I dannati senza terra è un testo molto impegnativo che affronta il tema del rapporto tra colonialismo di insediamento e genocidio. Nella prima parte analizza il concetto di genocidio nelle sue varie declinazioni: come è noto, il termine fu ideato da Raphael Lemkin, un giurista polacco, che lo propose per la prima volta in un suo testo del 1944, e che fu ratificato dall’apposita Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio il 9 dicembre 1948. Questa la definizione accolta dalla Convenzione:
«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.»
Bisogna aver chiaro che perché si possa parlare di genocidio non è necessario che concorrano tutte e cinque le azioni, è sufficiente che ne sia messa in pratica anche una sola. Non importa nemmeno che il genocidio sia totale, cioè che il gruppo in questione sia annientato del tutto, cosa che si è verificata solo nei casi di popoli di piccola entità numerica in America e in Australia/Nuova Zelanda, ma non, per esempio, nel caso del genocidio per eccellenza, la Shoah, che non ha distrutto tutti gli ebrei esistenti al mondo. Bisogna aver chiaro anche che la definizione è frutto di un compromesso: ad esempio sono state escluse dal concetto di genocidio le azioni commesse contro un gruppo politico, quindi, per fare un esempio eclatante, nei gulag sovietici non è stato commesso genocidio, e questo per l’opposizione proprio dell’Unione sovietica, e non possono essere classificate come genocidio le stragi, le deportazioni e le detenzioni arbitrarie di migranti, dato che essi non appartengono a un unico gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Un altro aspetto importante cui Lemkin teneva particolarmente ma che non è stato accolto dalla Convenzione è il genocidio culturale, che consiste nell’annientamento della civiltà, della cultura, della lingua della popolazione che si vuole annientare. Su queste e altre questioni c’è stato ai tempi, e c’è tuttora, un dibattito che però al momento non ha portato a modificare la definizione.
Dopo questa premessa, Pegoraro stabilisce un collegamento tra il colonialismo e il genocidio e, in particolare, tra il colonialismo di insediamento e il genocidio. Oltre che sull’accaparramento di territori considerati a torto non appartenenti a nessuno, terra nullius, e sullo sfruttamento degli stessi, il colonialismo si basa da sempre sulla distruzione, la riduzione in schiavitù, la deportazione o il dislocamento delle popolazioni indigene: in particolare, tali azioni sono molto più accentuate quando la colonizzazione non ha solo scopo commerciale ma prevede il popolamento del territorio da parte dei conquistatori. In altre parole, gli europei che si trasferirono, si insediarono nelle terre americane, australiane e neozelandesi, si trovarono nella “necessità” di eliminare le popolazioni autoctone, e lo fecero con grande zelo. Paradossalmente, lo sterminio dei nativi fu più accanito nelle colonie democratiche, autogestite, che in quelle controllate direttamente dalla Corona inglese, spagnola o francese. Questo perché la democrazia è sempre tale verso coloro che sono inclusi nel gruppo di riferimento, mentre è discriminatoria e violenta verso coloro che ne sono esclusi. E se ci pensiamo bene vediamo che è proprio vero.
Nella seconda parte del libro, Pegoraro tratta in modo dettagliato i genocidi commessi in quattro territori, gli attuali Stati Uniti, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda. È una vera fiera degli orrori, che va dalla descrizione di atti di sterminio, massacri di intere popolazioni, distruzione di villaggi, a deportazioni e marce della morte, pratiche di affamamento, diffusione volontaria di malattie infettive, sterilizzazione forzata delle donne, rapimento dei bambini e loro reclusione in istituti di rieducazione… queste ultime pratiche, ovvero la sterilizzazione e la “rieducazione dei bambini”, che rientrano rispettivamente nei punti (d) ed (e) della definizione, sono state portate avanti fino a agli anni Settanta del Novecento e i sopravvissuti ne portano ancora le conseguenze.





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