1922 – 2010
Dalla fine degli anni ’50 è stato uno dei registi più rappresentativi dell’Actors Studio e tra coloro che meglio hanno riletto e interpretato il metodo di Lee Strasberg. Ha diretto opere teatrali, cinematografiche e televisive sempre utilizzando la sua arte per un’analisi critica delle contraddizioni della società contemporanea, soprattutto americana, mettendo a fuoco i tratti nascosti e più oscuri della civiltà moderna. Non ha mai dimenticato, però, che il cinema è anche spettacolo, fondendo la profondità dei contenuti e la responsabilità sociale con la ricerca estetica dell’immagine.

Arthur Penn nasce a Filadelfia il 27 settembre 1922 e dopo il divorzio precoce dei genitori, trascorse i primi anni di vita con la madre, sempre in viaggio, e poi, da adolescente, andò a vivere con il padre, un orologiaio, a Filadelfia. Alla morte del padre, si trasferì a New York. Arruolatosi nell’esercito a soli 19 anni, nel 1943 fu inviato a combattere contro i nazifascisti in Germania e poi in Italia. Già in quel periodo era entrato a far parte della compagnia teatrale dell’esercito, collaborando con il regista Joshua Logan. Rientrato negli Stati Uniti, riprese gli studi conseguendo nel 1946 il diploma in recitazione. Penn iniziò a lavorare in televisione nel 1951, assunto dalla NBC come responsabile di studio e poi come assistente alla regia.
Poco dopo, gli fu offerta l’opportunità di dirigere drammi televisivi in diretta e, come altri futuri cineasti quali John Frankenheimer e Sidney Lumet, Penn affinò la sua arte di regista lavorando a prestigiosi programmi televisivi. Fece poi il suo debutto al cinema con Furia selvaggia (1958), una rivisitazione psicologica della leggenda del pistolero Billy the Kid, con Paul Newman nel ruolo del protagonista. Penn reinventò il personaggio di Billy the Kid soffermandosi sulle motivazioni che lo spingono ad uccidere. Sebbene il film (che gli fu tolto in fase di post-produzione) si rivelò un insuccesso al botteghino, fu molto apprezzato dall’influente critico francese André Bazin sulla rivista Cahiers du Cinéma, consolidando un reciproco apprezzamento tra Penn e i critici e i cineasti della Nouvelle Vague francese.

Frustrato dalla mancanza di controllo sul suo primo lavoro cinematografico, Penn attese cinque anni prima di dirigere il suo secondo film, l’acclamato Anna dei miracoli (1962). Patty Duke e Anne Bancroft ripresero i ruoli teatrali di Helen Keller e della sua insegnante Anne Sullivan Macy: Bancroft vinse l’Oscar come migliore attrice e Duke come migliore attrice non protagonista, mentre Penn ricevette la sua prima nomination come miglior regista. Penn iniziò quindi a lavorare al film sulla Seconda Guerra Mondiale Il treno (1964), ma fu licenziato da Burt Lancaster, produttore e protagonista del film, che lo sostituì con Frankenheimer.
Il suo film successivo, il complesso Mickey One (1965), offriva una narrazione non convenzionale e fu definito da alcuni critici ambizioso e da altri pretenzioso. Warren Beatty, che era anche il produttore del film, interpretava un comico di night club affetto da deliri di persecuzione da parte della mafia. Molto più commerciale fu La caccia (1966): protagonista era Marlon Brando nei panni dello sceriffo di una cittadina texana in subbuglio per il ritorno di un evaso, interpretato da Robert Redford; nel cast figuravano anche Jane Fonda, E.G. Marshall e un giovane Robert Duvall.

Il film successivo di Penn, Gangster story (1967), divenne una pietra miliare del cinema americano e ampiamente riconosciuto come uno dei migliori e più influenti film degli anni ’60. Dopo aver proposto il film ai registi francesi François Truffaut e Jean-Luc Godard, Warren Beatty che era il produttore oltre che interprete, si rivolse all’ancora relativamente sconosciuto Penn, che apportò al progetto la sua sensibilità da Nouvelle Vague, alternando momenti di intensa comicità a scene di scioccante brutalità. Non pochi critici attaccarono il film per la sua straordinaria violenza, ma altri riconobbero che Penn era fondamentalmente interessato a creare un mito. Lo stesso Penn replicò alle critiche sulla violenza del film affermando che i notiziari televisivi sulla guerra del Vietnam mostravano immagini ben peggiori.
La storia delle gesta di Bonnie e Clyde, rapinatori di banche dell’epoca della Grande Depressione, esemplificava il ricorrente interesse di Penn per gli emarginati e i personaggi che vivevano, spesso in modo ribelle, ai margini della società. Sebbene inizialmente il film abbia faticato al botteghino, divenne in seguito uno dei film di maggior successo della Warner Brothers di quell’epoca, e ottenne numerose candidature agli Oscar. Rompendo i tabù relativi ai protagonisti antieroici e alla rappresentazione della violenza esplicita, Bonnie e Clyde contribuì a gettare le basi per film ribelli rivolti ai giovani come Easy Rider (1969) e per una generazione di registi americani iconoclasti come Martin Scorsese, Robert Altman e Hal Ashby.

Dopo la storia di Bonnie e Clyde, Penn scelse di realizzare il più delicato Alice’s Restaurant (1969), altro potente ‘film di protesta’ su un cantante folk che stringe amicizia con due proprietari di un ristorante: in esso catturò in modo suggestivo l’atmosfera della controcultura hippie, guadagnandosi un’altra nomination all’Oscar come miglior regista. L’anno successivo è la volta di Piccolo grande uomo (1970) sulla vita leggendaria di Jack Crabb, un bianco cresciuto tra i Cheyenne. Ancora una volta il genere western costituisce il contesto in cui viene delineata un’ennesima figura di emarginato, un individuo senza identità (non è un indiano ma non è neanche un bianco), accanto al quale compaiono altri personaggi al confine tra Storia e Mito (il generale Custer, Wild Bill).

La stessa ambientazione risulta un pretesto per alludere al presente: nella battaglia di Little Big Horn appaiono infatti evidenti i riferimenti alla guerra in Vietnam. La sua rivisitazione del romanzo picaresco di Thomas Berger non solo raffigurava la politica americana di frontiera come brutale e genocida, ma fungeva anche da parabola del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Inoltre, rappresentava e smontava una serie di convenzioni del western hollywoodiano, tra cui le narrazioni di prigionia, i miti dei pistoleri e gli spettacoli itineranti con i guaritori tradizionali, così come la storia spesso raccontata della battaglia di Little Big Horn.

In gran parte a causa della tiepida accoglienza commerciale del film, Penn si allontanò dal grande schermo per cinque anni, per poi tornare con il film noir Bersaglio di notte (1975), accuratamente realizzato ma estremamente cupo, in cui Hackman interpretava un investigatore privato il cui matrimonio sta andando a rotoli e che si ritrova coinvolto in un caso riguardante un’adolescente in fuga, interpretata da Melanie Griffith. Nella foto sopra, Penn insieme alla giovanissima Melanie. L’anno dopo Penn torna con un altro western anomalo, Missouri, ambientato nel Montana di metà Ottocento, in cui si sottolinea ancora una volta il contrasto tra due mondi differenti, quello cui appartiene un ladro di cavalli (Jack Nicholson) e quello di uno specialista nella difesa degli interessi dei proprietari di bestiame (Marlon Brando).

Dopo essersi dedicato solo al teatro per qualche anno, è tornato al cinema nel 1981 con Gli amici di Georgia, un intenso spaccato generazionale in cui la storia degli Stati Uniti si incrocia con la storia privata dei quattro protagonisti. Si è quindi confrontato con il film di spionaggio, dirigendo Gene Hackman e Matt Dillon in Target ‒ Scuola omicidi (1985), con il thriller in Omicidio allo specchio (1987) e con la commedia avventurosa in Con la morte non si scherza (1989), prima di dedicarsi intensamente al teatro, fondando per un breve periodo di tempo l’Actors Studio Free Theatre, uno spazio di ricerca e produzione teatrale destinato ad affiancare i seminari dell’Actors Studio.

Mentre lavorava in televisione, consigliò il senatore John Kennedy durante i suoi dibattiti con Richard Nixon nel 1960, suggerendogli di guardare direttamente nell’obiettivo della telecamera. La sua indicazione contribuì a conquistare il pubblico, convincendolo della sicurezza con cui Kennedy si esprimeva, e da quel momento si comprese quanto il dibattito televisivo potesse influire sul risultato delle elezioni.
Arthur Penn è scomparso il 28 settembre 2010, il giorno dopo aver compiuto 88 anni. Ha lasciato la moglie, l’attrice Peggy Maurer, con cui è stato sposato per 54 anni, il figlio Matthew, anche lui regista, la figlia Molly.

«Oltre la metà del lavoro del regista consiste nello scegliere un buon cast. I bravi attori raggiungono vette emotive in cui nessun altro osa andare»
FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – IMDb





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