Anna e Massimiliano sono seduti su uno scalino, sulla soglia della casa di campagna. Davanti a loro, sull’aia lastricata, giocano i loro due figli. Maschio e femmina: sette anni lui, piccoletto per la sua età e piuttosto grassottello; esile e graziosa la bimba che non ha ancora compiuto tre anni e sta cercando di far muovere un trattore di plastica, rosso e giallo, sul quale è arroccata. Il trattore ha i pedali, ma la piccola non ha ancora imparato a usarli: punta i piedi per terra e si spinge avanti con movimenti bruschi del bacino, ma non riesce a spostarsi di un millimetro. Anna e Massimiliano la guardano e si scambiano un sorriso intenerito.

“Pedala, amore, pedala”

“Metti i piedini sui pedali, così. Ecco, ora pigia. No, non tutt’e due insieme. Devi spingere con un piede alla volta”.

Massimiliano si alza, si avvicina alla bambina e le sistema i piedi sui pedali, poi, tenendoli con le mani, asseconda il movimento: prima un piede , poi l’altro.

“Ecco, brava, così. Ora continua da te”.

Abbandonata a se stessa, la bimba poggia i piedi per terra e ricomincia a spingersi in avanti col busto. Massimiliano scuote la testa e torna a sedersi sullo scalino, accanto ad Anna. Dopo la separazione, loro due sono rimasti buoni amici: per via dei bambini hanno dovuto tenersi in contatto e lui, all’inizio, si sentiva piuttosto in imbarazzo. Aveva paura che Anna gli serbasse rancore, che lo trattasse con asprezza. Dopotutto, la colpa è stata mia, se proprio vogliamo parlare di colpa, pensa. E’ stato proprio un colpo basso, ammettiamolo. La bambina, che era appena nata, Anna che allattava, il grande, geloso, che voleva tutte le attenzioni, e lui! Lui, proprio non ce l’aveva fatta. Perché poi, hanno un bel dire, tutti quanti: usa il cervello, sta’ coi piedi per terra, pensa a quel che fai. Bei consigli: solo frasi fatte, banali, che non c’è neanche bisogno di pensarle, stanno lì, bell’e pronte per l’uso. Uno basta che apra bocca, ed ecco qua un bel repertorio di frasi già confezionate. Ma che ne sapevano, loro, di quello che gli era successo: genitori, suoceri, cognati, amici. Come poteva spiegarlo, se non lo sapeva nemmeno lui. All’inizio era stata solo noia, insofferenza. Le bizze del grande, il pianto della neonata, e quell’odore che lo prendeva alla gola ogni volta che entrava in casa. Odore rancido, nauseante, di latte e pannolini. Anna, poi, era sempre stanca, sempre nervosa. Massimiliano cercava di stare fuori il più a lungo possibile. Fuori i profumi erano diversi, l’aria era più respirabile. Fuori c’era Lucia. Lucia non aveva i capelli spettinati, gli occhi cerchiati e quell’aria da fine del mondo imminente. Non gli metteva un fagotto urlante in mano non appena varcava la soglia di casa. Lucia aveva sempre tempo per un caffè e due chiacchiere, era sempre di buon umore, non aveva mai nulla da rimproverargli.

La cosa peggiore era stato dirlo ad Anna. Aveva sgranato due occhi e la faccia, chissà come, le era diventata improvvisamente piccola come una noce. Ma tutto sommato aveva reagito bene. Gran donna, Anna, niente da dire su questo. Si era tirata su le maniche ed era andata avanti. Lui si era preso la sua parte di responsabilità, naturalmente. Siamo persone civili, che diamine! Ora, da un annetto, anche lei ha trovato un compagno: sembra felice, e Massimiliano a sua volta è felice per lei, perché se lo merita.

“Come sta Sandro?”

“Bene. Lavora tanto, in questo periodo, non è mai in casa. Ma sono contenta perché so che è soddisfatto.”

“Ah”, fa lui. “Bene, bene.”

Ma qualcosa lo disturba. Com’è che Anna non si lamenta degli impegni di Sandro? Quando a lui, ai tempi, gli faceva pesare ogni minuto che trascorreva fuori casa. E con Lucia è la stessa solfa, tra l’altro. Sembra che queste donne si mettano d’accordo per dannare la vita ai mariti. Glielo rinfaccia in continuazione, di essere poco presente, di non starle vicino, di non amarla più come i primi tempi. Sembra di sentire Anna, ai tempi, parola.

“E Lucia?”, gli chiede lei, giusto a proposito.

“Ah, Lucia sta benone. Un po’ stanca, forse. Sai, con quei due diavoletti il daffare non le manca…”

Lucia infatti non ha perso tempo e gli ha sfornato uno dietro l’altro due bambinucci nuovi di zecca. Il grande ha appena iniziato a muovere i primi passi, il piccolo, nato a distanza di undici mesi, strilla con impegno per gran parte del giorno e della notte. La casa è nel caos, Lucia ha due occhiaie che te le raccomando, è sempre di pessimo umore, e su tutto trionfa il noto odore nauseante di latte e pannolini. Chiaro che in questa situazione Massimiliano si sente soffocare, sente un nodo alla gola, i crampi allo stomaco e comincia a pensare di aver sbagliato tutto.

“Sai”, prende a dire con apparente illogicità, “ti sembrerà strano, ma ogni tanto mi vengono in mente quelle serie crime che vedevamo la sera… CSI Las Vegas, col mitico Grissom, e Sarah Sidle… e la sigla degli Who, fantastica!”

“A me piaceva Criminal minds, adoravo Reid, ma anche Penelope era forte…”

“È uscita una nuova stagione, CSI: Vegas, sono tornati Grissom e Sidle, e la sigla è la stessa…”

“Come ha potuto sfuggirmi? Devo vederla a tutti i costi!”

“Penso che la troverai su Sky on demand… ce l’avete?”

“Sì, certo. Stasera la cerco.”

“Ti dispiace se vado in cucina a prendere un bicchier d’acqua?”

Massimiliano si sente inquieto, stasera. Entra nella fresca penombra della casa e scende gli scalini che portano in cucina. Si guarda intorno: ha trascorso in questa casa gran parte delle vacanze estive e invernali, ma prova ancora una certa soggezione nei suoi confronti. Queste stanze grandi, oscure, dove ogni oggetto occupa da sempre, o almeno da quando lui ne ha memoria, lo stesso posto. Quel cassettone, per esempio, che emerge a poco a poco dal grigio uniforme dell’ingresso, l’attaccapanni in ferro battuto ingombro di capi coperti di polvere, una poltroncina di vimini tutta rovinata, erano già lì fin dalla prima volta che ha varcato quella soglia. Se ne ricorda ancora benissimo: c’era una festa, e lui era stato invitato. Lui, che certo non apparteneva alla stessa razza di proprietari di case in campagna e palazzi in città di cui facevano parte Anna e tutti i suoi amici. Lui, nato e cresciuto in un appartamento di tre stanze bagno e cucina, in un’anonima strada di periferia. Mai avrebbe immaginato di essere ammesso a un ritrovo della meglio gioventù cittadina… e invece, a dispetto di tutto, Anna si era innamorata di lui, l’aveva trascinato a quella festa, dove lui era certo che si sarebbe trovato a disagio. E invece – guarda – quella poi era diventata un po’ casa sua, dove aveva dormito con Anna su un austero lettone dalla testata di legno, dove aveva picchiato tante di quelle zuccate, nel momento culminante. Dove aveva mangiato, colazione pranzo e cena, al tavolo di legno della grande cucina seminterrata; dove aveva acceso il camino, dove era rimasto a sonnecchiare sulla sdraio sull’aia, nei pomeriggi estivi, mentre Anna e i bambini riposavano. Improvvisamente gli torna in mente un ricordo, di quando lui e Anna erano fidanzati: una volta che si erano spinti nella parte della casa che non veniva utilizzata e dove i termosifoni erano tenuti spenti, l’ala fredda, la chiamavano. Era un fine settimana d’inverno, l’ingombrante famiglia di Anna aveva deciso di passare qualche giorno in campagna e lui era venuto a rimorchio. Mentre tutti se ne stavano in cucina a mangiare castagne arrostite nel camino, loro due si erano spinti in esplorazione, le stanze, una dentro l’altra, non finivano più, a un certo punto si erano ritrovati in una camera dove c’era un letto di ferro col materasso bitorzoluto. Si erano seduti, a lui era venuto subito duro e non voleva che lei se ne accorgesse… non avevano ancora fatto nulla, a parte qualche bacio, e non voleva far la figura di quello arrapato. Era stata lei a guidare le danze, e ancora adesso, ripensando a quella manina affusolata che gli aveva afferrato l’uccello… guarda, gli veniva duro anche ora.

“Massimiliano, ti sei perso?”

“Eccomi”, fa lui, cercando di ricomporsi, e che la sua ex non si accorga che ce l’ha ritto.

“Sai”, le dice, “è buffo, ma la cosa più difficile è stato abituarmi alle sue mani.”

“In che senso, le mani.”

“Quando mi sono messo con Lucia, spesso ci tenevamo per mano, ecco, io mi sentivo a disagio e non sapevo perché. Poi finalmente ho capito: lei ha delle mani grandi, forti, un po’ tozze. Le tue mani invece sono così piccole…”

Anna lo guarda e si vede benissimo che non sa cosa rispondergli. Ma lui continua, imperterrito.

“Del resto, non si tratta solo delle mani. Anche i capelli. I suoi sono grossi, folti, ricci. Tu hai dei capelli così sottili!”

Anna lo guarda: la sua faccia è calma, solo un po’ meravigliata. Che riposo gli pare debba esserci in quel viso, e che brutta sensazione di estraneità è quella che sente in questo momento! Strano come Anna sia ora un’estranea per lui, Anna che ha fatto parte della sua vita fin dall’adolescenza. E strano come proprio oggi a lui sembri insopportabile questa estraneità. Certo, loro si vedono ancora, passano qualche ora insieme di tanto in tanto, parlano dei figli, delle vacanze, delle serie crime di cui sono appassionati… ma non sono più niente l’uno per l’altra. È ovvio, prova a dirsi Massimiliano, te ne sei accorto ora?

“Dimmi di te”, si rivolge a Anna. “Tutto bene con Sandro?”

“Benissimo, te l’ho detto.”

Lo guarda senza timore, il suo viso sereno non mostra alcun turbamento.

“Sei felice, dunque? Mi fa piacere, davvero. Te lo meriti, sei una ragazza in gamba. E dimmi: come passate il tempo, cosa fate la sera?”

“Niente di speciale, sai, le solite cose. Stiamo molto in casa, coi bambini. A volte, quando loro sono a letto, accendiamo la televisione. Abbiamo fatto l’abbonamento a Netflix, ci son tante di quelle serie…”

2 risposte a “Crime series Di Marisa Salabelle”

  1. In realtà è un racconto malinconico e triste, perché ci riflette quello che capita – probabilmente – a tutti noi: la relazione d’amore piano piano si modifica, e subentra la quotidianità.

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