A quel piccolo orologio a pendolo, appeso in alto alla parete dietro la scrivania dello studio, mio padre dava la carica salendo ogni giorno in equilibrio incerto su una sedia e tendendo le braccia al di sopra del capo. Ogni giorno sempre più ansimando per lo sforzo.

Chissà perché lo teneva così in alto. Forse perché lo scorrere fatale del tempo non gli negasse il piacere di vivere nel passato.

L’orologio sta adesso nel mio studio e brilla dei fregi di rame dorato stile anni trenta. Somiglia a un piccolo tabernacolo di legno color noce opaco dall’aspetto povero con uno sportello frontale a vetro su cui risalta il bianco avorio del quadrante come una luna in pieno giorno. Le ore sono raffigurate in nero con numeri romani.

Mi dicevano che mio padre l’avesse vinto a una lotteria. Le lancette sembrano le lunghe e affilate lame di una forbice rapida nel tagliare via i minuti spietatamente inclusi nel delta delle due punte.

Da ragazzino, fermo davanti la scrivania, quando mio padre era assente, e con il naso all’insù, guardavo il movimento del pendolo sperando che all’improvviso si aprisse uno sportellino e ne uscisse il cuculo in bilico sul suo piccolo ramo. Erano questi gli orologi che mi piacevano. Il loro canto, che mi coglieva sempre di sorpresa, lo credevo una magia perché si vedeva chiaramente che il becco dell’uccellino non si muoveva nel lanciare i gorgheggi. Eppure ogni volta che ne incontravo uno, nelle case degli amici dei miei genitori. mi fermavo a guardare in attesa che l’aria fosse invasa da quello strano grido acuto e gutturale. Era inutile chiedere che qualcuno mi spiegasse come fosse possibile che io lo sentissi anche senza vedere il movimento del becco. Pensavo a quando mio padre maltrattava mia madre e come io urlassi di paura senza schiudere le labbra.

Da quando mio padre è venuto a mancare (anche mia madre era morta) ho appeso il pendolo sulla parete frontale alla mia scrivana, a un’altezza raggiungibile. Il solo suono che diffonde è il ticchettio monotono del movimento del pendolo.

Eppure, assorto nella lettura, il suo ticchettio si trasforma in canto a bocca chiusa che giunge nella mia stanza da un giardino fiorito dove uccelli ascoltano incantati mentre col becco lucidano le loro penne per essere pronti a presentarsi alle loro compagne che, timide e allegre, saranno felici di concedersi alla danza tra le foglie e i rami.

In quel giardino rivedo mio padre, chiuso nel suo eterno cappotto grigio e basco, a coprirgli la fredda calvizie, a leggere ad alta voce i classici dei secoli passati. È anche lui un vecchio uccello con le ali poggiate sul bordo della fontana che zampilla come la sua voce e mi trasmette l’armonia delle sue letture, il ritmo severo degli endecasillabi per viaggi avventurosi in terre inesplorate, per il coraggio folle di eroi in battaglia e quello dolce e scattante dei settenari che narrano altrettanto folli amori, corrisposti o non ricambiati, le delusioni, le vendette e i suicidi.

L’incanto di quelle immagini ha il potere di convincermi che il tempo possa essersi arrestato donandomi il dono di entrare nella dimensione sommersa di parole affascinanti non più in uso. Chiudo gli occhi e immagino d’essere l’autore.

Se dimentico di dargli la carica è l’assenza delle immagini a farmi alzare gli occhi . Il pendolo punta l’asta immobile verso il peso che porta la gravità nel movimento. Le lancette divaricate segnano immancabilmente le tre e quindici notturne o pomeridiane, ore che solitamente ignoro, quando mi concedo la tregua del sonno.

Il sonno dovrebbe somigliare l’uomo all’orologio scarico, senza misura del tempo, in attesa d’essere rimesso in funzione. E invece è solo un tempo diverso che scorre in direzioni a volte contrarie, mescolando le tre facce dell’esistenza, intrecciandole tutte sul medesimo tempo come tre attori di epoche diverse, che si presentano negli abiti delle tre epoche sullo stesso palcoscenico confondendo lo spettatore .

Nel sonno è come riascoltare le poesie di mio padre e insieme riviverle in prima persona o inventarne di nuove come se il futuro sperato o temuto fosse già vissuto.

Nel sonno odo sussurri di morte celeste, balbettii di labbra in giuramenti eterni, passi che salgono dolcemente e varcano la soglia degli amori finiti, degli abbandoni dei tradimenti, guerre perdute o vinte. Mancano i suicidi non la voglia e la mancanza di coraggio. Ma il sonno mi regala pure le gioie di un amore fantasticato con una donna che mi stringe appassionatamente e una potenza erotica che mi pervade sino allo sfinimento.

Tutto nel tempo immobile del sonno.

Guardo l’orologio. Non ho voglia di svegliarlo dal suo freddo torpore Si può vivere nel sonno? L’orologio che attende non ferma il tempo. Neppure il sonno. Solo il cuore può fermarlo, ma bisogna che io non gli dia più corda.

8 risposte a “L’orologio by Marcello Comitini”

  1. Un sincero grazie a Juan re Crivello per questa gradita pubblicazione 🙏🤗

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  2. […] 5 giugno 2023 / marcello comitini L’orologio by Marcello Comitini […]

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  3. Un relato muy hermoso. Gracias por visitar mi blog, grazie, grazie mille. Un cordial saludo!

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  4. Eccolo!
    L’orologio che attende non ferma il tempo.
    Di nuovo tanti complimenti

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