Quando hanno iniziato a circolare le prime notizie sull’epidemia che imperversava nella città di Wuhan, in Cina, confesso di aver creduto improbabile che noi, in Europa, in Italia, potessimo correre qualche rischio. C’erano stati altri allarmi negli anni precedenti, legati a sindromi virali dai nomi improbabili composti da consonanti maiuscole e numeri, e nulla di particolarmente grave era successo. Anche quando sono stati accertati i primi casi in Italia non mi sono preoccupata: si trattava di eventi sporadici, avevamo l’Istituto Spallanzani, medici esperti se ne sarebbero occupati, l’infezione non avrebbe dilagato. Chiaramente mi sbagliavo di grosso ed è successo quello che sappiamo. Ero e sono tuttora convinta che inizieremo a capire realmente qualcosa solo tra diversi anni, quando riusciremo a guardare alla pandemia con un minimo di prospettiva. Tuttavia fin dall’inizio percepivo, nella mia ignoranza di comune cittadina, che qualcosa stonava in quella che si è soliti chiamare “la narrazione”. Sia chiaro, non intendo mettere in discussione la gravità del morbo: io stessa mi sono ammalata in modo abbastanza serio, e conosco tre persone che ne sono morte. Parlo del modo in cui la situazione è stata gestita e comunicata. Che stiano stati commessi errori non è in discussione; che l’impreparazione, la sorpresa e l’ansia abbiano portato molti a prendere decisioni sbagliate o a dire cose assurde è comprensibile; ma non c’è dubbio che dai vertici dello Stato italiano avremmo potuto aspettarci di più. C’erano infatti protocolli e piani, che sebbene non aggiornati avrebbero potuto guidare le istituzioni a prendere delle decisioni, ma che, come ora sappiamo, non sono stati presi in considerazione. Lockdown, aperture e chiusure, regole, obblighi e deroghe che ci hanno reso la vita difficile per circa due anni sono stati spesso assunti in modo arbitrario e giustificati in termini patetici oltre che menzogneri. Tra tutte le disposizioni odiose, in alcuni casi necessarie, altre volte inutili se non dannose, il Green Pass ha costituito, a detta di molti, un vero e proprio vulnus ai diritti delle persone nel nostro Paese. Le vaccinazioni anticovid, la cui reale utilità ancora non conosciamo a fondo, ci sono state contrabbandate per qualcosa che non erano: si è parlato di immunizzazione, anche se fin da subito si sapeva che il vaccino non avrebbe creato immunità. Si è detto che i vaccinati avrebbero potuto godere di molte libertà perché certi di non ammalarsi e di non far ammalare nessuno, si sono colpevolizzati i non vaccinati quali portatori di contagio, malattia e morte, mentre nel giro di pochi mesi dall’inizio della campagna vaccinale è stato chiaro che persone vaccinate si contagiavano e contagiavano a loro volta altre persone. Si ripiegò allora su un’altra “narrazione”: coloro che erano stati vaccinati avrebbero potuto contrarre la malattia, sì, ma in forma più lieve. Allo stato attuale delle conoscenze, questo sembra essere vero almeno in parte, quando avremo statistiche più esaurienti e precise lo capiremo meglio, tuttavia dalla fine del 2021 in poi molte persone non vaccinate si sono ammalate in forma lieve esattamente come quelle vaccinate, il che induce a pensare, oltre che all’effetto dei vaccini, anche a una minore aggressività del virus nelle varianti che via via si imponevano. In fondo, l’obiettivo del virus non è quello di ammazzare il suo ospite, piuttosto di adattarvisi e di permettere all’ospite di adattarsi a lui. E invece, nel nostro Paese assai più che in altri, si sono imposte regole inutili e vessatorie, si sono calpestati i diritti di molti lavoratori, si sono costretti al vaccino o alla morte sociale molti adolescenti, che, se non vaccinati, non hanno potuto frequentare attività sociali o sportive, non sono potuti andare al cinema o a concerti, sono stati guardati con sospetto quasi fossero moderni untori. Un presidente del consiglio, un uomo considerato unanimemente autorevole, “il migliore” su cui l’Italia potesse contare, ha osato dire in conferenza stampa: «Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore.» Una frase terroristica e non corrispondente al vero.
Un’inchiesta condotta dalla giornalista Ariane Denoyel, pubblicata sul numero di aprile 2023 di Le Monde diplomatique, tenta di fare chiarezza sull’argomento, basandosi su diversi studi condotti da ricercatori prevalentemente francesi, inglesi e americani. John Ioannidis, docente presso l’Università di Stanford, negli Stati uniti, riconosce l’importanza dei vaccini che hanno contribuito a salvare molte vite, tuttavia afferma che la loro efficacia è stata molto sopravvalutata e che la comunicazione intorno a vantaggi e limiti della vaccinazione è stata condotta in modo superficiale e non trasparente. I vaccini sono stati presentati come capaci di metter fine alla pandemia quando è evidente che non lo erano, inoltre sono stati messi in ombra i possibili danni collaterali. Claudina Michal-Teitelbaum, medico, editor della rivista Prescrire, ha ricordato che i test condotti sui farmaci sono stati affrettati e incompleti e ha affermato che “nell’intento di incoraggiare la popolazione a vaccinarsi, i poteri pubblici hanno diffuso i messaggi trionfalistici dell’industria, senza metterli in discussione.”
In particolare, riguardo agli effetti collaterali c’è stata grande opacità. Nel novembre 2022 l’Agenzia europea del farmaco registrava, su un miliardo di dosi somministrate, 1,6 milioni di reazioni avverse e 11515 decessi. In percentuale le morti “da vaccino” non sono moltissime, tuttavia c’è un dato da tener presente ed è il rapporto rischi/benefici in relazione all’età e allo stato di salute delle diverse fasce della popolazione. In Italia, come e più che in altri paesi, si è puntato a una vaccinazione quanto più possibile universale (ne sono stati esclusi solo i bambini al di sotto dei 5 anni) e si è sollecitata con forza la popolazione a vaccinarsi, sottoponendosi anche a più dosi, con mezzi persuasivi inizialmente soft, fino ad arrivare all’intimidazione, alle misure coercitive e alla vera e propria criminalizzazione di chi non si sottoponeva al trattamento. In realtà per una larga parte della popolazione giovanile i rischi connessi alla vaccinazione sono stati superiori ai benefici. I casi più gravi di reazione avversa (oltre ai decessi si sono registrati anche numerosi casi di invalidità) sono stati occultati. Sono state condotte politiche autoritarie e lesive della libertà individuale che hanno danneggiato gravemente la fiducia che la popolazione riponeva nella medicina e nell’autorità e minacciato seriamente la salute mentale di molti cittadini.
Per quanto mi riguarda, ho accordato fiducia alla ricerca medica e mi sono sottoposta alla vaccinazione e ai cosiddetti booster pur con qualche perplessità, ma ho vissuto con grande disagio una situazione nella quale vedevo scaricare sui cittadini tutta la responsabilità del contagio, senza che le istituzioni prendessero in considerazione misure che avrebbero realmente aiutato a migliorare la situazione: chiusure mirate, drastiche ma non paranoiche; miglioramento dei servizi di trasporto, creazione di condizioni più favorevoli nelle scuole e via dicendo. Costa, mettere in giro più autobus, sfoltire le classi, mettere in funzione sistemi di ricambio dell’aria e così via: molto meglio chiudere in casa le persone, istituire posti di blocco e coprifuoco, stabilire per decreto quante persone puoi invitare a casa per Natale e che legame di parentela devi avere con loro, fino al ridicolo (“i congiunti”, “le relazioni stabili”…). Molto meglio far sentire in colpa una persona che va a prendere una boccata d’aria su un sentiero fuori città, accerchiare con l’elicottero il bagnante solitario, imporre regole come la mascherina all’aperto, che “non serve, ma dà il buon esempio”.





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