Parte II (Parte I)

L’inverno è lungo in campagna, le giornate finiscono presto, c’è la nebbia, c’è la pioggia o la neve: la gente si rintana in casa, accende il camino, arrostisce le castagne, guarda la televisione. La Volpe, nessuno la vide più a giro e piano piano ci si scordò della sua gravidanza, vera o presunta che fosse. Lei restava in casa, sola come sempre: suo fratello, durante i mesi in cui in campagna c’era poco da fare, se ne andava tutte le mattine in città, a dare una mano a un cugino che aveva la bottega di falegname e tornava a casa la sera tardi. Lei spazzava, passava in terra lo straccio, lavava le camicie e i calzini nel bozzino dietro casa, che non era più stagione di andare al lavatoio, e li metteva ad asciugare sopra la stufa, dove prendevano quel certo odore di fumo. Rammendava, attaccava i bottoni e intanto andava tastandosi il ventre, al cui interno qualcosa di vivo sgambettava. All’inizio non ci aveva voluto credere, le pareva impossibile, una cosa contro natura: la natura avrebbe dovuto pensarci,  impedire un concepimento che andava contro tutte le regole, espellere il mostro con una reazione spontanea. Invece niente, la natura se n’era fregata, così la creatura non solo era stata concepita, ma insisteva a rimanere al suo posto, e la Volpe si era dovuta arrendere all’evidenza, dopo aver saltato tre o quattro cicli, dopo aver provato le nausee mattutine e il mal di vita e vedendo la pancia che si gonfiava e sentendo quel qualcosa che si agitava dentro di lei: dapprima erano stati appena dei colpetti di coda come di un pesciolino, poi dei colpi via via più forti e decisi, che la facevano sobbalzare e che le dicevano, beffardamente: c’è qualcuno, qui nascosto.

Erano passati già due o tre anni da quando, una notte, Osvaldo le era entrato in camera e dicendole che bisognava che portasse pazienza le si era ficcato nel letto: lei non aveva trovato parole o la volontà di opporsi e così, da quella volta, le visite notturne di suo fratello si erano fatte sempre più frequenti. Lei non usava accorgimenti di sorta, anche perché, per usare degli accorgimenti bisogna conoscerli, e cosa poteva conoscere la Volpe, cresciuta come una creatura selvatica, senza una mamma, senza un’amica o una vicina con cui potersi confidare, e tuttavia, fino a quel momento, l’aveva scampata, così s’era convinta che la natura stessa ha un istinto, si regola da sé. E invece la cosa era successa, quando ormai non se l’aspettava più, e ora non poteva farci niente, era troppo tardi anche per un rimedio, e poi, rimedi lei non ne conosceva, avrebbe dovuto chiedere consiglio a qualcuna, e come poteva. Al fratello non aveva detto niente e non sapeva nemmeno se lui se ne fosse accorto. Ma quel bambino che le cresceva dentro le faceva orrore: figlio di due fratelli, doveva avere il sangue corrotto, doveva avere senz’altro tre braccia o due teste o qualche altra mostruosità, lei se lo sentiva, e non poteva pensare a vederselo nato, ad allevarlo.

Infine venne il tempo del parto; non una parola era stata scambiata sull’argomento tra fratello e sorella. I primi dolori la sorpresero di notte: non erano granché ma bastarono a destarla di soprassalto. Reggendosi il ventre si mise a sedere sul letto; poi, presa dall’ansia, si levò in piedi e mordendosi le labbra per soffocare ogni lamento se ne andò in cucina, determinata ad aspettare il mattino senza dire una parola, e menomale che Osvaldo aveva il sonno pesante e non si accorse di nulla. Alzatosi alla solit’ora, notò nella sorella qualcosa di strano, il pallore del volto, il respiro affannoso, perle di sudore sopra il labbro superiore, ma aveva furia di uscire, doveva andare in città per certe pratiche e non voleva far tardi, così fece colazione alla svelta, le lanciò un’occhiata di traverso e se ne uscì scrollando le spalle e pensando, non sarà nulla.

Rimasta sola, la Volpe non pensò neanche lontanamente di chiamare qualche donna dalle case vicine, ma se n’andò sola sola in mezzo ai campi, camminando freneticamente e fermandosi solo quando il dolore la spezzava in due. Si allontanò di parecchi chilometri, addentrandosi tra gli ulivi e spingendosi fin dentro il bosco, infine trovò una radura e là, mugolando e torcendosi, con gli occhi dilatati dal terrore, partorì una bambinetta. La depose sull’erba e assistita da una forza straordinaria tirò fuori da dentro di sé, con le sue stesse mani, cordone, placenta e ogni altra cosa; poi, affranta, spossata, si sdraiò sull’erba e chiuse gli occhi, respirando affannosamente e tremando per il freddo che improvvisamente l’aveva assalita. Passò così qualche tempo, in una sorta di torpore, le gambe come pezzi di legno, i brividi che la scuotevano senza posa. Finalmente si riscosse, si levò a sedere – la testa le girava – e sollevò da terra la bambina. La girò tra le mani: era untuosa e qua e là sanguinolenta, si lamentava con un belato quasi impercettibile. La guardò da ogni parte per scoprirne le deformità: gli arti erano in numero giusto ma la carne era flaccida, inconsistente, e sulla pelle violacea le sue dita lasciavano chiazze bianche.  La testa, sproporzionata rispetto al corpo, ciondolava; pochi capelli, lunghi e sottili, vi s’appiccicavano e sotto la pelle, proprio in cima al cranio, un incavo si vedeva chiaramente: lo tastò con cautela e si accorse che l’osso mancava. Il torace, gonfio, si alzava ed abbassava affannosamente, le gambe erano rattrappite, i piedi microscopici. La Volpe non aveva mai visto un neonato ma capì subito che questo non avrebbe mai potuto reggersi in piedi, con quella testa spropositata e quelle gambe rachitiche: e per di più c’era quel buco in testa che non faceva presagire nulla di buono. La Volpe chiuse gli occhi per un istante e immaginò la povera demente seduta su una sedia in cucina, con la testa ciondoloni e le gambette pietosamente nascoste sotto una coperta: ne aveva conosciuti, lei, di infelici, ma questa creatura nata per errore sarebbe stata di gran lunga la più miserabile. Più guardava la bambina e più le faceva orrore: e poi, che avrebbe detto alla gente? Mascherare la gravidanza, già era stato difficile, con tutte quelle pettegole che la guardavano con tanto d’occhi, e menomale che era venuto l’inverno e aveva avuto la scusa per non farsi più vedere; ma un figlio, come si fa a nascondere un figlio, che nessuno si accorga nemmeno che esiste? Che avrebbero detto, vedendo quel mostro, e che avrebbe detto suo fratello, che lei non sapeva nemmeno se si fosse accorto del suo stato. C’era solo una cosa  da fare, e bisognava procedere alla svelta: erano mesi che lo sapeva, anche se fino a quel momento aveva sperato che le cose prendessero un’altra piega, che il bambino nascesse morto,  o che lei stessa si ammalasse e morisse, tanto che ci stava a fare al mondo, o che magari Osvaldo fosse presente al parto, in modo che la faccenda sarebbe passata direttamente nelle sue mani.

Si guardò intorno e vide un grosso sasso, proprio a due passi da dove era lei: prese la bambina per le gambe, si avvicinò carponi al sasso e cominciò a sbattercela contro, una volta, due volte, tre, fino a quando il cranio non si fracassò e ne uscirono sangue e una poltiglia grigiastra. Solo allora si calmò e cercò di dominare il respiro e il tremito di tutto il corpo; tentò di alzarsi ma le gambe non la sostennero e allora si mosse ancora carponi, in cerca di un nascondiglio tra le felci del sottobosco. Ficcò quel che rimaneva della creatura in mezzo a un cespuglio, vi ammassò intorno e sopra foglie e sassi, raccolse delle altre foglie per ricoprire le macchie di sangue e fece sparire anche le altre porcherie che si era cavata dal ventre; quando finalmente le parve d’aver finito, cercò un posto tranquillo, lontano da tutto quell’odore di sangue, e si mise a riposare. Dormì pesantemente fino a sera, fu svegliata dal gelo della notte che sopraggiungeva e si levò; camminando piano piano e appoggiandosi di quando in quando a un tronco raggiunse casa sua e si mise a letto.

Il fratello tornò di lì a poco: sorpreso di vederla coricata le chiese se si sentisse male. Le toccò la fronte che scottava, le mise sul letto una coperta in più e le raccomandò di star tranquilla: avrebbe pensato lui a tutto. Voleva che chiamasse una donna ad assisterla? La Volpe scosse la testa, non importa, disse, non è nulla, solo un po’ di febbre, passerà presto, non c’è bisogno di chiamare nessuno. Rimase a letto una settimana, lui le portava i pasti in camera e accostava le persiana affinché si riposasse. Di quello che era successo quel giorno, nessuno dei due parlò mai.

Il corpo mutilato della creatura, mezzo mangiucchiato dalle bestie, fu trovato qualche mese dopo da un cacciatore, il cui cane non la smetteva di abbaiare sopra un cespuglio: la cosa suscitò scalpore, se ne parlò a lungo, a Badia, a Tetti e in tutte le frazioni,  senza riuscire a chiarire il mistero della sua provenienza, ma ci furono alcune, tra le donne della Casaccia, che non si mostrarono eccessivamente sorprese e accolsero la notizia del ritrovamento segnandosi devotamente.

2 risposte a “La Volpe —02 Racconto di Marisa Salabelle”

  1. La mamma ha colpito ancora.

    Zipragazzosemplice

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Scrivi una risposta a La Volpe | marisa salabelle Cancella risposta

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