Immaginate un paracadute emotivo: uno strumento che aprendosi in un momento di “pericolo”, in caduta libera, promette di attutirla nei momenti di dolore, perdita o incertezza. Per miliardi di persone, di ogni cultura, in ogni luogo della Terra, la religione svolge esattamente questo ruolo.

Ma come ogni strumento potente, il suo impatto sugli aspetti psicologici ed emotivi può essere duplice: una fonte di resilienza straordinaria o, in certi casi, una gabbia fatta di sensi di colpa.

Proviamo quindi ad entrare nei meccanismi della mente umana per capire come il sacro influenzi il nostro quotidiano.

Le fonti storiche, le scoperte archeologiche e antropologiche affermano che fin dall’inizio dei tempi, l’essere umano, guardando l’immensità del cielo stellato notturno si è da sempre posto le stesse domande: Chi sono? Perché sono qui? Qual è la ragione della mia esistenza? Esiste qualcosa dopo la morte?

In qualche modo le religioni hanno dato la possibilità all’uomo di dare una risposta a queste domande, rassicurandolo, confortandolo e coinvolgendolo. Quindi la religione non è solo un insieme di dogmi o riti, ma è, prima di tutto, un potente fenomeno psicologico

Cosa succede nel nostro cervello quando crediamo?

È possibile che la nostra mente abbia ‘bisogno’ del divino per restare in equilibrio? Dal punto di vista psicologico, la religione risponde a bisogni evolutivi e cognitivi fondamentali:

    Riduzione dell’incertezza: Il cervello umano di una bella fetta dell’umanità odia il caos. La religione offre un quadro di significato che spiega l’inspiegabile (la morte, l’origine dell’universo). La religione, compensa le mancanze offrendo certezze (dogmi); cosa che invece la scienza non può offrire perché essa è in continua evoluzione insieme all’evoluzione del sapere umano.

    Teoria della Mente: Tendiamo ad attribuire “intenzionalità” agli eventi naturali (es. “il destino ha voluto così”), un meccanismo cognitivo che ci porta a vedere una volontà superiore dietro i fenomeni e che permette uno scarico di responsabilità personale, che permette di alleggerire il carico emotivo di ciò che viviamo.

    Appartenenza sociale: La religione agisce come un potente collante sociale, creando comunità coese con valori condivisi.

    Senso di Scopo: Sapere di avere un “posto nel mondo” protegge da sentimenti di nichilismo e vuoto esistenziale.

William James sosteneva che stati di coscienza mistici sono esperienze reali e profonde che possono fornire una conoscenza superiore. Inoltre in casi di incertezza dove la ragione non arriva, è legittimo e funzionale credere per poter agire e vivere meglio.

Per James la religione è un fatto psicologico istintivo, un bisogno umano fondamentale che influisce sulla salute mentale e sulla capacità di affrontare l’esistenza.

Per S. Freud la religione è un‘illusione volta a compensare il senso di impotenza infantile. Non è propriamente un delirio perché non si pone necessariamente in contraddizione con la realtà. Freud, osserva inoltre una certa corrispondenza con il comportamento ossessivo (i rituali o cerimoniali dei disturbi ossessivi compulsivi) nelle azioni ascrivibili a quelli che, in tutte le religioni, sono definibili come riti.

    “Certo non sono io il primo a notare l somiglianza delle cosiddette azioni ossessive dei nevrotici con le pratiche mediante le quali il credente attesta la sua devozione religiosa. Lo dimostra il termine cerimoniale, col quale alcune di queste azioni ossessive vengono designate.. (S. Freud, 1907)”.

Per Jung invece ” la religione, come indica il vocabolo latino religio, è un’osservanza accurata e scrupolosa di quello che Rudolf Otto definì giustamente il numinosum, cioè un’essenza o energia dinamica non originata da alcun atto arbitrario della volontà. Al contrario questa energia afferra e domina il soggetto umano, che ne è sempre la vittima piuttosto che il creatore. […] Il numinosum è o una qualità di un oggetto visibile o l’influsso di una presenza invisibile che causa un particolare cambiamento della coscienza. Questa è, almeno, la regola generale”. (C. G. Jung, 1938-1940).

Jung definisce il Sé come il rappresentante psicologico dell’immagine di Dio, e concepisce il Sé come il principio ordinatore della personalità che ne presiede il senso e la configurazione. (“Psicologia” – Umberto Galimberti).

Jung, in sintesi, considerava la religione una necessità psicologica vitale, legata agli archetipi dell’inconscio collettivo.

Quando la religione impatta negativamente sulla Psiche?

Il potenziale lato disfunzionale delle religioni è da inquadrare nella facilità con cui, in determinate condizioni, il pensiero religioso, le credenze e l’appartenenza ai gruppi religiosi degenera involvendo il pensiero della persona fino ad ingabbiarlo in pensieri rigidi e ossessivi, sensi di colpa, deliri religiosi e mistici fino ad “ammazzare” il pensiero critico.

Ecco infatti alcuni aspetti disfunzionali:

    Senso di Colpa e Vergogna: Una morale religiosa rigida può generare nevrosi, specialmente legate alla sessualità o all’auto-realizzazione.

    Pensiero Dogmatico: Può limitare l’apertura mentale e il pensiero critico, creando una barriera “noi contro loro” che alimenta il pregiudizio.

    Dipendenza Spirituale: In alcuni casi, l’individuo può rinunciare alla propria autonomia decisionale, delegando ogni scelta alla divinità o ai leader religiosi.

Insomma, che si trovi conforto in una religione, nella meditazione o nella scienza, il bisogno umano di attribuire un significato all’esistenza resta una costante della nostra psiche. La religione come abbiamo potuto vedere, in questi due approfondimenti fatti sul nostro blog, è solo una delle strade che percorriamo per dare ordine al caos.

Quindi la domanda non è se la religione sia positiva o negativa, non è questo il punto.

Se la nostra visione del mondo, qualunque essa sia, ci aiuta a fiorire e ad affrontare la quotidianità e le difficoltà della vita con coraggio, è una risorsa preziosa. Se invece diventa fonte di ansia e soffocamento, è utile fermarsi a riflettere e capire cosa sta accadendo alla nostro benessere psicologico.

Perché una psiche sana non è quella che ha tutte le risposte, ma quella che si sente libera di porsi le domande più difficili. Una mente libera è quella che ha la possibilità di spaziare tra i dubbi e le incertezze senza la paura di sentirsi giudicata.

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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