Caro Francesco Abate detto Frisco, proprio come la città di San Francisco e un chiosco di bibite in piazza Mazzini a Pistoia, tu mi sei molto simpatico perché sei cagliaritano come me e anche perché hai scritto un libro divertente su tua madre che fa parte del cammino neocatecumenale, e siccome io ho degli amici neocat, ci ho fatto su delle belle risate.
Ho comprato il tuo ultimo romanzo, I delitti della salina, molto incuriosita perché parlava di Cagliari ai primi del Novecento e di un’investigatrice sardo-cinese che mi pareva dovesse essere un personaggio interessante. E lo è, in effetti. Una cosa che mi ha colpito molto, leggendo la pagina dei ringraziamenti, è il numero di persone che ti hanno aiutato nella stesura di questo romanzo, giornalisti, editor, lettori-beta o come li vogliamo chiamare, e il numero di libri che citi come fonti indispensabili per la scrittura di questa storia. In un’intervista che ho letto in rete affermi che ti ci son voluti quattro anni per riuscire a completare l’opera, che quindi, visto il grande impegno e la quantità di collaboratori, dovrebbe essere una specie di Guerra e pace o analogo capolavoro immortale.
Il fatto, caro Francesco, è che ai miei occhi I delitti della salina è sembrato un piacevole romanzo, non privo di una buona ambientazione storica, ma niente di più. In particolare, ti voglio parlare della protagonista, Clara Simon, bella, intelligente, determinata e mezzosangue. Che nella Cagliari del 1905, per quanto città di mare e quindi aperta al nuovo e al diverso, Clara sia malvista e oggetto di chiacchiere, mi torna. Lei però è giornalista all’Unione sarda, che nel romanzo è chiamata tout court L’Unione. Tu lo sai che nel 1905 non c’erano giornaliste donna all’Unione, e lo dici nella suddetta intervista: però ti è piaciuta l’idea di questa giovane donna emancipata, e come buon auspicio l’hai collocata al giornale con un po’ d’anticipo. Del resto, dici, a quei tempi le donne cominciavano ad affermarsi, anche in Sardegna, prova ne sia il fatto che alcune donne studiavano all’università, medicina, per esempio. E in conseguenza di ciò hai piazzato una donna medico all’ospedale San Giovanni di Dio. Cagliari città delle donne, più avanti di Stati Uniti e Inghilterra, ajò!
Lo sai quando è stata assunta la prima giornalista all’Unione sarda? Nel 1976. Quanto alle donne medico in Sardegna, ai primi del Novecento in effetti ce n’erano ben due, Paola Satta e Adelasia Cocco, anche se non mi risulta che siano state medici ospedalieri. Ecco, secondo me attribuire ruoli importanti alle donne in epoche in cui stentavano a conquistarli può sembrare una cosa molto carina e femminista, però rischia di falsare la realtà storica: ma insomma, cosa vogliono mai queste donne, non lo vedi che se capaci e determinate hanno sempre avuto posti di rilievo? E invece non è così, e dato che tu ti sei letto ben otto libri che citi in bibliografia, più numerosi articoli dell’Unione sarda, proprio per essere scrupoloso nella ricostruzione storica, be’, secondo me in questo esibire un’emancipazione femminile ante litteram hai toppato.
Potrei dire altre cose relative alla trama, che ho trovato sul finale un tantino ingarbugliata, ma sarà stato perché leggevo tenendo in braccio il mio nipotino che dormiva, e quindi forse non mi sono concentrata a sufficienza.
Ah, dimenticavo. Il sale marino non è salgemma.




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