Quando la stanchezza si fa densa

il passo cambia accento.

C’è una parte di me

che arriva un istante dopo,

come se la strada tirasse

più da un lato.

Non è dolore,

è peso raccolto nel tempo,

una memoria che scende

lungo il fianco

e chiede ritmo diverso.

Il piede tocca terra

con cautela nuova,

misura l’asfalto,

ascolta.

L’altro avanza deciso,

fa da guida,

traccia la linea.

Sembro inclinata appena,

come un albero che ha conosciuto il vento

sempre dalla stessa direzione.

Eppure resto in piedi,

con quella piccola asimmetria

che racconta

quanto ho camminato.

La sera il corpo parla così:

non con parole,

ma con scarti minimi,

con un passo che ondeggia

e insieme resiste.

E in quell’imperfezione lieve

c’è tutta la verità del viaggio:

nessuna andatura è eterna,

ogni cammino lascia un segno,

e anche quando il terreno pesa

la strada continua

sotto i piedi.

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