I libri del 2022 sono 112, in leggero calo rispetto ai 120 del 2021 e ai 122 del 2020. 27 saggi contro 85 opere di narrativa, tra le quali 12 gialli. Neanche un libro di poesia. Le case editrici maggiormente frequentate sono state Einaudi, con oltre 20 titoli, Arkadia, Adelphi, Iperborea, Marsilio e moltissime altre, alcune delle quali rappresentate da un solo titolo. La ragione di certe preferenze è abbastanza chiara: di Einaudi leggo soprattutto saggi storici, di cui mi rifornisce il mio personale spacciatore. Arkadia è la mia casa editrice, ci pubblicano diversi amici miei, qualche libro lo compro, altri mi arrivano in regalo. Adelphi è Adelphi, comunque la frequento più che altro per Simenon. Iperborea mi piace perché pubblica gli autori nordici, che sono spesso molto interessanti, e di Marsilio amo i gialli. Sono completamente assenti dalle mie letture di quest’anno grosse case editrici come Mondadori, Piemme, Rizzoli, di Garzanti ho un solo titolo, di Bompiani due o tre. Sono presenti invece Exorma, Nutrimenti, Keller. Quasi la metà degli autori che ho letto sono italiani; circa un terzo le autrici rispetto agli autori. E la mole dei testi? Per la maggior parte, tra le duecento e le trecento pagine, la lunghezza standard, ma non mancano libretti più esili, anche se rari: ho una predilezione per i mattoni. E nemmeno quest’anno me li sono fatti mancare: dalle quasi 1000 pagine di Stalingrado di Vasilij Grossman, dei Diari di Sylvia Plath e delle Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi, alle 4-500 di certi gialli o di certe opere storiche. Diversi dei libri che ho letto li ho recensiti per Masticadores o per I libri di Mompracem; qui mi limiterò solo a qualche cenno.
Se in un anno hai letto 112 libri, non è facile individuare a colpo sicuro “il libro dell’anno”. Ne ho alcuni che si contendono la palma: vediamo.
Stalingrado, di Vasilij Grossman. È, se vogliamo, il prequel di Vita e destino, un’opera straordinaria che ho letto circa dieci anni fa e che, se avessi altre due o tre vite a disposizione, rileggerei sicuramente. Vita e destino parla dell’Unione sovietica e dei Paesi dell’Est Europa negli anni della guerra fredda: Stalingrado, invece, parla degli anni della guerra, con le tragiche vicende sui vari fronti di combattimento e le storie di numerosi personaggi e delle loro famiglie. Un’opera monumentale, di grande interesse per la ricostruzione storica e avvincente per la capacità che ha di coinvolgere il lettore in tante storie individuali e familiari. Senz’altro uno dei più bei libri che ho letto nel 2022.
Un altro è Ferrovie del Messico, di Gian Marco Griffi, anche questo ambientato durante la Seconda guerra mondiale, in Italia, però, nonostante il titolo. Un romanzo fiume, pieno di affluenti e di ramificazioni, affabulatorio, ironico, divertente. Davvero una grande sorpresa, che a dispetto della non grande notorietà dell’autore e delle piccole dimensioni della casa editrice Laurana, è riuscito a diventare un caso editoriale.
Dopo aver letto la biografia di Sylvia Plath di Antonella Grandicelli, mi sono letta i Diari della poetessa, che mi hanno tenuto compagnia per una quindicina di giorni e mi hanno permesso di entrare in intimità con questa grande e sensibile donna. Non mi sono avvicinata se non in modo estremamente episodico alla sua opera poetica, perché non sono, purtroppo, una buona lettrice di poesia, ma intendo rimediare.
Scorrendo il foglio excel sul quale prendo nota delle mie letture, ritrovo i titoli che ho maggiormente apprezzato. Venezia, il leone, la città e l’acqua, di Cees Nooteboom: racconto di viaggio, ricostruzione storica, rassegna di meravigliose opere d’arte, il libro di Nooteboom è tutto questo, con una narrazione assolutamente piacevole e coinvolgente. L’anima delle città, di Jan Brokken: anche in questo caso un autore di grande cultura che racconta a modo suo le città in cui ha viaggiato. C’è anche Cagliari, tra le città che hanno un’anima, ed è stata una ragione di più per amare questo libro. Ai libri di viaggi mi sono avvicinata negli ultimi anni, e a i due citati sopra devo aggiungere Viaggio al Nord, di Karel Capek, La vita in alto, di Erika Fatland, che narra di un territorio che per molti versi mi affascina, il Tibet, e A margine dei meridiani, del grande Simenon.
È stato ripubblicato Guerra d’infanzia e di Spagna, di Fabrizia Ramondino, uscito per la prima volta nel 2001: un memoir dell’infanzia libera e quasi selvaggia che l’autrice, figlia di un diplomatico, ha trascorso in una meravigliosa villa a Palma di Maiorca, tra piante e animali, in una natura lussureggiante. Un altro libro che mi ha appassionata è stato Tomas Nevinson, di Javier Marias. Amo molto questo autore, scomparso pochi mesi fa, mi piacciono il suo stile introspettivo, la lentezza della sua narrazione, l’originalità delle tematiche che affronta.
Ho letto molti italiani, quest’anno, alcuni sono miei amici o conoscenti, autori che apprezzo e dei quali aspetto con ansia ogni nuova uscita: sono Paolo Ciampi, Marino Magliani, Ezio Sinigaglia, Claudio Morandini, Rosario Palazzolo, Paolo Casadio, Paolo Miorandi, Emanuele Pettener, Massimiliano Scudeletti, Mauro Baldrati. Non sono famosissimi, non sfornano best seller, ma la qualità delle loro opere supera quella di tanti tomi da hit parade esposti nelle librerie in posizione centrale. Mi rendo conto che ho nominato solo uomini, quindi cerco di bilanciare, ricordando Winday di Daniela Stallo, un’autrice di grande qualità. Winday è un giallo; parla di Taranto, del Giovedì Santo, di Maigret. Un’altra scrittrice di talento è Veronica Galletta, che nel suo Nina sull’argine propone una singolare figura di ingegnera edile alle prese con la costruzione di un argine, per l’appunto.
Le donne le ho apprezzate moltissimo nella saggistica: Linda Scott e Lila Giugni che hanno affrontato tematiche femminili rispettivamente in Economia doppia x e La rete non ci salverà; Silvana Patriarca, che con Il colore della Repubblica ha affrontato il tema dei figli “meticci” degli italiani in Africa e del loro difficile destino; Monica Galfré, con Il figlio terrorista, che traccia un interessante e non convenzionale quadro del terrorismo italiano, del pentitismo degli anni ’80, del rapporto tra generazioni; Benedetta Tobagi, che ne La Resistenza delle donne racconta sotto diversi punti di vista l’apporto dato dalle donne alla Resistenza, un contributo sottovalutato e quasi nascosto; Sara Reginella, che con Donbass la guerra fantasma ci aiuta a capire che cosa è successo nell’Ucraina russofona tra il 2014 e il 2022.
Ci sarebbero altre cose da dire, altri libri e autori da citare, ma questo diventerebbe un articolo fiume, perciò concludo nominando le opere che non mi hanno convinta. I rondoni, di Fernando Aramburu, di cui ho amato molto lo straordinario Patria. I rondoni, il diario di un uomo che ha deciso di suicidarsi allo scadere di un anno, l’ho dovuto abbandonare, tanto l’ho trovato noioso. Funerale dopo Ustica, di Loriano Machiavelli, che mi aspettavo parlasse del mistero dell’aereo precipitato in mare nel giugno 1980 e che invece si è rivelato essere un gigantesco polpettone che non è riuscito ad appassionarmi nemmeno un po’, sebbene l’abbia portato avanti fino alla fine con lodevole impegno. London voodoo, di Orso Tosco, per me illeggibile. Olivia Denaro, la storia di Franca Viola un po’ rimaneggiata in salsa dolciastra. Ci sarebbero anche alcune altre cose che non mi sono piaciute, ma non le rivelo per ragioni di opportunità…





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