La punteggiatura, nella lingua italiana scritta, non segue regole strettissime. Salvo alcuni capisaldi da non ignorare, ciascuno è libero di usare i segni di interpunzione come meglio crede. C’è chi cosparge il testo di virgole, chi le usa con grande parsimonia, chi suddivide il testo in segmenti scanditi da virgola, due punti, punto e virgola, chi infila un treno di parole lungo dieci righe senza neanche un minimo segno che dica, via, riprendi un attimo il fiato. C’è chi ama usare i trattini, chi i trattini proprio non li può vedere, chi abbonda in parentesi, chi le parentesi non sa nemmeno cosa siano. E il punto, il cosiddetto punto fermo? Qualcuno ne ha una scorta limitatissima e ne sacrifica uno solo in casi eccezionali, qualcun altro si diverte a mettere un punto dopo ogni parola quando gli pare che ci sia da rimarcare bene un concetto. Quanto ai puntini di sospensione, agli esclamativi e agli interrogativi, la regola ci sarebbe: non più di tre per volta. Ma ci sono persone che ne infilzano una serie senza farsi troppo scrupolo.

Tutto questo per dire che quando tu, disgraziato autore di un’opera letteraria, affidi il tuo manoscritto o dattiloscritto o file.doc all’editor, tremi pensando al trattamento che costui riserverà alla punteggiatura. Perché alla fine, se non ha da dir nulla sulla trama e sui personaggi, sul modo in cui fabula e intreccio sono stati organizzati o sul tuo cazzo di lessico, su qualcosa se la deve rifare, questo povero editor, e quel qualcosa è la punteggiatura. Così tu scrivi: indossava un semplice abito nero di forma trapezoidale e lui corregge: indossava un semplice abito nero, di forma trapezoidale. Tu scrivi: lui non ne mangiava, di quella roba e l’editor corregge: lui non ne mangiava di quella roba. Tu scrivi: la strada che aveva imboccato lo avrebbe condotto alla rovina e lui corregge: la strada, che aveva imboccato, lo avrebbe condotto alla rovina.

Così tu aggiungi un commento all’editing chiedendo che nella tale frase, pagina x rigo y, sia ripristinata la virgola che avevi messo in quel punto o sia tolta quella che altri hanno aggiunto dove tu non l’avevi prevista. E ci puoi giurare che al prossimo giro di bozze la virgola che non volevi sarà ancora al suo posto e quella che invece desideravi sarà stata espunta senza pietà. Il gioco potrebbe andare avanti all’infinito, poiché dopotutto sei tu che devi dare il “visto si stampi”, ma poi ti dici, starò a dar battaglia per una virgola,  (ma poi ti dici: “Starò a dar battaglia per una virgola?”) e scendi a un compromesso: ti accontenti di averla vinta nei casi che ti stanno veramente a cuore e accetti la versione dell’editor in altri.

Chi ha ragione in questi casi? Qual è la punteggiatura giusta? Nessuna, in realtà. È una questione di orecchio, di ritmo del testo, della musica che l’autore ha in testa e cui vuole dar forma. Ognuno di noi ha una sorta di ritmo nelle orecchie, una cadenza, una velocità. La punteggiatura è il ritmo del nostro passo, il battito del nostro cuore. Lo scrittore, è lui che ha scritto il libro. Oltre a inventarsi una storia, a far nascere dei personaggi, a usare un certo registro e un certo lessico, è lui che sa qual è il ritmo da dare a quella storia. Va di corsa? A passo lento? Ha un andamento cadenzato o saltellante? La punteggiatura non è un ornamento, è il respiro del testo, perciò, caro editor, lascia che l’autore usi le virgole così come le sente. Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola.

P.S.: Questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale.

4 risposte a “Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola. by Marisa Salabelle”

  1. Il tuo redattore-di-fantasia è un po’ strano, diciamo così. Forse è inesperto, uno alle prime armi, altrimenti sicuramente saprebbe che cosa hanno detto a proposito delle virgole Flaubert e Wilde 😉

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    1. O le virgole un spagnolo (he) E in Catalano? Saludos Juan

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  2. Menomale che in fondo al racconto c’è la salvezza
    ” PS”, perché avrei diffeso senza battere ciglio al mal o ( ben) capitato, difensore di punti, virgole, ecc. Le sue, però.
    Ritengo, umilmente parlando, che sono proprio loro a dar senso alla storia, racconto, poesia o qualsiasi esso sia.
    Sono essi, a comandare sul ritmo di lettura e modo, quasi pentagramma, al son di acuti e gravi; senza dimenticare l’attese, corollando la fine, delicata o tempestosa che sia.
    Buon fine settimana!
    Frida.🌷

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