Di Marisa Salabelle

Di che tipo sono i libri che ho letto nell’anno appena trascorso? La narrativa, come sempre, la fa da padrona, anche se non mancano la saggistica e la storia. Mi rendo conto che con la poesia, invece, sono molto indietro. Ho comprato alcune raccolte che però non ho finito di leggere. Mi rendo conto anche che col tempo i miei orientamenti sono cambiati, nel senso che leggo molti autori italiani mentre una volta non me li filavo proprio. Questo dipende secondo me dal fatto che anch’io scrivo, quindi in un modo o nell’altro sono entrata in contatto con altri scrittori e scrittrici, e mi sono incuriosita delle loro opere. Ho anche fatto delle recensioni, non so se posso chiamarle proprio recensioni in realtà, perché sono abbastanza informali: sono uscite, tranne alcune eccezioni, sul sito I libri di Mompracem. E i libri che ho recensito, alcuni mi sono piaciuti molto, altri meno, ma c’è sempre un modo per dir bene di un’opera omettendo quello che ci sarebbe da dir di male… però i libri che proprio non ho digerito, quelli non li ho recensiti. C’è giusto una gentile signora che ho incontrato al salone del libro di Torino e che mi aspettavo mi facesse notare con garbo che non avevo scritto una riga sul suo romanzo storico…
Basta coi preamboli, allora, e veniamo al dunque. Il libro più bello? Ne ho almeno cinque. Uno è Satantango, di László Krasznahorkai, un autore ungherese davvero straordinario, ed è un bellissimo romanzo: ambientato in uno sperduto villaggio della campagna ungherese, dove tutti si consumano nell’attesa del ritorno di un certo Irimiás, al quale attribuiscono la capacità di redimere le loro vite, grazie anche al fatto che prima che sparisse dalla circolazione gli avevano affidato tutti i loro risparmi. Molto bello, visionario, pittoresco, ma non all’altezza, secondo me, di Melancolia della resistenza e di Guerra e guerra, che ho letto precedentemente.
Un altro romanzo che mi ha colpito molto è Cronorifugio, di Georgi Gospodinov, imperniato sulla figura di Gaustin, un viaggiatore del tempo, che ha in mente un grande progetto: una clinica del tempo, dove ricostruire ambienti del passato per alleviare il disagio delle persone anziane. Il progetto però gli sfugge di mano: nessuno vuole più vivere nel presente e interi stati e nazioni si rifugiano in epoche più o meno lontane, gli anni del comunismo o gli anni ’20 del Novecento, ma anche i primi anni 2000, persino i tragici anni ’40. Un romanzo paradossale ma non tanto, ricco di spunti di riflessione.
Il più grande spettacolo del mondo, di Dan Robertson, la vicenda epica di un bambino di nove anni che con la sorellina e un carretto si avventura per le strade di Cleveland allo scopo di andare a far visita a un amico che si è trasferito in un quartiere lontano: lungo il percorso si succedono avventure di ogni genere, compreso un tremendo incendio nel corso del quale il piccolo Morris e sua sorella riusciranno a dimostrare il proprio coraggio e altruismo.
Ragazza, donna, altro, di Bernardine Evaristo, è un romanzo corale, che dà voce a dodici donne, legate in qualche modo tra di loro: alcune sono lesbiche, altre etero, alcune sono sposate, altre divorziate o single, e nel loro insieme costituiscono una rappresentazione molto convincente dell’essere, appunto, ragazza, donna o altro.
Infine c’è Crossroads, l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen. Amo molto questo autore, che pure alcuni non apprezzano: trovo che abbia uno straordinario acume e che sappia approfondire come pochi la psicologia dei suoi personaggi. Crossroads è la storia di una famiglia, di una comunità religiosa, di un gruppo giovanile all’interno di questa comunità, e dei vari elementi che la compongono nelle loro relazioni reciproche e nel loro travaglio interiore. Franzen non è Roth e nemmeno McEwan, ma è un ottimo scrittore, e spesso quelli che lo criticano accusandolo di banalità non valgono neanche un’unghia del suo dito mignolo.
Siccome questo post è già abbastanza lungo, rimando ad altra occasione la carrellata sugli autori italiani!




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