Nella penombra del palazzetto di Milano Cortina, migliaia di sguardi convergono su un’unica figura al centro della pista: Ilia Malinin, immobile, con il volto nascosto tra le mani. Le lame dei pattini graffiano appena la superficie ghiacciata mentre il corpo si piega su se stesso, come se il peso invisibile di ciò che è appena accaduto lo spingesse verso il basso, verso quella stessa lastra trasparente che sarebbe dovuta essere il palcoscenico del suo trionfo.
È arrivato ottavo, Malinin. Ottavo. Una parola che risuona nell’aria fredda dell’arena con la stessa violenza di una sentenza inappellabile. Lui, il predestinato, colui che tutti hanno dato per certo vincitore dell’oro olimpico, si è dissolto sotto gli occhi del mondo in una sequenza di errori che sembrano appartenere a un altro corpo, a un’altra storia. Le aspettative, costruite giorno dopo giorno come una torre di cristallo sempre più alta e fragile, sono crollate in pochi minuti, frantumandosi in mille schegge taglienti sul ghiaccio.
Sul gradino più alto del podio, invece, sta Mikhail Shaidorov, il kazako che nessuno ha mai davvero considerato. Il suo volto è quasi pallido, sbiancato non dal freddo, ma dallo shock per una gioia inaspettata. Ha pattinato per sé stesso, dirà ai giornalisti, senza pensare ai calcoli, alle strategie, alle medaglie. Ha semplicemente danzato la sua gara, fedele a ciò che sente, e quella fedeltà a se stesso lo ha condotto dove nessuno avrebbe immaginato. L’oro olimpico gli pende dal collo come un peso dolce e incredibile, una responsabilità che non ha cercato, ma che ora doveva accettare.

Nei giorni precedenti la competizione, osservando Malinin allenarsi, molti erano rimasti colpiti dalla qualità ambigua della sua presenza. C’era qualcosa di straordinariamente freddo nel suo controllo, nella precisione millimetrica dei suoi movimenti, nella geometria perfetta delle sue evoluzioni sul ghiaccio. Pareva una macchina, un automa programmato per l’eccellenza, un cyborg costruito per non conoscere la debolezza. Eppure, chi guardava con attenzione poteva scorgere, sotto quella superficie glaciale, una fiamma che ardeva con intensità quasi dolorosa. Era come se dentro di lui coesistessero due nature opposte: il gelo del perfezionismo assoluto e il calore bruciante dell’ambizione umana. Questa contraddizione, che forse solo pochi avevano intuito, nascondeva una fragilità che l’atleta aveva sempre custodito gelosamente, proteggendola dietro la corazza dell’apparente invincibilità.
La sera della competizione olimpica, quella fragilità si è manifestata con la forza dirompente di una diga che cede. Malinin voleva scrivere la storia. Voleva imprimere il suo nome nell’eternità dello sport con un iniziale quadruplo axel che sarebbe rimasto leggendario. Ma il salto, quel salto che aveva provato mille volte, che conosceva nel profondo del corpo e della mente, gli è uscito semplice. Un singolo axel, banale, quasi umiliante nella sua ordinarietà. E da quel momento qualcosa si è rotto dentro di lui. La testa ha smesso di funzionare, i pensieri si sono aggrovigliati come fili di un gomitolo disfatto, e il corpo ha seguito il caos della mente. È voluto essere Icaro, volare più in alto di chiunque altro, toccare il sole dell’olimpo sportivo. E come Icaro, si è bruciato le ali.

Quando tutto è finito, quando i giudici hanno pronunciato il loro verdetto numerico, Malinin è rimasto fermo con un’espressione che oscillava tra l’amarezza e la disperazione. Non c’era rabbia in quel volto, solo una specie di incredulità attonita, come se stesse osservando la propria rovina dall’esterno, incapace di riconoscersi in quella versione di sé che aveva appena fallito così clamorosamente.
Più tardi, davanti ai giornalisti stipati nella sala stampa, Malinin ha cercato le parole per dare un senso all’insensato. La sua voce era controllata, ma si percepiva lo sforzo enorme che faceva per mantenerla stabile. Ha parlato della pressione, di quella forza invisibile e schiacciante che lo aveva accompagnato nei mesi precedenti le Olimpiadi. «È molto da dover gestire», ha detto, e in quelle parole semplici c’era un universo di solitudine. «La pressione alle Olimpiadi è qualcosa di diverso, non molte persone possono capirlo». È vero. Come si può spiegare a chi non l’ha vissuto cosa significhi portare sulle spalle il peso delle aspettative di un’intera nazione, di milioni di tifosi, di sponsor, allenatori, familiari? Come si può descrivere quella sensazione di essere considerato non un essere umano ma un’incarnazione vivente della vittoria stessa, un simbolo più che una persona?

Ma che cos’è, davvero, la pressione? Non è forse l’ombra oscura del riconoscimento, il prezzo che si paga per essere considerati eccezionali? È una domanda che risuona attraverso i secoli, che attraversa tutte le culture e tutti gli sport. La pressione è ciò che accade quando le aspettative degli altri si cristallizzano intorno a una persona, trasformandola in qualcosa di più e contemporaneamente di meno di ciò che è realmente. La pressione è l’abisso tra l’essere umano fragile e il mito invincibile che altri hanno costruito. E forse è giusto domandarsi se sia lecito, se sia umano, montare così tanto una persona, convincerla di essere un super umano, un dio sceso sulla terra a dispensare meraviglie.
Guardando Malinin ieri sera, non si poteva fare a meno di pensare ad Aristotele e alla sua definizione della tragedia come «imitazione di un’azione seria in sé compiuta, avente una certa grandezza». Perché quello a cui avevamo assistito non era forse proprio questo? Un’azione seria, carica di significato, compiuta sotto gli occhi di milioni di spettatori, un’azione che possedeva quella “certa grandezza” di cui parlava il filosofo greco. La tragedia antica, attraverso la drammatizzazione, permetteva agli spettatori di esplorare in profondità azioni e sentimenti cruciali dell’esistenza umana. E non era forse questo ciò che stava accadendo sul ghiaccio olimpico?
I poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea, hanno fornito per millenni i prototipi narrativi fondamentali della cultura occidentale: la guerra e l’assedio da una parte, il nostos, il difficile ritorno a casa, dall’altra. In quelle narrazioni arcaiche si trovano già tutti i motivi che strutturano le tragedie successive: l’agone verbale, la persuasione, il lamento funebre, la supplica, la vendetta, l’inganno. E poi ci sono quei temi che sembrano risuonare in modo particolare nella vicenda di Malinin: la comprensione tardiva di aver commesso un errore, il riconoscimento doloroso della propria vulnerabilità, il rovesciamento inaspettato della sorte, l’errore fatale e la conseguente peripezia, quel mutamento improvviso che capovolge la situazione da un estremo all’altro.

Malinin, in fondo, ha vissuto la sua personale tragedia greca sul ghiaccio di Milano Cortina. Ha conosciuto l’hubris, quella tracotanza che spinge l’eroe a sfidare i limiti umani, e ha sperimentato la nemesi, il riequilibrio doloroso che riconduce il mortale alla sua condizione reale. Ma come nelle tragedie antiche, anche in questa moderna disfatta c’è spazio per la catarsi, per quella purificazione attraverso il dolore che può portare a una comprensione più profonda di sé.
E questa “tragedia”, paradossalmente, non può che fargli bene. È giovane, Malinin. Ha davanti a sé anni di competizioni, occasioni per riscattarsi, per ricostruire ciò che si è frantumato. Questa caduta potrebbe rivelarsi, col tempo, il momento più importante della sua carriera, quello che lo ha reso davvero umano, che lo ha riportato dalla dimensione irreale del mito alla realtà concreta dell’esperienza vissuta. Si rifarà, come si rifaranno anche gli altri atleti che quella sera hanno sentito il peso della pressione schiacciarli, che hanno tremato, che hanno sbagliato. Perché Malinin non è stato il solo a non reggere il peso delle aspettative, non è stato il solo a scoprire, in quel momento cruciale, che anche gli dei possono cadere.
Forse, anni dopo, quando il dolore di quella sera sarà diventato memoria, Malinin guarderà indietro e capirà che proprio lì, in quella caduta, in quegli errori, in quella medaglia mancata, si nascondeva il dono più prezioso: la consapevolezza della propria umanità, la certezza che essere vulnerabili non significa essere deboli, ma semplicemente essere vivi, autenticamente e profondamente vivi.​​​​​​​​​​​​​​​​

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