Il libro
Ci sono libri che non aspirano a occupare un posto nel dibattito, ma a creare uno spazio di ascolto. Colloqui non più possibili con Michela Murgia, pubblicato da Piemme nel 2024, appartiene a questa tradizione silenziosa e radicale: è una soglia da varcare in punta di piedi, un esercizio di custodia della parola altrui che si fa, paradossalmente, nuova parola.
Marinella Perroni – teologa, biblista, intellettuale tra le più autorevoli nel ripensamento contemporaneo del ruolo femminile nella Chiesa – affronta un compito che, prima ancora che letterario, è esistenziale: trasformare l’assenza di Michela Murgia in una presenza che continua a interpellare. Il libro nasce infatti dal dialogo decennale tra due donne che, nella trama condivisa della fede, della politica e dell’amicizia, avevano costruito un lessico comune; e nasce, soprattutto, dal momento in cui quella lingua si spezza. La domanda che lo attraversa – come si può proseguire un colloquio quando una delle due voci tace? – diventa il principio generativo di una scrittura che tenta l’impossibile: fare della memoria un luogo di conversazione futura.
La struttura del volume è essenziale, calibrata, quasi ascetica. Niente agiografia, nessuna nostalgia sentimentale. Perroni organizza la narrazione come un percorso di stazioni tematiche: il cristianesimo dentro la storia, il patriarcato ecclesiale, il femminismo come pratica teologica, il corpo esposto alla malattia, il peso e la responsabilità della parola pubblica. Su ciascuno di questi nodi, l’autrice mette in dialogo la propria riflessione con ciò che Murgia ha scritto, detto o contestato. Ne deriva un testo a due registri, in cui alla precisione della studiosa – nutrita di esegesi giovannea, riferimenti patristici, documenti magisteriali – si intreccia la vibrazione più intima dell’amicizia, il suo sguardo laterale, domestico, consapevole della fragilità di ciò che si vuole dire.
Uno dei meriti più rilevanti del libro è la restituzione della dimensione spirituale di Michela Murgia, spesso ridotta nel discorso pubblico al ruolo di polemista, attivista, scrittrice militante. Perroni ridisegna il profilo di una donna credente che ha scelto di abitare il conflitto con la propria Chiesa come luogo teologico e politico, non come incidente biografico. Il femminismo, in questa prospettiva, non è un’istanza aggiuntiva, ma un metodo per scavare nella tradizione, per esporne le rimozioni, per aprire varchi. Alcune pagine, in cui si affronta la possibilità – complessa, mai pacificata – di “perdonare la Chiesa” senza assoluzioni né rinunce, hanno la forza rarefatta delle intuizioni che illuminano anche il lettore non credente.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Perroni si distingue per sobrietà luminosa: una lingua priva di enfasi ma non di emozione, capace di far risuonare – senza mai manipolarlo – il silenzio che segue la perdita. È una prosa sorvegliata, che procede per sottrazione e, proprio per questo, lascia trasparire la densità di un legame che non vuole travestirsi da racconto edificante.
Se un limite si può intravedere, è forse la timidezza con cui vengono affrontati i disaccordi, inevitabili in ogni amicizia intellettuale. Il libro ne conserva le tracce, ma spesso le relega ai margini. Tuttavia, questa scelta – dettata dal tempo breve che separa la scrittura dalla morte di Murgia – non indebolisce la forza del ritratto; al contrario, ne sottolinea la lealtà.
Colloqui non più possibili con Michela Murgia è, in definitiva, un testo che unisce rigore teologico e finezza letteraria. Mostra che la teologia può dialogare con il femminismo senza attenuarne la spinta critica; che la fede, quando rifiuta le scorciatoie identitarie, diventa uno spazio di interrogazione radicale; che un’amicizia intellettuale, se nutrita da un reciproco esercizio di responsabilità, può continuare a generare parola anche oltre la soglia del lutto.
Non è un libro commemorativo. È un libro che invita chi legge a sedersi accanto a due donne che, in modi diversi, continuano a parlare. E ci dà la misura, preziosa e inquieta, di che cosa significhi davvero non lasciare che una voce amata si perda nel frastuono.
L’autrice

Marinella Perroni
È nata a Roma il 9 dicembre 1947. È Dottore in Filosofia e Dottore in Teologia. È docente stabile di Nuovo Testamento presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma. È stata presidente del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Numerose le sue pubblicazioni in ambito neotestamentario. Dirige, con Stella Morra, la collana «Sui generis» per Effatà Editrice.
Marinella Perroni, docente emerita di Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma e docente invitato alla Pontificia Facoltà teologica Marianum; ha fondato il Coordinamento teologhe italiane. Numerose le sue pubblicazioni di esegesi biblica ed esegesi femminista. Per i tipi della San Paolo ha pubblicato, insieme a Pius-Ramon Tragan, «Dio nessuno lo ha mai visto» (Gv 1,18). Una guida al vangelo di Giovanni, 2017.

Rosa Bianco, nata a Napoli nel 1965, è insegnante, critica letteraria e giornalista. Da sempre dedita alla ricerca culturale e al dialogo tra pensiero e umanità, ha condotto studi approfonditi sulla libertà di coscienza, intesa come spazio privilegiato di incontro con l’altro. Relatrice e moderatrice in convegni culturali, letterari, filosofici, storici e politici, caratterizzati da un elevato profilo qualitativo, presenta libri, progetta e realizza eventi, mostre e rassegne, distinguendosi per un approccio insieme rigoroso e appassionato all’esegesi e all’approfondimento. Con il suo lavoro, intreccia riflessione e divulgazione, contribuendo in modo significativo a mantenere viva la dimensione pubblica del pensiero critico.
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