L’8 febbraio 1819 nasceva a Londra John Ruskin: scrittore, poeta, pittore e tra i più influenti critici d’arte dell’Ottocento britannico. Amò profondamente l’Italia, la sua gente, i paesaggi, la storia e l’arte, e da qui trasse gran parte delle sue riflessioni.
Una delle sue idee centrali fu la “religione della bellezza”: per Ruskin arte e natura sono tracce del divino, e l’apprezzamento estetico ha valore morale e spirituale. Per questo il culto del bello diventa un principio etico poderoso, una risposta al materialismo della rivoluzione industriale: la bellezza non è semplice ornamento, ma un’espressione di verità e un dovere che avvicina alla giustizia e a Dio.
Alcune sue riflessioni sulla bellezza:
“La conoscenza della bellezza è il vero cammino e il primo passo per la comprensione delle cose che sono buone.”
“Niente può essere bello se non è vero.”
“Ricorda che le cose più belle del mondo sono anche quelle più inutili: i pavoni e i gigli, ad esempio.”
Ma osservava anche che una bellezza privata di contrasti, ombre e “imperfezioni vive” perde parte della sua forza e non può più essere pienamente goduta:
“La bellezza privata delle sue pellicole e appendici adeguate cessa di essere goduta come bellezza, come la luce priva di tutte le ombre cessa di essere goduta come luce.”
E ancora:
“In tutte le cose viventi ci sono certe irregolarità e mancanze che non sono solo segni di vita, ma fonti di bellezza. Nessun volto umano è esattamente uguale nelle sue linee da un lato all’altro, nessuna foglia è perfetta nei suoi lobi, nessun ramo è simmetrico.”
Sarà stato capace, Ruskin, di amare la bellezza proprio in ciò che molti chiamano “imperfezione”? L’imperfezione è spesso la prova stessa della vita, e, quindi, della bellezza vera.
Continua





Lascia un commento