Tiago ha appena finito di mettere in bella copia il compito d’italiano. Lo rilegge veloce, corregge qualche errore che gli era sfuggito, controlla che su ogni foglio ci sia il suo nome, conta i fogli: due che gli hanno dato all’inizio della prova, uno che si è fatto dare in seguito, il plico contenente le sette tracce che generosamente il ministero ha messo a disposizione. C’è tutto. Si alza, raccoglie lo zainetto e ci mette dentro le sue poche cose: la penna bic nera, il dizionario della lingua italiana, la bottiglietta dell’acqua, un avanzo di panino incartato nella stagnola. Coi fogli in mano va alla cattedra, dove il commissario esterno sta arroccato dalle otto di stamattina. Consegna, assiste al riconteggio dei fogli, firma l’uscita, recupera il cellulare che gli hanno fatto depositare all’entrata, può andare.
Oltrepassa lo sbarramento che separa i candidati all’esame di stato dal resto del mondo e dà un’occhiata all’aula: ci sono ancora tre o quattro ragazzi, tutti gli altri sono già andati via. Vede Marcello alzarsi, prendere le sue cose e andare verso la cattedra. Lo aspetta. Ora anche Marcello ha consegnato, firmato l’uscita, ripreso il cellulare ed è venuto fuori, nel mondo dei vivi. Senza dire una parola i due si avviano verso le scale. Il commissario esterno li guarda allontanarsi: sono tutt’e due esili, Tiago è alto, Marcello piccolino. Indossano jeans e magliette a maniche corte, camminano affiancati, senza sfiorarsi: i loro passi non fanno rumore sul pavimento di linoleum.
Per tutti gli anni delle superiori, Tiago e Marcello sono stati compagni di banco. Tiago, un tipo esuberante, Marcello calmo, taciturno. Per tutti gli anni delle superiori, Marcello non ha mai parlato, o quasi. Sempre composto, schiena dritta, le mani sul banco. Lo sguardo attento dietro gli occhiali. Mai un cedimento. Se interrogato rispondeva, questo sì. Sintetico. Ma di sua iniziativa, una parola non l’ha scambiata con nessuno. Nemmeno alla ricreazione si lasciava andare.
Tiago invece è sempre stato estroverso. Allegro, pieno di vita. Un brasileiro coi capelli ricci, denti accavallati che non hanno conosciuto l’apparecchio ortodontico, il sorriso che scopre le gengive. Una storia familiare della quale nessuno ci ha capito niente: padre e madre sposati giovanissimi, lui e altri due bambinetti, o bambinette, venuti in Italia quando lui aveva quanto? Nove, dieci anni. Vissuti in una comune, in una frazione di montagna, tre, quattro casolari appena appena risistemati: adulti impegnati in lavori alternativi, coltivazione di ortaggi, apicoltura, produzione di formaggi artigianali. Mercatini. Il matrimonio scoppiato nel giro di pochi anni, mamma troppo giovane, babbo nostalgico del Brasile: ci ritorna, sposa un’altra, ci fa altri tre bambini. La mamma, invece, anche lei trova un altro, nascono nuovi fratellini: quanti in tutto? Otto, nove, ma alcuni non si conoscono nemmeno. Si conoscono, sì: tramite Facebook. E lui, da due anni, abita in città, sta a convitto alla foresteria del Seminario, dove danno camere a studenti fuori sede, a prezzo basso.
«Appena finisco con l’esame me ne vado in Brasile» dice Tiago.
«In Brasile? A far che?»
«A conoscere la mia famiglia. Mio padre, sai quant’è che non lo vedo. E i miei fratelli…»
«Tuo padre ti ha mollato!»
«Lo so, ma vedi… io non ce l’ho con lui. Lo voglio conoscere. È mio padre!»
Marcello non commenta. Ha già parlato abbastanza, per i suoi standard. L’idea che Tiago possa andarsene lo sconvolge, ma cerca di non farlo vedere. Da sempre, dal primo giorno che l’ha conosciuto, è stato innamorato di lui. Aveva quattordici anni e non aveva mai nemmeno preso in considerazione che gli potessero piacere i maschi. Nemmeno le femmine, in un certo senso. Cioè, lo sapeva che ai ragazzi piacciono le ragazze, era regolare, faceva parte dell’ordine dell’universo come gli era stato spiegato fin da bambino. Ma mentre alcuni dei suoi amici erano già invischiati in faccende di sesso, più immaginate che vissute, a lui la cosa, fino ad allora, era interessata ben poco. Forse perché era basso, mingherlino, «non era ancora sviluppato», come diceva sua madre, «doveva fare il salto.»
Il salto, sarebbe stato, a quel che aveva capito, crescere di quindici centimetri nel corso di un’estate, tornare dalle vacanze completamente diverso, alto, robusto, già con la prima peluria sul labbro. Il salto avrebbe dovuto aver luogo nell’estate dopo la terza media, e sarebbe stato meglio così, perché poi avrebbe cominciato le superiori, liceo scientifico, aveva scelto, dove nessuno l’avrebbe conosciuto e nessuno avrebbe potuto fare commenti sul suo cambiamento. Aveva scelto: in realtà no, da sempre sapeva che sarebbe andato lì, anche questo rientrava nell’ordine delle cose. Andare al liceo scientifico, fare il salto e diventare alto e robusto, innamorarsi delle ragazze: tutte cose note, scontate, sulle quali non c’era mai stato motivo di discutere. Il babbo e la mamma ne parlavano in termini di assoluta certezza, e loro le sapevano, le cose.





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