III. Ciò che resta

1888

Catriona guardò di nuovo lo scheletro. Fu allora che notò che mancavano le mani.

Quella notte non riuscì a dormire. Il vento batteva contro le pareti come dita impazienti.
Poi lo sentì. Era un suono lontano: una cornamusa.

Si alzò, uscì, attraversò il cortile. Il castello era diverso, più vasto. più antico.
Come se fosse sveglio.

Il suono la guidava. Salì sulla torre. passo dopo passo, come se ricordasse.
Arrivò in cima … e lo vide.
Una figura immersa nell’ombra con le braccia sollevate come se stesse suonando.

Catriona fece un passo avanti. E poi comprese.
Non aveva mani.
La melodia si spezzò. Il silenzio cadde.

All’alba la trovarono lì. Seduta. Viva. Ma cambiata.

Quando le parlarono, non rispose.
Poi sollevò lentamente le mani. Le posò nell’aria come su uno strumento invisibile.
Le dita si mossero. E qualcuno giurò di aver udito una nota.

Da allora, nelle notti più silenziose, a Duntrune si dice che non sia più una sola la cornamusa che si sente suonare.

Nota

Questo canto, con le sue anomalie e le sue dissonanze, venne in seguito tramandato con il nome di “The Piper’s Warning to his Master” (“L’avvertimento del suonatore di cornamusa al suo padrone”).
Secondo la tradizione orale delle Highlands, la melodia presenta variazioni insolite rispetto ai canoni della musica per cornamusa: note trattenute oltre misura, passaggi spezzati e un andamento irregolare che rompe deliberatamente la struttura del canto di benvenuto. Proprio queste “imperfezioni” sarebbero state, in realtà, il codice con cui il giovane suonatore riuscì a comunicare il pericolo imminente.
Alcuni studiosi ritengono che tali alterazioni imitino un segnale d’allarme; altri vi riconoscono un lamento funebre nascosto.
Ancora oggi, si dice che pochi suonatori osino eseguirlo. Non per la difficoltà. Ma perché c’è chi giura che quella melodia… non finisca mai davvero.

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