Il Monaco nero, titolo dal sapore vagamente lugubre, sembra annunciare toni cupi e malinconici. In realtà si tratta di un racconto in cui Cechov rivela, con il suo stile particolare (spesso definito a torto asettico), la convinzione di essere un uomo soggetto a crisi di sfiducia verso le proprie capacità letterarie e a momenti di certezza sul proprio essere diverso dagli altri (forse migliore?). Diverso certamente perché questo scrittore non ha mai ritenuto di poter occupare il piedistallo di colui che sa e crede di poter dare la risposta ai mali dell’uomo.

Immaginiamo questi suoi pensieri osservando i personaggi del racconto che vivono un’esistenza apparentemente semplice, quasi ingenua, privi della capacità di esprimere considerazioni assolute e trancianti, però dotati di risvolti psicologici.

I loro caratteri (che Cechov ha la maestria di svelare lentamente e con estrema abilità) costituiscono l’humus ideale per l’apparizione del Monaco nero, che altro non è che un dialogare di Kòvrin con se stesso, dimentico degli altri, rivelando a noi (ma a se stesso solo alla fine del racconto) le sue aspirazioni, le sue paure, i suoi dubbi. L’essenza del Monaco, il suo apparire e sparire improvvisi, gli argomenti dei suoi discorsi, evidenziano la contraddizione vissuta dall’essere umano tra l’apparire e l’essere, tra la volontà individuale e il vivere sociale.

Seppur creatura partorita dalla mente del protagonista che tiene il fil rouge del racconto, vive con il concorso degli altri personaggi.

Kòvrin è malato di nervi per l’eccessivo lavoro e dorme così poco che tutti ne sono sbalorditi; la giovane Tànja (innamorata di Kòvrin) è molto nervosa, parla molto, ama discutere e accompagna ogni frase con una mimica aggressiva ; Egòr Semënič, (padre di Tànja) è un uomo inquieto, che si affretta sempre verso qualche luogo con l’espressione di chi teme che ritardando anche di un solo minuto, tutto debba andare in rovina.

Se Egòr e Tànja hanno il loro modo di vivere, si attengono alle loro convinzioni e si comportano di conseguenza, Kòvrin, inizialmente ritenuto dal padre e dalla figlia una intelligenza superiore, viene da entrambi ridotto alla normalità: si piega e si uniforma ai loro desideri, sposando la giovane, come suggeritogli dal padre della ragazza. Questa sua debolezza, questo suo tenere molto al giudizio degli altri risulta evidente fin quasi dall’inizio del racconto. Dopo la prima apparizione del Monaco, Kòvrin – narra Cechov – “aveva un gran desiderio di raccontare tutto a Tànja e a Egòr ma rifletté che essi probabilmente avrebbero considerato le sue parole come un delirio e ciò lo spaventò”.

La vita, ci dice Cechov, è più tenace di qualunque volontà dell’individuo e ha come fortissimo componente il desiderio di essere come gli altri, accolto dagli altri, accondiscendente alle regole e ai comportamenti che normano il sociale. Tutti i comportamenti non previsti da queste regole sono classificati come anormali.

La vita – sembra dire ancora Cechov, narrandoci di Kòvrin che in punto di morte invoca Tànja e la bellezza di tutto ciò lo ha circondato – è fatta di questa inevitabile mistura: desiderio del bello, desiderio della propria individualità, conflittualità tra gli altri e il proprio Ego, morte dell’Ego quando, inevitabilmente si cede alla normalità.

Cechov non condanna, né esprime considerazioni morali. Soltanto amara constatazione.

3 risposte a “Cechov – Una lezione di vita by Marcello Comitini”

  1. Reblogueó esto en marcellocomitiniy comentado:
    Ringrazio ancora una volta e molto volentieri la gentile attenzione che Juan re Crivello riserva al mio pensiero, in qualunque forma – poesia, critica, racconto – si esprima. È un privilegio di cui sono infinitamente grato a Juan, che mi dimostra d’aver ben compreso il mio carattere molto riservato.

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    1. Sei molto bravo! Masticadores representa todas nuestras características como escritores/ras, de allí su fuerza como revista digital Un abrazo Juan

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  2. Just right point,you have put up,dear Marcello!!🌹✍️🌹

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