DI MARISA SALABELLE
La mamma è morta durante la finale dei Mondiali. Quelli dell’82, con Paolo Rossi, con Cabrini e Tardelli che non distinguevo l’uno dall’altro, con Sandro Pertini che gioca a carte e l’urlo famoso “Campioni del mondo” ripetuto tre volte da Nando Martellini. Io avevo 14 anni e non ero appassionata di calcio, così, mentre mio padre e i miei fratelli guardavano la partita me ne stavo nella camera dei miei genitori, dove la mamma agonizzava sul letto matrimoniale. Il cancro l’aveva mangiata viva, o forse erano state le cure, quella chemio che l’aveva fatta vomitare per mesi e l’aveva privata di ogni energia. Da almeno due giorni era priva di conoscenza, adagiata nella sua metà del lettone, l’ago della flebo infilato nel dorso della mano sinistra, credo che le somministrassero della soluzione fisiologica, non so. Io mi ero sdraiata nella parte del letto rimasta libera, sfogliavo un giornalino e cercavo di non far caso a quel suo terribile respiro. Il respiro, quel sibilo che emetteva, l’alternarsi di inspirazioni rumorose e fievoli, pause interminabili, riprese, tutto questo mi accompagnava da giorni, sia che fossi nella stanza con lei, sia che fossi in un’altra stanza, sia che fossi fuori: anche nei rari momenti in cui non ero in casa, uscivo poco, in quei giorni, non potevo non pensare a lei che respirava e al suono del suo rantolo. Avrei voluto essere mille miglia lontano e non sentirlo mai più, ma dovunque fossi l’avevo nelle orecchie, quindi tanto valeva rimanere nella stanza dove lei respirava, ancora per poco, speravo. Non che volessi che la mamma morisse, eh. Solo che non ce la facevo più a sopportare la sua vita.
Dal salotto mi arrivavano la voce della telecronaca, i rumori di fondo dello stadio Santiago Bernabéu, i commenti e gli incitamenti da parte di mio padre e dei miei fratelli, completamente assorbiti dalla partita e temporaneamente ignari di ciò che stava accadendo nella stanza accanto. Di tanto in tanto, quando sentivo urla più forti del normale, mi affacciavo alla porta del salotto, non tanto perché fossi interessata a quello che avveniva sul campo da calcio, quanto per uscire un momento dall’atmosfera soffocante della camera, da quell’aria ferma, da quell’odore di corpo malato misto a medicine e disinfettante.
Erano passate da poco le 21 quando sentii delle urla provenienti dal salotto. Lasciai per un momento la mamma, ignara di tutto, impegnata a trarre i suoi ultimi respiri, e mi affacciai alla porta a vetri. Tardelli aveva fatto goal al ventiquattresimo del secondo tempo e correva per il campo esultando, Tardelli era di certo un ottimo calciatore nonché un gran bel ragazzo, pensavo io, che però facevo fatica a distinguerlo da Cabrini, se non che forse Cabrini era ancora più bello. Ferma sulla soglia guardavo ipnotizzata lo schermo: sul divano mio padre e i miei fratelli si univano all’esultanza del calciatore che aveva realizzato quel bellissimo goal, a quella degli altri giocatori della Nazionale, del cronista Nando Martellini, del presidente della Repubblica Sandro Pertini, del pubblico presente allo stadio Santiago Bernabéu e di tutti i tifosi italiani sparsi nelle case del popolo, nei bar e nei circoli, nelle abitazioni private, nei luoghi di vacanza, negli ospedali e nelle case di cura. Sul tavolino basso davanti al divano un paio di posacenere stracolmi, alcune bottiglie di birra, bucce di semi di zucca; nell’aria un odore di chiuso e di fumo, diverso dall’odore che ristagnava in camera della mamma ma non meno nauseante. Una parte della mia coscienza era assorbita da quanto avveniva sul teleschermo, ma un’altra parte, vigile, stava di là con la mamma, ne percepiva il respiro. Quello che mi meravigliava era il fatto che mio padre e i miei fratelli, al contrario, parevano essersi completamente dimenticati di ciò che si stava compiendo nella stanza accanto. Tornai in camera: il respiro si era fatto più rumoroso e irregolare, procedeva a strappi, raschiando e sibilando. Rimasi in piedi accanto al letto, sfiorai la mano della mamma, scrutai il suo viso che già cominciava a diventare grigiastro. Era una mia impressione, o il naso sporgeva affilato e la bocca tendeva a rimanere semiaperta? Era la prima volta che vedevo qualcuno morire e improvvisamente cominciai a battere i denti, sebbene facesse un gran caldo.
«Babbo!» urlai più forte della televisione. «Babbo, vieni subito!»
«Cosa c’è» fece il babbo entrando in camera, ancora preso dall’andamento della partita e restio a tornare alla realtà. Ma non appena vide le condizioni della mamma ammutolì.
«Vai a chiamare i ragazzi» mi disse.
Così ci perdemmo il goal di Altobelli all’ottantunesimo, gli ultimi minuti dell’incontro, il fischio finale e la triplice proclamazione fatta da Nando Martellini. Rimasta sola, in salotto, la televisione continuava a strepitare e quel grido ripetuto «Campioni d’Italia! Campioni d’Italia! Campioni d’Italia!», più volte replicato e riproposto nei giorni e nelle settimane seguenti, come del resto l’urlo di Tardelli al goal del 2 a 0, ci penetrò nelle orecchie commentando a suo modo la dipartita di nostra madre. Al punto che ancora adesso non posso rivedere le immagini del mondiale, la corsa di Tardelli, la consegna della coppa a Dino Zoff, il presidente Pertini che esulta, in piedi nella tribuna d’onore, il presidente Pertini che gioca a scopone coi giornalisti sull’aereo, senza rivivere quei momenti, l’ora in cui mia madre morì.





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