Un giorno, mentre andava a prendere un po’ di legna dalla catasta, Rita scivolò su una lastra di ghiaccio e cadde malamente. La sorella, che dalla soglia le aveva raccomandato di stare attenta a dove metteva i piedi, alzò le braccia al cielo e, lamentandosi (anche l’altra si lamentava, lunga distesa a terra, e non a torto, che la caviglia le si gonfiava a vista d’occhio), rientrò in casa, si infilò un paio di doposci che le aveva regalato Giulia, smessi da sua figlia Rosanna (erano due affari pelosi che le ricordavano certi cani che aveva avuto, un tempo, una sua conoscente : le sembravano ridicoli, ma caldo ne facevano, e dopotutto lassù non doveva certo far l’alta moda), si mise addosso uno scialle e uscì avventurandosi sul ghiaccio. Giulia era andata a Badia a comprare un paio di scarpe a Paolo; così dovette bussare alla porta di quegli sciagurati, come lei e Rita chiamavano i ragazzi della comune: era la prima volta che si avvicinava a quel luogo di perdizione, ma è pur vero che nella necessità non si guarda in faccia a nessuno. A Franco, che le aprì, spiegò l’accaduto, non mancando, al tempo stesso, di lanciare un’occhiata ricognitiva all’interno, da dove le venne contro una zaffata calda e maleodorante. Franco si infilò stivali e giaccone, Alberto fece altrettanto e in breve Rita fu soccorsa, trasportata in casa, adagiata sul letto: il medico, sopraggiunto dopo un paio d’ore, riscontrò la slogatura di una caviglia, l’incrinatura di una costola e, soprattutto, la frattura in due punti del femore.
“Madonna beatissima, guardate che cosa doveva capitare! Un brutto affare davvero, cara Linetta! Ma guardate un po’, quando si dice il destino!” Giulia non risparmiava esclamazioni né scuotimenti del capo. “Come vi sentite? Tutta un pesto, eh! Ora chissà quanto le ci vorrà per rimettersi, soggiunse rivolgendosi all’altra. Purché non s’invalidi, nel qual caso…”
Sospirò, ricordando i lunghi anni passati ad assistere il marito immobilizzato a letto.
“E ora come farete, eh Linetta, ci avete pensato?”
“Che vuoi che ti dica, Giulia” (le sorelle Bini ricevevano da Giulia il voi, che in montagna ancora si usava nei riguardi delle persone anziane, ma le si rivolgevano col tu, avendola conosciuta fin da bambina). “Ci toccherà metterci al ricovero”.
“Al ricovero?”
“Dalle suore domenicane, giù a Badia. E’ una decisione che abbiamo preso da tempo. La prima di noi che non è più autosufficiente, si chiude casa e si va tutt’e due al ricovero. Che vuoi, non abbiamo nessuno, siamo sole al mondo; io non la posso assistere, son vecchia, anch’io. È assai se so badare a me stessa. Non posso far altro che ricoverarla. E a quel punto… che ci sto a fare qui da sola? L’inverno è lungo… e ormai anche rifare i letti, preparare un po’ di mangiare, è diventata una fatica, per non parlare delle pulizie, dei panni… Mi stanco, cosa vuoi! Mi stanco subito! Da’ retta a me: è meglio se ce ne andiamo dalle suore”.
“Forse avete ragione, Linetta. Non ci si sta mica male, da quelle suore. C’è pulizia, si mangia benino. Lo so perché anche la mamma, poverina, gli ultimi anni…”
A casa, più tardi, Giulia si chiese se non avrebbe dovuto sconsigliarle, convincerle a rimanere, offrire il suo aiuto. Non ci si stava male, da quelle suore, anche la mamma, poverina, eppure che tristezza, quando andava a trovarla… nel giardinetto, su quella panchina, o nel salone, su una sedia accanto al radiatore, in mezzo a quell’odore di vecchi, ci sarà anche stata bene la mamma, però che tristezza. D’altra parte, come poteva lei, lei che aveva assistito Italo per tutti quegli anni, era stanca di assister malati, e per di più aveva Paolo, certo lei non poteva. Neanche parlarne.
“Ho convocato quest’assemblea, compagni, per discutere con voi un problema molto serio. Come tutti sappiamo, dico, alla nostra vicina Rita è capitato un incidente che l’ha costretta a letto. In conseguenza di ciò, dico, lei e sua sorella Linetta, dico, no, intendono lasciare Le Susina e ricoverarsi nell’ospizio delle suore domenicane, giù a Badia. Lasciare Le Susina, dico, no, la loro casa, questo abitato, questa collettività, dico. Tutto per andare a finire i loro giorni dalle suore, dico, dove saranno senz’altro bombardate dalla propaganda clerical borghese e asservite al più vieto, no, dico, al più vieto reazionarismo. Noi non permetteremo che la compagna Rita e la compagna Linetta , dico, no, siano rinchiuse in quel… in quel…”
Franco interruppe il discorso e girò intorno a sé lo sguardo in cerca di approvazione.
“Guarda che non è mica un lager!” esclamò Renzo, che dopotutto era pur sempre un cattolico. “Meglio che sole quassù, vecchie come sono che non ce la fanno nemmeno a tirare avanti da un giorno all’altro, meglio che quassù staranno di certo, dalle suore! E ti ricordo che non sono mai state delle compagne e che reazionarie lo sono già di suo, anche senza la propaganda delle suore”.
“Che c’entra questo, per me sono compagne ugualmente, hanno le loro idee perché sono due vecchie senza coscienza critica, senza una vera formazione politica, dico, ma io le considero compagne lo stesso”.
“Smettetela di litigare su queste cavolate”, intervenne Ada, e veniamo al dunque. “Che cosa proponi di fare, Franco?”
“La mia proposta è questa: convincerle a rimanere qui. E’ casa loro, dico, no? Perché se ne devono andare, dico? Vorrà dire che momentaneamente, no, finché Rita è allettata, dico, momentaneamente gli daremo una mano noi”.
La proposta di Franco incontrò un consenso insperato. In realtà i motivi ideali che avevano spinto i ragazzi a creare la comune stavano esaurendosi, del loro entusiasmo iniziale rimanevano ormai poche tracce: nessuno però si sentiva di ammetterlo, nessuno aveva il coraggio di dire apertamente che rimpiangeva gli agi di casa, il pranzo e la cena preparati da mammà, il riscaldamento, il bagno nella vasca, le strade della città, le vetrine invitanti al più ottuso consumismo, il cinema, la televisione. La casa era piccolo borghese, è vero, la mamma una casalinga frustrata, il babbo un oscuro impiegatuccio o un professorucolo di scuola media, la città era una trappola per topi, le vetrine servivano solo ad attirare i gonzi, ma per quale motivo ci si doveva relegare lassù, fuori dal mondo, a vivere come dei primitivi, a giocare a carte come dei rimbambiti, a puzzare di fumo e di fritto e a litigare, a litigare perché ormai non si andava più d’accordo, ci si era venuti a noia, non ci si poteva più sopportare? Questo era ciò che ognuno pensava ma non osava ammettere neanche davanti a se stesso. Ammettere tutto quanto avrebbe voluto dire dichiarare il fallimento dei propri ideali, l’impossibilità di certe scelte, di certe rinunce, confermare implicitamente la bontà della società che si era voluto rifiutare. Perciò si cercavano disperatamente dei motivi per andare avanti, ci si ripetevano le frasi che tanto a lungo erano risuonate, magnifiche, trascinanti, nelle discussioni, e che ormai cominciavano a somigliare a degli slogan fritti e rifritti.
Ora, la proposta di Franco apparve a tutti come l’occasione per rilanciare la comune, per darle uno scopo, un senso, una credibilità: ora occorreva dar prova di coerenza, d’impegno; gli animi si infiammarono e ci si convinse di potere ancora realizzare qualcosa di grande. Certo, non sarebbe stato un grosso impegno, se condiviso da tutti, dare una mano alle vecchie: la spesa, già gliela faceva Giulia; si sarebbe trattato di portar loro i pasti cucinati – in definitiva, buttare due etti di pasta in più – andare a turno a dare una sistemata alla casa, fare due, tre volte al giorno una scappatina per controllare che tutto fosse okay: che ci voleva, non ci voleva niente.
Si vedeva: lo vedevano tutti. Tutti l’avevano notato, chi prima chi poi, e in un primo momento non gli avevano dato importanza. Poi l’avevano osservato ancora, e ancora; poi per qualche giorno avevano creduto di essersi sbagliati; infine quella sensazione era tornata, ci avevano posto mente, ci avevano fatto attenzione, ed era vero. Allora ne avevano accennato l’uno all’altro, in disparte.
“Di’, hai notato?”
“Mi pareva e non mi pareva…”
“Tu credi?”
“Altroché!”
“Ma t’ha detto niente?”
In breve, tutti ne parlavano, tranne i due interessati, e tutti avevano avuto la stessa impressione, tutti avevano notato le stesse cose, tutti ricordavano gli stessi episodi illuminanti. Lisa e Renzo erano innamorati. Innamorati come da copione, con sguardi sognanti, aria imbambolata, mano nella mano, sorriso ebete. Non era più possibile avere dubbi e già si commentava:
“Ma li hai visti?”
“Hai visto lui, che faccia a pesce lesso?”
“Hai visto lei, come gli tiene la mano?”
Inconcepibile, inverosimile, borghese fino al midollo. E d’altra parte quei due, un po’ borghesi lo erano sempre stati, nonostante gli sforzi di tutti per dar loro una coscienza proletaria. Lei, la maestrina, con la sua cameretta laccata di rosa. Lui, il cristiano ispirato, che teneva la Bibbia su una mensola in capo al letto e la sera, quando se ne ricordava, leggeva i salmi. Chi non lo ricordava, ai tempi dei lavori di restauro, mentre col piccone in mano cantava “Ogni uomo semplice porta in cuore un sogno”, sì, la canzone del film di Zeffirelli: si sentiva San Francesco, il caro Renzo, cosa che non gli aveva impedito di farsi gustose scopate con l’una o l’altra delle ragazze, e tanti saluti alla castità.
Così non fu una sorpresa per nessuno quando una sera, con volto solenne, Renzo annunciò pubblicamente che lui e Lisa si volevano bene, si amavano e desideravano donarsi l’uno all’altra.
“E donatevi e fatela meno lunga!” l’interruppe Alberto che stava giocando a dama con Paolo e per questa buffonata aveva perso già due pedine.
Pertanto (usò proprio questa parola, pertanto), dopo una lunga e profonda meditazione e, beninteso, dopo aver consultato il parere del Capo, cioè del Padreterno, col quale Renzo aveva evidentemente rapporti personali molto stretti, avevano deciso non senza dispiacere di lasciare la comune e di creare il loro nido, il loro piccolo tempio dell’amore, in una casetta tanto carina che Renzo aveva ereditato da sua nonna, testé defunta, dove sarebbero andati a vivere, non prima di essersi sposati con rito religioso, e dove avrebbero trascorso insieme una vita serena, allietata dai figli che il Signore avrebbe loro concesso e che speravano numerosi.
“Amen”, concluse Alberto, piuttosto seccato di aver perso la partita a dama.





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