Quando si affrontano argomenti come quello della religione, il rischio di creare malintesi oppure offese non ricercate, è una realtà da considerare. Per molto tempo, infatti, psiche e religione sono state viste come due realtà attigue ma non troppo. Nei discorsi di coloro che hanno cercato di portare avanti le rispettive ragioni vigeva, infatti, la sicurezza delle proprie verità.

Come psicologi non abbiamo il compito di dimostrare o meno l’esistenza del divino; ciò che l’approfondimento proposto vuole sollecitare è la riflessione inerente al cosa accade nel mondo interno di una persona che prega.

La mente umana non sopporta (o poco tollera) il vuoto, l’assenza e l’indefinito. L’essere umano è infatti, per certi versi, un cercatore di certezze motivo per cui spesso è proprio innanzi ai momenti più complessi e difficili della vita che la ricerca di senso spinge l’uomo verso Dio. La religione diviene allora una cornice di significato.

Victor Frankl, psichiatra sopravvissuto all’Olocausto, sosteneva che la ricerca di senso sia la motivazione primaria dell’uomo. In questo contesto, la fede agisce come un potente “ammortizzatore esistenziale”, aiutandoci a rispondere alla domanda: “Perché sta succedendo proprio a me?” .

Nel 1982 il neurologo James H. Austin, mentre era nella metropolitana di Londra ebbe una profonda e intensa esperienza spirituale che lo spinse ad intraprendere la ricerca scientifica per indagare le modificazione del cervello umano durante la preghiera, così come cosa accade al cervello dell’uomo durante l’esperienza spirituale.

Secondo studi legati al campo sopra citato, sembrerebbe che le pratiche religiose o spirituali possano avere dei benefici come:

    Riduzione dello stress: preghiera e meditazione attivano il sistema parasimpatico abbassando i livelli di cortisolo.

    Resilienza: sembrerebbe che far parte di una comunità religiosa possa ridurre la sensazione di isolamento (in chi ricerca quel tipo di esperienza comunitaria ben definita).

    Ritualità: riti come battesimo, funerali, matrimoni, divengono attestazioni di un passaggio tangibile e identificabile all’interno di un sistema di valori e simboli ben definiti e riconosciuti da tutti i membri appartenenti.

Cosa succede quando i benefici cessano la loro funzione e divengono potenziali disagi?

Non di rado, durante i colloqui clinici, si osserva -in chi ha una religiosità estrema- l’attuazione di meccanismi disfunzionali correlati in particolare con il senso di colpa.

Si assiste spesso all’idea di giudizio: il peccato non è consentito e per non commettere peccato (specie in persone che mostrano una forte componente nevrotico ossessiva), si incorre in ossessione per il giudizio, colpa e vergogna di essere sporchi e sbagliati.

Un’altra possibilità consiste nell’utilizzo della fede come mezzo per non affrontare traumi e/o difficoltà. La preghiera diviene allora unico mezzo “prego così non soffro/ prego così non sono più arrabbiato” per attraversare la propria sofferenza che tuttavia, in tal modo, non è compresa e metabolizzata ma solo evitata.

In tutti questi anni di lavoro, specie nel consultorio, ho avuto modo di portare avanti percorsi di supporto psicologico con persone di fede diversa; non ho mai riscontrato la difficoltà di comunicazione.

Un dialogo tra i saperi è possibile e necessario; non si tratta di convincere del primato della scienza sulla fede né di considerare la fede come unica verità poiché entrambe vivono la necessità del dubbio (quindi in tal senso, si assiste ad un paradosso secondo cui scienziati e fedeli sono quanto di più vicino possa esserci).

Ho visto molti scienziati vivere secondo leggi che dovrebbero appartenere alla dimensione della fede pur non aderendo ad alcuna religione così come ho visto fedeli (molto fedeli) cadere sui peccati più basilari (basta guardare cosa accade nel mondo).

Per alcune persone la dimensione rituale della preghiera crea come una sorta di cerchio che contiene e tiene il disagio; per altri è invece la terapia la via di senso alle proprie sofferenze.

    “Le religioni sono psicoterapie per i mali della sofferenza spirituale dell’umanità.” —Jung


Domani la seconda parte a cura del dott. Gennaro Rinaldi, Psicologo- Psicoterapeuta

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,

Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767

Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,

Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza

Psicologa scolastica,

Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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