Il 20 marzo 1916 Albert Einstein, allora trentasettenne e direttore dell’Istituto di Fisica di Berlino, pubblicò sulla rivista Annalen der Physik l’articolo fondativo della relatività generale. L’opera, intitolata “Die Grundlage der allgemeinen Relativitätstheorie” (“La base della teoria della relatività generale”), occupava 54 pagine e cambiò radicalmente la fisica. Einstein aveva già proposto nel 1905 la teoria della relatività ristretta (famosa per l’equazione (E= mc 2) e ora estendeva i suoi principi ai sistemi accelerati e al campo gravitazionale.
La teoria risultante ridefinì completamente il concetto di gravità, non più come una forza che agisce a distanza, ma come la curvatura del tessuto spazio-temporale prodotta da massa ed energia. Questo nuovo paradigma fornì un nuovo quadro concettuale rivoluzionario per la comprensione del cosmo e il suo impatto fu tale che alcuni commentatori la considerarono “la base della fisica moderna”.
C’è una celebre analogia (attribuita a Einstein tramite la segretaria Helen Dukas) che illustra in termini semplici la relatività:
“Quando siedi accanto a una bella ragazza, un’ora ti sembra un minuto; ma se ti siedi su una stufa rovente, un minuto ti sembra un’ora”.
In altre parole, una stessa durata reale può essere percepita in modo diverso a seconda delle circostanze. La frase comparve già su quotidiani degli anni Trenta, confermandone l’autenticità come aneddoto tratto dalla vita dello scienziato.
Einstein sosteneva che la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione e che la nostra percezione dello scorrere del tempo è relativa e non universale.
Oggi ricorre il dodicesimo anniversario della scomparsa di mia madre e mi rendo conto che il tempo del cuore non è affatto relativo: scorre, eppure il dolore rimane immutato.





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