C’è stata, e non poteva non esserci, discussione intorno alla vittoria al premio Strega del romanzo Come d’aria, di Ada D’Adamo. Una vittoria che alcuni avevano previsto, altri no, ritenendo che l’ambito premio sarebbe andato a Mi limitavo ad amare te, di Rosella Postorino. Due libri che non ho letto, almeno per ora, (non ho letto nessuno della cinquina, in verità) e intorno ai quali ho sentito pareri discordi. Per qualcuno bellissimi, meravigliosi, toccanti, per altri no, con motivazioni diverse. Del libro di Postorino si dice che sia furbo, che insista su tasti studiati appositamente per far presa sui sentimenti del lettore (le guerre balcaniche di fine Novecento, i bambini orfani di guerra), che la prosa sia discutibile, tra l’esageratamente ricercato e il trash. Di quello di D’Adamo non si può certo dire che non sia sincero: è la storia, vera e conclusa come sappiamo con la morte dell’autrice, di una madre malata di cancro che accudisce una figlia gravemente disabile. Chi loda questo, che più che un romanzo si può definire un memoir, apprezza la verità della storia, raccontata con stile sobrio, e la denuncia anche politica che esso sottende; chi non lo ama lo reputa di scarsa qualità letteraria e ritiene che abbia vinto questo e altri riconoscimenti in maniera ricattatoria. Chi non premierebbe la storia vera e straziante di una duplice disabilità, soprattutto dopo la scomparsa dell’autrice?

Io non mi esprimo sul merito delle due opere, non avendole lette: cercherò invece di fare un piccolo ragionamento intorno a ciò che, in questi tempi, può decretare il successo di un’opera di narrativa. Ho letto qualche tempo fa il saggio di Gianluigi Simonetti Caccia allo Strega. Simonetti analizza sei romanzi che dall’inizio del nuovo millennio hanno vinto il Premio Strega o, nell’ultimo caso, il Campiello: Via Gemito di Domenico Starnone (2000), Non ti muovere di Margaret Mazzantini (2002) La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano (2008), Resistere non serve a niente di Valter Siti (2013), M il figlio del secolo di Antonio Scurati (2018) e Le assaggiatrici, di Rosella Postorino (2018). Analizza inoltre le cinquine finaliste, sempre allo Strega, degli anni 2017-2022. Al di là delle differenze anche grandi tra tutte queste opere, indipendentemente dal giudizio di merito, che per alcune è buono o ottimo, per altre così-così e per altre ancora piuttosto negativo, Simonetti mette in evidenza alcuni aspetti che le accomunano, se non proprio tutte, la grande maggioranza. Si tratta di libri che devono saper raggiungere il grande pubblico: seri ma non noiosi, drammatici ma non privi di un barlume di speranza, impegnati ma non troppo, devono puntare molto sull’emotività del lettore, essere introspettivi, non romanzi di genere ma, come si dice, “mainstream”. Lo stile dev’essere nel complesso tradizionale, escludendo sperimentazioni spiazzanti; deve essere letterario ma non troppo, fare abbondante uso di metafore e similitudini, utilizzare un registro altamente emotivo, in modo da coinvolgere il lettore, commuoverlo, farlo piangere (assolutamente sconsigliato farlo ridere).

Le opere finaliste al Premio Strega, quest’anno, appartengono in maggioranza a quella che è stata chiamata (non senza una certa cattiveria) “letteratura del dolore”: oltre ai due già citati, anche il romanzo non fiction di Maria Grazia Calandrone, Dove non mi hai portata, ha tutte le caratteristiche richieste. È la storia vera dell’autrice, abbandonata in tenera età dalla madre, poi suicidatasi insieme al marito. Calandrone è poi stata adottata ma, come è verosimile pensare, la vicenda della sua infanzia l’ha segnata, al punto che ci ha scritto su ben due romanzi.

A parte lo Strega, in generale tra i libri che “vanno” molti hanno simili caratteristiche: storie vere, autobiografia, dolore. I lettori, e più ancora le lettrici, ne vanno matte, perché il dolore fa sempre audience, e se una fascetta recita “una storia vera” il pubblico reagirà con maggior favore.

Concludo con una nota personale, si parva licet.

Nello stesso momento in cui a Roma iniziava la cerimonia per l’assegnazione del premio Strega, io mi trovavo presso la biblioteca di Montale, una cittadina dell’hinterland pistoiese, a parlare dei miei libri con un pubblico non molto numeroso ma interessato e attivo. Molte le domande, tra cui quella di prammatica: quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri? Tutto. Tutto, per come la vedo io, è autobiografico. Noi scrittori siamo così: egocentrici, narcisitici. Parliamo sempre e soltanto di noi, anche quando sembra che parliamo d’altro. Susanna Rosso sono io, Efisia sono io, Carla sono io. Sono io anche Lorella, e Kevin, Valentina, Saverio. In ogni personaggio c’è qualcosa di me, in ogni storia che racconto c’è qualcosa della mia vita, le persone che conosco, i posti dove sono stata, i libri che ho letto. Tutto quanto è vero e non vero, è modificato, trasformato, contaminato con elementi di fantasia, ma anche la fantasia da dove viene, se non dal bagaglio che hai accumulato nella tua vita e con le tue letture? Vita e immaginazione si mescolano, si confondono, diventano un tutt’uno inestricabile, dove quello che è successo davvero sembra opera di fantasia e quello che hai inventato di sana pianta potrebbe essere accaduto realmente. L’ambizione dello scrittore, o della scrittrice, è riuscire a trasformare il soggettivo, l’episodico, il personale in universale: la piccolezza che racconti e che ti riguarda da vicino diventa storia di tutti, in cui ogni lettore può riconoscersi. Philip Roth non ha forse infilato nei suoi romanzi la sua famiglia, la sua città, le sue mogli e amanti, i suoi successi e i suoi fallimenti, le sue ossessioni? Marcel Proust non ci ha forse propinato la sua vita praticamente giorno per giorno?

3 risposte a “In margine al Premio Strega Di Marisa Salabelle”

  1. […] In margine al Premio Strega Di Marisa Salabelle […]

    "Mi piace"

  2. «Noi scrittori siamo così: egocentrici, narcisitici. Parliamo sempre e soltanto di noi, anche quando sembra che parliamo d’altro». Sante parole, amica mia! 😀

    "Mi piace"

  3. Una cosa è partire dall’autobiografia e costruire mondi, purtroppo un’altra è limitarsi al riporto del vissuto. Mi spiace, ma vedere premiato questo libro (non letto e che non leggero’) e vedere fuori dalla cinquina Ferrovie del Messico, fornisce un chiaro messaggio di come la letteratura italiana si stia incartando.

    Piace a 1 persona

Scrivi una risposta a Fritz Gemini Cancella risposta

arcipelago di cultura

Scopri di più da MasticadoresItalia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere