essere colpito. Lo strumento utilizzato è lo stesso già ampiamente sperimentato durante il periodo pandemico: il ricatto. Un meccanismo che appare sempre più come parte di un test esteso di obbedienza, volto a misurare il grado di accettazione di imposizioni calate dall’alto, anche quando esse comportano una compressione sostanziale dei diritti fondamentali.
L’Europa, che per lungo tempo — pur tra contraddizioni — ha rappresentato uno spazio di pluralismo e libertà di pensiero, sembra avviarsi verso una trasformazione profonda.Si profila una versione aggiornata, più sofisticata e meno dichiarata, di modelli autoritari del passato, nei quali la rieducazione delle masse secondo un paradigma unico costituiva un obiettivo centrale. Allora il controllo passava per l’educazione e per la separazione dei bambini da visioni familiari alternative.Oggi il processo assume forme più sottili, ma non meno incisive. Il controllo tende a estendersi alle menti e ai corpi fin dalla prima infanzia, orientando progressivamente i soggetti verso l’accettazione di un unico orizzonte esistenziale. La coercizione diretta viene sostituita da dispositivi di persuasione e normalizzazione, legittimati da un discorso che invoca l’autorità della scienza e il consenso di esperti e intellettuali allineati.
A questa costruzione si affianca un sistema sanzionatorio meno visibile, ma estremamente efficace. Alla repressione esplicita si sostituisce l’esclusione sociale: perdita della potestà genitoriale, congelamento dei conti bancari, limitazioni alla libertà di movimento. Cittadini fino a poco prima pienamente integrati possono essere rapidamente trasformati in soggetti marginali, privati di diritti essenziali.Nel frattempo, lo stile di vita dei cittadini europei viene progressivamente ricondotto entro cornici programmatiche sovranazionali, presentate come inevitabili e scientificamente indiscutibili. Un certo modello educativo e una specifica declinazione dell’ambientalismo vengono proposti non come opzioni, ma come l’unica via legittima.Eppure, il modello capitalistico non viene mai realmente messo in discussione: ne cambiano il linguaggio e le narrazioni, ma non la struttura. Il cittadino resta, prima di tutto, un consumatore.
Chi propone alternative reali — soprattutto stili di vita che non alimentano gli interessi delle grandi multinazionali — incontra ostacoli crescenti.Non è un caso che l’attacco si estenda anche a forme di istruzione privata o indipendente che, durante il periodo pandemico, hanno rappresentato spazi di relativa autonomia e di educazione non coercitiva.
Molte scuole, ormai pienamente allineate alle direttive ufficiali, hanno progressivamente abbandonato la funzione di coltivare il pensiero critico, trasformandosi in luoghi di educazione prescrittiva, dove non è piùammessa alcuna visione alternativa del mondo.
Chi in passato ha sostenuto strumenti coercitivi come il Green Pass — che hanno escluso una parte della popolazione dalla vita sociale, dal lavoro e dal reddito — spesso non ha colto il segnale profondo che stava inviando al potere. Nel tentativo di colpire presunti “nemici del bene comune”, è stato accettato un principio pericoloso: la sospensione selettiva dei diritti fondamentali per via amministrativa, in nome dell’emergenza e di una narrazione dominante.
Si è creduto che tali misure sarebbero rimaste circoscritte a una categoria di persone considerate devianti. La storia insegna il contrario. I meccanismi repressivi non restano mai confinati: si estendono, si raffinano, diventano norma.
«Colpirne uno per educarne cento», affermava Mao Tse-Tung. È una logica che oggi riemerge, non solo nei casi più visibili, ma anche in molti episodi rimasti ai margini dell’attenzione pubblica. L’obiettivo non è la punizione del singolo, bensì la produzione di un effetto deterrente collettivo, capace di generare autocensura, conformismo e obbedienza preventiva.Per questo occorre dirlo con chiarezza: nessuno può più considerarsi al sicuro. Una volta accettato che il potere possa aprire quel vaso colmo di strumenti di esclusione e ricatto, gli si riconosce anche la facoltà di chiuderlo e riaprirlo a piacimento. Superata quella soglia, il problema non riguarda più soltanto “gli altri”. Riguarda tutti.
[ Immagine in evidenza : Dario Veruari ]





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