
Perché chi abbiamo amato davvero non se ne va mai.
Quel giorno arrivai correndo, senza più dolore, senza più fatica. Le mie zampe si muovevano leggere sull’erba soffice, e per la prima volta dopo tanto tempo non sentivo il peso del corpo né il respiro corto. Correvo, e mi sembrava di volare.
Davanti a me, oltre una dolce collina, lo vidi apparire. Il ponte. Il Ponte dell’Arcobaleno. E, oltre, una luce calda e accogliente, così familiare da farmi sentire subito a casa.
Rallentai il passo. Non c’era più fretta. Non c’era più paura. Solo una pace quieta, che mi riempiva il cuore. Continuavo a camminare lentamente, assaporando ogni passo, felice semplicemente di poterlo fare ancora.
Sapevo che avrei dovuto fermarmi lì, ai piedi del ponte, insieme a tanti altri. Erano moltissimi, e l’aria era piena di corse, giochi, code che si agitavano, occhi lucidi e felici. Una moltitudine festosa e serena. Per un attimo mi sentii piccola, quasi intimidita da tanta gioia.
Poi, mentre mi avvicinavo, alcuni di loro si staccarono dal gruppo e iniziarono a correre verso di me. Avevano qualcosa di familiare. Qualcosa che conoscevo da sempre.
Erano una dozzina, e avanzavano sicuri, come se mi stessero aspettando da tempo. Bastò un attimo… e li riconobbi.
Li avevo visti e imparato conoscerli nelle fotografie di casa, nei racconti sussurrati, nei ricordi pieni d’amore. Ma ora erano lì, davanti a me, vivi, forti, splendidi.
C’era l’imponente Frieda, la dolce Asia, la timida Kitty e il vivace Calimero. E poi tutti gli altri, ognuno con il proprio sguardo, il proprio passo, il proprio affetto.
Mi circondarono, sfiorandomi, annusandomi, accogliendomi come si fa con chi torna finalmente a casa. Non servivano parole. Solo la gioia semplice di ritrovarsi.
Capii allora che saremmo rimasti insieme, in quel prato meraviglioso ai piedi del Ponte dell’Arcobaleno. Avremmo giocato, corso, riposato al sole. Senza dolore, senza stanchezza. Solo con, a volte, una lieve nostalgia che passava come una nuvola leggera.
Ora siamo sereni. Spensierati. E aspettiamo.
Sappiamo che arriverà anche per noi il gran giorno.
Forse sarà Bijou, la più alta, a scorgere per prima qualcuno in lontananza. O Byron, agile, dalla cima di un albero. O il veloce Alex, tornando da una delle sue scorribande. O forse la nera Mimì, o la fulva Masha, con il segno sulla schiena lasciato dall’antico leone. O magari io, la bianca Kuna.
E allora, all’improvviso, finalmente la vedremo.
Dalla curva in fondo al sentiero apparirà lei. La nostra Luisa. Amica, madre, sorella, padrona. La riconosceremo subito, anche da lontano, perché il cuore inizierà a correre prima ancora delle zampe.
Ci precipiteremo incontro a lei, festosi, pieni di gioia. Qualcuno si struscerà contro le sue gambe, altri le daranno baci umidi e impazienti. Qualcuno le salterà addosso, altri le tireranno dolcemente il vestito, per non lasciarla più.
Lei si fermerà, sorpresa e felice, e ci guarderà uno a uno. Ci chiamerà per nome. E ognuno di noi, in quel momento, si sentirà il più amato.
Non serviranno parole. Non serviranno spiegazioni.
Cammineremo insieme, finalmente riuniti, verso quel ponte dai colori luminosi.
E, fianco a fianco, con le code che si muovono leggere e il cuore pieno d’amore, attraverseremo insieme il Ponte dell’Arcobaleno.
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Ci sono legami che non finiscono mai.
Questo racconto nasce pensando a chi ha attraversato il ponte dell’arcobaleno, ma continua a vivere ogni giorno nei nostri ricordi e nel nostro cuore.




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