“La visionaria” di Assunta Sànzari Panza – edizioni Vallecchi , Firenze – si presenta come un testo che non si limita all’esplorazione lirica del mondo, ma induce a considerare la poesia come vero e proprio evento filosofico. In questo senso, la parola poetica non è mera espressione estetica, ma atto costitutivo di senso. Secondo l’assunto che «scrivere significa costruire il linguaggio, non spiegarlo», tratto dalla prefazione di Davide Rondoni e dal pensiero di Max Bense, la poesia qui non riflette sul mondo come uno specchio neutro, ma con‑duce il lettore dentro la trama stessa della realtà.

La struttura in sezioni — Bíos, Onirica, Eliotiana, Fragmenta — può essere letta, come un progressivo disvelamento di modelli epistemici: la vita nella sua concretezza (Bíos), il flusso simbolico dell’inconscio (Onirica), il dialogo con parametri poetico‑culturali (Eliotiana) e l’essenziale ontologico (Fragmenta). Tali coordinate non sono categorie statiche, ma zone di esperienza interconnesse, in cui la poesia diventa laboratorio di pensiero.

Visione e visione filosofica

Il termine “visionaria”, nel titolo dell’opera, si colloca nel solco di una tradizione che va oltre l’uso superficiale dell’immagine poetica: esso richiama la nozione filosofica di visione come evento di rivelazione, non mera percezione ottica. Nella filosofia medievale e rinascimentale, la visione non indica un atto passivo ma un’apertura radicale dell’essere al mondo: vedere significa incontrare l’essere nella sua selvaggia alterità. In questo senso, la poetessa non rappresenta oggetti, ma apre soglie interpretative attraverso cui la realtà stessa si configura come interrogazione incessante. I versi non descrivono alcunché di già dato, ma producono nuovi modi di intendere l’esperienza.

La poesia di Sànzari Panza assume dunque una fisionomia epistemologica: non si tratta solamente di evocare stati d’animo o immagini, ma di costituire un campo in cui il senso emerge attraverso la tensione tra parola e non‑detto. Questa operazione richiama la nozione di “ragione poetica” elaborata da María Zambrano, secondo cui poesia e filosofia convergono nella misura in cui entrambe cercano di articolare ciò che la coscienza razionale non può afferrare pienamente. Lungi dall’essere antitetiche, poesia e filosofia si incontrano quando il linguaggio poetico diventa strumento di conoscenza attiva, capace di rivelare le condizioni profonde dell’esperienza umana.

Il problema del tempo e la condizione esistenziale

Un filo rosso che attraversa “La visionaria” è la consapevolezza del tempo come forza distruttiva e insieme strutturante della vita umana. La poesia qui intravede il tempo non come semplice dimensione cronologica, ma come condizione ontologica della nostra esistenza: è ciò che rende possibile l’essere‑nel‑mondo e, insieme, la perdita irredimibile di ogni dato immediato. In tal senso, il tempo diviene problema filosofico, e la poesia è la pratica attraverso la quale la crisi temporale si poetizza come esperienza esistenziale.

Nei testi come “L’ora ferma”, riportati anche nella rivista Treccani, l’immagine del tempo sospeso e della terra che «si sgretola» offre una meditazione filosofica sul carattere inafferrabile dell’essere, rimandando alla dimensione tragicomica dell’esistenza umana che cerca di prendere forma nel silenzio e nell’abbandono. Queste immagini non si risolvono in una contemplazione estetica; piuttosto, suggeriscono una tensione tragica tra la finitezza dell’esperienza individuale e la possibilità di una comunità umana che persiste nel vuoto di senso.

Il linguaggio come costruzione di realtà

La filosofia del linguaggio contemporanea, da Wittgenstein in poi, insegna che il linguaggio non riflette la realtà: il linguaggio è la realtà. In “La visionaria”, il linguaggio non funziona come specchio, ma come dispositivo costitutivo della stessa realtà poetica. La sequenza di metafore — talvolta audaci e ossimoriche — indica che la parola poetica non è mera veste formale, ma sostanza ontologica: esse non descrivono un mondo, ma ne costruiscono uno. La poesia dunque non parla di qualcosa, ma pone qualcosa: nel luogo stesso in cui la parola si rende visibile nasce il mondo poetico, carico di contraddizioni e rivelazioni.

Ethos poetico e responsabilità esistenziale

La visionaria propone l’atto poetico come gesto etico: non un piacere estetico fine a se stesso, ma una responsabilità verso la verità dell’esperienza. La parola poetica diventa pensiero incarnato, intrecciando sentire e pensare, e invitando il lettore a confrontarsi con la propria condizione di essere‑nel‑mondo.

La poesia come disvelamento

La lettura di “La visionaria” si illumina attraverso Martin Heidegger e la sua riflessione sul rapporto tra poesia e verità (aletheia). Per Heidegger, la poesia non è ornamento del linguaggio né veicolo di informazioni: è il luogo in cui l’essere si disvela. I versi di Sànzari Panza non descrivono realtà preesistenti; essi disvelano il mondo, mostrando la fragilità, il tempo, la memoria e il sogno nella loro essenza ontologica. La poesia diventa gesto di verità: evento in cui l’essere appare attraverso la parola, e il lettore partecipa a un processo di rivelazione che è insieme estetico ed esistenziale. “La visionaria” si configura, in ultima analisi, come laboratorio heideggeriano della parola: un luogo in cui il linguaggio poetico mostra ciò che è, senza spiegazioni riduttive, restituendo alla lettura la responsabilità e la meraviglia di abitare il mondo.

Rosa Bianco

16 marzo 2026

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