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Durante l’infanzia i bambini sono assorti, con una fede incrollabile, in un’attività che permea la quasi totalità della propria esistenza. Mi riferisco al gioco, momento che va ben oltre il semplice aspetto ludico che si situa come un potente ponte -mezzo- tra il me e il non me, tra ciò che sono e la realtà circostante, tra le mie emozioni e quelle dell’altro. Il gioco è infatti il principale mezzo per lo sviluppo cognitivo e socio-affettivo del bambino questo perché, come detto in precedenza, l’attività ludica oltre ad avere la potenza di favorire la coordinazione tra corpo e mente (e in generale di tutta l’integrazione corporeo cinestetica), ha lo straordinario potere di veicolare le proprie emozioni.

Il gioco funge, in tal senso, quasi come un terzo occhio decentrato in cui il bambino esercita le proprie emozioni, le elicita, le vive, sente e mette in scena: le emozioni divengono visibili.

Alcune correnti contemporanee (di pensiero), pongono il dito sulla creazione di giochi che sembrano (a loro dire) veicolare messaggi sbagliati: bambole con carnagione diversa, in stato di attesa, con disabilità o con neurodivergenza, ecco.. sembra proprio che gli adulti siano spaventati dal potere che alcuni giochi recano con sé.

Il mondo infantile ha però regole sue che sfuggono alla comprensione della struttura del mondo adulto.

L’infanzia porta quella straordinaria capacità di verificare, di mettere alla prova (per questo molti adulti sono spaventati dalle domande dei bambini), di porre quei quesiti a cui ci si aspetta una risposta scientificamente valida (da un certo punto di vista i bambini sono piccoli scienziati continuamente impegnati nella verifica).

I giocattoli sono per un bambino, un mezzo su cui veicolare le proprie emozioni siano esse positive o negative; qualcosa con cui identificarsi o meno.

Ci sono -a tal proposito- bambini o bambine che hanno disabilità oppure appartengono a culture, gruppi etnici vari che necessitano di avere un rispecchiamento nel gioco.

Una bambina nera ama potersi identificare con una bambola che vede come uguale a lei nei tratti somatici: in tal modo il gioco dell’identificazione diviene più semplice

“Samira ama andare a danza perché quando si mette il tutù è uguale alle altre e quando gira per fare la giravolta vola come le farfalle!”

Vi sono poi (perché la variabilità umana, per fortuna esiste), bambini che devono invece esercitare emozioni e sentimenti negativi quindi preferiscono giochi che portano caratteristiche diverse da quelle personali. Un bambino amava per esempio giocare con bambole bianche perché utilizzava come meccanismo di difesa l’identificazione proiettiva ovvero proiettava sulla bambola tutte le parti intollerabili di sé (il sé cattivo) identificandosi con la bambola per controllarla e distruggerla (distruggeva in tal modo ciò che non tollerava e non comprendeva della sua famiglia adottiva).

M. in seguito ad una paralisi cerebrale infantile da parto, aveva perso l’uso delle gambe, fu straordinario il gesto con cui brandendo avidamente una barbie le spezzò le gambe

“Ora va meglio, così capisce cosa vuol dire quando nessuno sa come ti senti quando ti vuoi muovere ma non puoi: quando vuoi scalare una montagna ma sei costretto solo a guardare”.

Si parla spesso della cattiveria dei bambini, del loro non avere peli sulla lingua; dell’essere antipatici e piccoli bulletti. Trovo più bullizzante il comportamento di un adulto che si ostina a voler vedere messaggi criptici all’interno di ciò che è il mondo infantile.

I bambini crescendo distruggeranno le antiche certezze per riformularne altre e purtroppo perderanno, nella maggioranza dei casi, quella mente flessibile e contemporaneamente rigida che gli consente si sfidare l’altro (l’adulto, in particolare).

Di quelle barbie arcobaleno o di quel Ken con i dread avranno immagazzinato ciò che per il loro senso di sé sarà più giusto; per alcuni saranno stati solo mezzi utili all’esercizio “di..”; per altri saranno stati mezzi necessari per la scoperta del sé; per altri ancora saranno stati valvola di sfogo momentanea o ancora, porti sicuri per essere. Per molti, quelle barbie in carrozzina saranno state conforto, spavento per altri ancora le barbie in stato di attesa.

“Tutti gli adulti sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano”

Il piccolo principe, Antoine De Saint- Exupéry

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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