
I. Il castello che ascolta
Il castello di Duntrune si erge immobile sulla costa settentrionale di Loch Crinan, come se fosse cresciuto dalla roccia stessa. Le sue mura, annerite dal vento e dal sale, trattengono il silenzio più di quanto raccontino la storia.
Fu eretto nel XII secolo dai McDougall, a difesa di un confine esposto alla furia del mare e alla violenza degli uomini. Ma ciò che davvero sopravvive, tra quelle pietre, non è la memoria scritta, bensì quella che non ha mai trovato pace.
Nelle notti senza luna, quando il vento scivola tra le torri e gli alberi si piegano sussurrando, accade talvolta che un suono attraversi l’aria. È flebile, incerto.
Somiglia al pianto di una cornamusa. E non sembra provenire da questo mondo.
1888
I lavori di ristrutturazione erano quasi terminati.
Per gli uomini dei villaggi di Argyll, quel cantiere era stato una salvezza. Il carbonchio aveva devastato le greggi, lasciando fame e disperazione. Duntrune, con le sue impalcature e la sua ombra, aveva offerto lavoro, e dunque vita.
Quel mattino il cielo era pallido, come velato da una stanchezza antica.
Le donne arrivavano con il pasto. Tra loro c’era Catriona.
Portava una zuppa semplice, avvolta in un panno, e si sedette ai piedi di un faggio, aspettando il padre. Il vento muoveva appena le foglie, e per un momento tutto parve immobile, sospeso.
A Catriona piaceva quel luogo. Le piaceva immaginare le vite che avevano abitato quelle stanze: dame, guerrieri, banchetti, giuramenti. Evitava però di soffermarsi sulle guerre, sui tradimenti, sulla lunga faida tra i clan Campbell e McDonald.
Quanto ai fantasmi, non vi credeva.
O almeno così si diceva.
Alzò lo sguardo verso le mura. Il sole, alto, frantumava la luce sull’acqua e la rifletteva sulla pietra, creando bagliori tremanti, quasi vivi.
Il castello sembrava respirare.
Fu allora che un grido squarciò l’aria. Poi un altro.
Gli uomini si erano radunati. Catriona si alzò e si avvicinò con cautela, quasi temendo di disturbare qualcosa che avrebbe preferito restare nascosto.
Sotto il pavimento di una stanza al pianterreno avevano trovato qualcosa.
Quando riuscì a vedere, il sangue le si gelò. Uno scheletro.
Giaceva in un angolo, composto, come se fosse stato deposto lì con una cura crudele.
Catriona si chinò appena. E allora accadde.
Non fu un suono. Non un pensiero. Ma qualcosa di più profondo.
Un’immagine. Il lago al tramonto. Il vento su una torre. E una melodia.
Spezzata.
Si ritrasse di colpo, portandosi una mano al petto. Il cuore batteva troppo forte.
“Suggestione”, sussurrò tra sé.
Ma il castello non sembrava d’accordo.
continua




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